LIDIA RAVERA.
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GLI SCADUTI.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Nell'Italia europea di un futuro prossimo, il Partito Unico, che ha preso il potere in nome dei
trenta/quarantenni, stabilisce, per legge, il ritorno a una societ "naturale", in cui le generazioni, invece
di accavallarsi, tornino a susseguirsi, in buon ordine. A trent'anni si coprono le postazioni di comando,
a sessanta, si viene ritirati. Dove? Non  chiaro.
Un mondo a parte di cui si sa poco e si cerca di immaginare il meglio. Gli anni del Grande
Disordine hanno messo a dura prova la pazienza dei cittadini, le nuove regole vengono perci accettate
come un cambiamento necessario. Anche Umberto, amministratore delegato di una azienda importante,
allo scadere del suo tempo, accetta di lasciare casa amici posizione e l'amatissima moglie Elisabetta, di
poco pi giovane di lui e altrettanto ben piazzata nel mondo del lavoro. Forse  giusto scansarsi e fare
posto ai figli, come Matteo che, a 35 anni, ancora vive all'ombra di suo padre.
Non  colpa di nessuno se, oggi, si muore pi tardi. Se "gli scaduti" hanno ancora, davanti, 30
anni di vita attiva. Bisogna collaborare, non bisogna sentirsi defraudati. E poi Elisabetta lo raggiunger.
Peccato che le cose non siano come sembrano, come vengono rappresentate.
Ribellarsi  giusto. Ma  anche possibile?
Un romanzo ironico, distopico e paradossale, in cui l'antico conflitto generazionale prende la
forma di un incubo totalitario. Un divertito esperimento narrativo con cui Lidia Ravera artiglia la realt
di oggi per mostrare che cosa potrebbe accadere se, ad essere rottamate, non fossero le macchine ma gli umani.
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L'Autrice.
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Lidia Ravera ha raggiunto la notoriet con il romanzo di esordio Porci con le ali (1976),
manifesto della generazione degli anni settanta e vero e proprio libro-culto, oltre due milioni e mezzo
di copie vendute, ristampato nei Tascabili Bompiani. La sua attivit di scrittrice conta 29 opere di
narrativa.
Le pi recenti: Maledetta giovent, N giovani n vecchi, In quale nascondiglio del cuore, La
festa  finita, Sorelle, Il freddo dentro, Eterna ragazza, Le seduzioni dell'inverno (finalista al Premio
Strega 2008), Il dio zitto, La guerra dei figli, A Stromboli e Piangi pure (Bompiani 2013), che  stato
insignito di numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio Capalbio, il Premio Stresa, il Premio Asti
d'Appello, il Premio Pisa e il Premio Fregene. Ha scritto per il cinema, il teatro e la televisione.
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UNA SPECIE DI PREMESSA.
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Non  un paese per vecchi, l'Italia. Troppo inefficiente, con un welfare traballante e parecchia
solitudine urbana. Tuttavia i vecchi sono una maggioranza. Hanno peso politico e situazioni
sentimentali, resistenza fisica e strumenti intellettuali. Coprono posizioni di rilievo, le hanno sempre
coperte. Sono direttori generali, generali, senatori, membri di CdA, presidenti e revisori e banchieri,
alcuni. Altri no, ma, comunque, poich sono stati ragazzi quando essere ragazzi era un fattore
identitario forte, trasgressivo e battagliero, non si rassegnano a farsi da parte. Spesso guadagnano pi
dei loro figli, hanno case pi belle e biblioteche pi fornite. Oppure no, ma, comunque, hanno un senso
di s da protagonisti che mal si accompagna alla, biologicamente prevedibile, rassegnazione senile.
La medicina, l'igiene di vita, la latitanza di prove belliche sfiancanti (settant'anni di pace), la
mai troppo esecrata cultura del narcisismo coniugata a un relativo benessere fanno, dei vecchi odierni,
creature dotate di una notevole forza propria e di un vigoroso rifiuto del ritiro.
Era da una decina d'anni che li osservavo, anzi: che ci osservavo, che osservavo noi, ragazzi
degli anni sessanta e settanta, immaginando come saremmo invecchiati.
Saremmo usciti dalla vita attiva "nel fracasso" come "nel fracasso" ci eravamo entrati, o
avrebbe prevalso l'apparentemente inevitabile copione di acciacchi e timidezze, incontinenze e
nostalgie?
Fino all'arrivo di "Renzi, il giovane" vedevo difficile una sorta di tematizzazione politica
dell'et avanzata, anche se, per la prima volta nella storia, si tratta di un inverno che dura mediamente
trent'anni. E che tiene al freddo quasi un terzo della popolazione italiana. Avevamo proclamato che la
giovent era "ontologicamente" rivoluzionaria, ma certo non avremmo saputo mobilitarci per
promuovere, con altrettanto innato senso del marketing generazionale, la terza et.
Poi  arrivato lui, l'unto dall'anagrafe Matteo. Giovanilista, carino senza essere bello, coi
boy-scout e la dicc nel DNA, cordiale brillante spontaneo e crudele.
Un ventenne vicino alla quarantina, cio "giovane" come la giovent si porta adesso.
 stato lui a pronunciare la parola magica, quella che potrebbe, finalmente, dal nulla disperso
dei parecchio individualisti nuovi vecchi, aggregare un fronte comune, una sorta di estemporanea
barricata. "Rottamazione"  la parola. E, brandita con potente coerenza, sta cambiando l'et media
della classe dirigente del nostro paese.
A me, che di mestiere racconto storie, la parola "rottamazione" ha stimolato un nervo, per cos
dire, letterario, che non sapevo scoperto e sensibile quanto basta per immaginare un nuovo modello di
mondo, prossimo al nostro e, pur nell'estremismo delirante delle "regole", verosimile. Un mondo in cui
la pratica iniziata da Renzi e dai suoi adepti viene estesa a tutta la societ.
Ho immaginato che i cittadini di un imprecisato Occidente fossero inchiodati a una biografica
(o biopolitica) data di scadenza (come le mozzarelle? come le medicine?) e ritirati dalla libera
circolazione tutti insieme, allo scadere del sessantesimo compleanno.
Ho immaginato anche altre cose, intorno a questo futuro prossimo, altamente improbabile e
umanamente possibile.
Ho immaginato ed elucubrato e poi, senza opporre resistenza, mi sono consegnata a questa
fantasia distopica, sinistramente dolce, come certi incubi da cui ti svegli pi avveduto, pi agguerrito,
pi capace di guardare in faccia le tue angosce, pi forte e perfino pi allegro, per il sollievo che,
quanto sognato, non sia veramente accaduto.
O almeno non ancora.
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1.
" stata una cerimonia commovente," disse Umberto Delgado.
La frase gli ronzava in testa da quando tutto era incominciato, alle nove del mattino. L'aveva
concepita in uno di quei silenziosi esercizi di retorica che si imponeva sempre pi spesso.
Gli premeva il tono. L'eleganza. E il distacco. Non suscitare compassione. Niente gli dava pi
fastidio di quei sorrisi di circostanza che chiunque fosse ancora lontano dal ritiro si sentiva autorizzato
a esibire.
"S,  stata proprio una cerimonia commovente. Mio figlio ha fatto un ottimo speech.  andato
fuori dallo schema. Niente di rivoluzionario, ma ha saputo personalizzare. Ha marcato una certa
legittima distanza dalla regola, pur senza disapprovarla."
L'uomo che sedeva di fronte a lui, nel posto 71, la testa appoggiata al finestrino, annu.
Umberto not gli occhi lucidi, le labbra serrate, pallide. Eccone qua un altro che non ce la far, pens.
Era certamente una creatura degli uffici.
Erano loro i pi esposti ai raggi malefici della depressione.
Un esserino che pareva incollato alla propria divisa, la camicia bianca, la cravatta con il nodo
piccolo, la giacca blu, il pantalone grigio, la scarpa lucida.
Umberto distolse lo sguardo, come se l'avesse visto nudo.
Dovrei essere contento, pens.
Se non altro per smarcarmi.
Dovrei essere, per la precisione, felicemente rassegnato.
Con senso civico.
Altri due uomini entrarono nello scompartimento.
Il treno aveva preso velocit, ma non quella dei treni a cui era abituato, quelli che ti portano in
un'ora e quaranta da Roma a Milano.
Era un treno di prima. Prima della velocit, prima delle rotaie speciali. I sedili erano di un
vellutino spento, fra il giallo e il marrone. Tre posti da una parte, tre dall'altra, si fronteggiavano in
modo indecente. L'indecenza di prima. Prima delle connessioni a distanza. C'era, nel costringerli tutti a
quella prossemica d'altri tempi, un riconoscimento del valore della memoria unito a una insopprimibile
voglia di sfottere, di risbatterli nel passato da cui provenivano.
I finestrini erano oscurati, come se il viaggio procedesse tutto in una interminabile galleria, ma
nessuno sembrava farci caso.
"Ci metteremo ore ad arrivare a destinazione," disse l'uomo che si era appena sistemato al posto
73. Sorrise con quella che a Umberto parve una cordialit opportunista. Tese la mano, se la fece
stringere.
Tese la mano a tutti, tutti gliela strinsero.
Concluse: "Comunque, non abbiamo pi fretta, no?"
Nel silenzio che segu la frase, esplose un boato di allegria da studenti. Nello scompartimento a
fianco si brindava alla libert.
Umberto prov lo stesso fastidio che aveva provato vedendo il treno imbandierato, le coccarde
in quattro colori sulle porte, i soli dipinti sulla locomotiva.
Bianco rosso verde e azzurro.
Loro erano l'azzurro.
Umberto si pent di non essere passato a casa a salutare Elisabetta.
Ti dispiace se evitiamo i commiati amore mio?
Elisabetta aveva consentito, con quella sua tipica gravit leggiadra.
Capiva tutto al volo, o forse era un effetto dei lunghi anni passati insieme. Non si erano mai
crogiolati nella loro buona sorte. Trentasei anni di complicit. E adesso... Umberto si chiese se si
sarebbe sentito meglio con lei seduta a fianco.
"Quattro anni non sono lunghi."
"Far domanda di ricongiungimento."
"Bisogna vedere se te la passano. Pare che non sia facilissimo."
Avrebbe voluto telefonarle, ma il cellulare l'aveva dovuto consegnare. Una cerimonia
commovente.
Una spoliazione simbolica.
Si tocc la tasca della giacca dove lo teneva da tempo immemorabile.
"Te ne daranno un altro, pa'," aveva detto Matteo, "il tempo di arrivare, pa', in fondo, quando
eravate giovani voi, non c'erano, no?"
Matteo mediava con puntiglio fra il nuovo corso e la storia. Si era laureato con successo, del
resto, proprio nell'approfondimento del secolo scorso, limitatamente agli ultimi tre decenni. Stava
facendo carriera nel ramo relazioni intergenerazionali.
Con un certo orgoglio Umberto aveva notato quanto Matteo, fra tutti i figli presenti per obbligo
e costretti a recitare formule su cui sdrucciolavano senza grazia, fosse stato l'unico a portare a termine
il suo discorso di commiato con un pathos ammirevole.
"Certo, certo, Matteo, posso benissimo stare senza cellulare, ma avrei voluto scambiare quattro
battute di spirito con tua madre. Cos, per ristabilire un po' di distanza dagli ingombri del presente.
L'ultimo anno  stato pesante."
"L'ultimo anno  sempre pesante, pa'."
Matteo aveva gestito con profitto una sessione di corsi dedicati al supporto psicologico per i
ritirandi.
Umberto non aveva partecipato.
Non perch non ne avesse bisogno, e neppure per non mettere in difficolt Matteo o qualche
suo giovane collega.
Non aveva partecipato perch la sua compiacenza non sarebbe mai arrivata fino al punto di
accettare la filosofia dell'adattamento progressivo.
No, lui no.
Lui non avrebbe mai volontariamente e consapevolmente partecipato a un corso di preparazione
al ritiro.
Lui era di un'altra razza, di un'altra pasta. Avrebbe ottemperato ai nuovi obblighi, ma senza
collaborare.
Del resto: erano i primi, no? Si era ancora nella fase sperimentale.
Si sperimenta su di te e tu che cosa fai? La cavia in camice bianco, che si fa inoculare il veleno
sottopelle e poi, tutta contenta, corre a far girare la ruota nella gabbietta?
Strinse un pugno. Si guard la mano.
Le vene in rilievo, le dita lunghe, le unghie perfettamente limate.
Mantenersi in ordine, non dare spettacolo. Ecco, che cosa doveva imporsi. Da una settimana
non faceva altro che darsi dei compiti, elaborare strategie di resistenza, sfidarsi. Eppure, niente doveva
trapelare all'esterno di quell'inesausto lavorio interiore. Niente doveva essere visto. Niente di
scomposto, niente di drammatico.
Neanche a sporgersi per guardarlo da vicino, come, da quando gli era toccato rinunciare alla
potente difesa del ruolo, chiunque poteva fare. Chiunque, in ogni momento. Dato che non possedeva
pi filtri, segretarie, agende, priorit, impegni.
Era "sceso dal piedestallo", come qualcuno aveva detto, con un'espressione infelice. Ti
toccher scendere dal piedestallo.
Scendere, e camminare in mezzo agli altri.
Non poteva giurare che nessuno lo riconoscesse, anche se, nelle ultime quattro settimane,
dall'arrivo della lettera in avanti, aveva avuto modo di registrare un ridursi drastico dell'attenzione su
di lui.
Perfino le segretarie s'imbambolavano quando impartiva indicazioni.
Chiuse gli occhi, per difendersi da una eventuale curiosit degli altri viaggiatori.
Ecco qua, io sono il tipo che, negli spostamenti, risparmia le forze.
Non mi guardo attorno, non cerco il contatto, non mi interrogo sulla destinazione.
Del resto: una delle prescrizioni non era forse aumentare le ore di sonno?
"Lei ci riesce a dormire a comando?" chiese l'uomo seduto al posto 73 che, effettivamente,
l'aveva riconosciuto e moriva dalla voglia di attaccare discorso.
Umberto non rispose.
"Lei riuscir a dormire di pi? Io no. L'et vuol dire anche questo. Ti sei svegliato per tutta la
vita alle sette meno un quarto, come puoi cambiare ritmo cos, dall'oggi al domani?"
Umberto si impose di restare con gli occhi fermi, le palpebre abbassate, cerc di regolarizzare il
respiro, di appesantirlo fino a riprodurre lo stato di temporanea assenza del sonno, quel sopravvento del
corpo che fa vibrare il velopendulo.
"Dorme, beato lui," disse l'uomo del posto 73 all'uomo appoggiato al finestrino.
Umberto si compiacque della sua simulazione.
L'avrebbero lasciato in pace.
Stava identificando, con una certa precisione, la pi sgradevole fra le sensazioni che lo
opprimevano. Quell'omogeneit da scolaresca. Tutti uomini. Tutti della stessa et. Nati nel medesimo
anno, a distanza di pochi giorni l'uno dall'altro. O addirittura nello stesso giorno.
Un treno di gemelli diversi, intrappolati nelle proprie biografie.
Per tutta la vita, lui, era stato un capobranco, un maschio alfa, un pesce pilota. Si era smarcato
dalla mediocrit con l'impegno di chi la teme. Era stato un allievo brillante, un giovane ribelle, un
quadro dirigente precocemente autorevole, un leader amato nella norma e detestato senza acrimonia.
Dall'alba della carriera scolastica fino al termine della carriera professionale (un termine imposto dalla
legge e non certo motivato da un affievolirsi delle forze) era stato sempre scelto, tirato fuori dal
mucchio e messo nel primo banco. Sempre, da quando aveva memoria. E questo gli aveva consentito di
essere affabile, cortese, democratico, perfino modesto. La sua superiorit era nei fatti, non chiedeva
d'essere riconosciuta n dimostrata, non nutriva dipendenze, n dalle lusinghe dei sottoposti n dalla
virile competizione fra pari.
Aveva coperto con naturalezza ruoli difficili.
Nessuno sforzo, era la stoffa di cui era tessuto.
E adesso? Doveva abituarsi a sparire nel gruppo?
Improvvisamente, si accorse che avrebbe voluto veramente addormentarsi.
La conversazione, nonostante i tentativi del suo dirimpettaio, era naufragata nel silenzio.
Si chiese se fosse cos anche sul treno che portava al ritiro le donne. Anche l silenzio?
Non certo Elisabetta, quando toccher a lei... sorrise interiormente ripensando all'ultima
settimana.
Era stata magnifica.
Non una parola da luned a venerd. E quando lui, il sabato, davanti a un brasato al barolo, le
aveva detto: "Allora, vogliamo parlarne?" lei l'aveva guardato, gli aveva sfiorato una mano e poi gli
aveva regalato una risata irresistibile, di quelle contagiose, che ti fanno arrivare alle lacrime passando
per tutte le parti cave del corpo e svuotandole da ogni possibile veleno.
Aveva riso anche lui.
Poi, asciugandosi gli occhi, l'aveva rimproverata: "Ti sembra davvero cos divertente?"
"No. Non  divertente. Ma non  una cosa seria. E delle cose poco serie  bene ridere."
Si era ricomposta. E nei suoi occhi del colore della paglia lui, poich soltanto lui era in grado di
decifrarlo, aveva colto un lampo di scherno.
Elisabetta. L'irriverente Elisabetta.
Aveva ragione.
Non era una cosa seria.
Doveva viverla cos, come un gigantesco innocuo scherzo.
Anche se gli stava togliendo la libert.
2.
"Hai ricominciato a fumare, mamma!" disse Matteo. Federica le sfil la sigaretta dalle dita con
un gesto di routine repressiva, la spense nel piattino sotto la pianta di azalea e le baci i capelli.
Elisabetta prese un'altra Camel dal pacchetto e se la accese lentamente.
Ora l'avrebbero sgridata con affetto e canzonata con rispetto, ce la mettevano tutta per
comportarsi secondo la norma.
Affettuosi, protettivi, marcatamente allegri e tuttavia autorevoli, in quel rovesciamento di
relazione fra genitori e figli che le nuove regole imponevano.
"Lo sai che ti fa male. Che fa male. In assoluto. Tra l'altro  anche vietato. Noi facciamo finta
di non vedere, ma tu lasci sempre la porta aperta, Nadine fa entrare chiunque... uno varca la soglia
annusa e ti denuncia... sai che bella pubblicit per Matteo. Mi piacerebbe sapere dove le compri adesso
che Umberto..."
Federica s'interruppe. Arross.
Poi rise per correggere il senso di imbarazzo che quel rossore improvviso denunciava.
"Oh, be'... non facciamo quelli che camminano sulle uova. Non c' un interdetto, mi pare. Non
dichiarato, almeno. Si pu nominare tuo padre, Matt? O dobbiamo girare al largo dal discorso?"
Matteo la guard. Altre volte la bellezza di sua moglie, quella perfezione prosperosa benedetta
da un'incolpevole volgarit, l'aveva aiutato a dissolvere il fastidio per come si muoveva o parlava.
Non sempre.
Non quando si trovavano, tutti e due, in presenza di sua madre.
"Piantala, Fede," disse severo.
Era la prima volta che tornava a casa (continuava a chiamarla cos, come se l'appartamento in
cui abitava con Federica non avesse i requisiti necessari) dopo la partenza di suo padre ed era in ansia.
Elisabetta prolung il silenzio finch Federica si fu sdraiata sul divano sbuffando. Osserv i
lunghi polpacci abbronzati che sbucavano dai calzoncini aderenti, i magri piedi dalle unghie laccate di
blu, i sandali con il tacco sottile rovesciati sul tappeto.
Poi disse: "Parliamone invece. Siete venuti a vedere come me la cavo nel primo tempo della
mia coatta vedovanza?"
"In un certo senso..." disse Matteo, sedendosi davanti a lei, al tavolino rotondo.
"Bene. Me la cavo bene. Benissimo, grazie."
Si alz, li comprese entrambi in un unico sguardo conclusivo: "E adesso potete andare."
"Tua madre ce l'ha con noi," disse Federica.
"Siediti, dai, parliamone..." disse Matteo. " normale che tu ne risenta, puoi chiamare il
numero verde,  di un'efficienza incredibile, voglio dire... per essere in fase sperimentale. Tu chiami e
ti fissano un appuntamento."
"Tua madre non ci vuole andare a parlare con gli operatori. Come tuo padre non ha fatto il
corso di propedeutica al distacco. Sono... diversi. I miei sono parecchio pi giovani ma quando sar il
momento andranno e diranno e ascolteranno.  una questione di carattere."
Matteo si pent di essersela portata dietro. Doveva dirle vado da solo, con tutta l'autorit che,
sotto sotto, Federica gli riconosceva.
Elisabetta la stava guardando con una sorta di pacifico disgusto, come se fosse un verme raro,
posato sulla seta dei cuscini.
"Capisco la vostra preoccupazione, ragazzi, ma non ho bisogno di niente. Perci... arrivederci e
grazie."
Li spinse fuori.
Erano recalcitranti. Pens che avrebbero litigato. Che Matteo avrebbe accusato Federica
d'insensibilit, e Federica Matteo d'ipersensibilit.
Li guard dalla finestra.
Pens che erano destinati a lasciarsi.
Come del resto era normale. Da quando fare sesso era diventata una forma obbligata di
ginnastica, l'altra met del letto la occupava il tuo trainer preferito, che spesso diventava il tuo partner
abituale, ma poteva essere sostituito quando ti andava una specialit erotica che non era nel suo
bouquet selezionato.
Matteo la sostituiva poco, Federica.
Almeno per quanto ne sapeva sua madre.
Federica, invece, nutriva un giro vorticoso di compagni e compagne. Era la pi sportiva dei due,
la pi performante. Era perfettamente adeguata ai tempi.
Ventiquattro anni, genitori sotto i cinquanta, marito sulla trentina.
Era l'eroina dell'impresa che sarebbe culminata l'anno dopo, con la nascita di un bambino.
O una bambina. Su questo c'era libert di scelta. Non sui tempi.
Nel venticinquesimo anno d'et correva l'obbligo di riprodursi.
Se non lo facevi, dovevi dimostrare una impossibilit fisica, obiettiva, cartelle cliniche alla
mano. Se non presentavi adeguata documentazione ti venivano prescritte analisi, controlli, esami.
Se l'apparato riproduttivo risultava idoneo, non avevi alcun diritto di sottrarti al tuo dovere nei
confronti della specie.
Frasi come "non mi sento pronta" o "non ne sento la necessit", arzigogoli come "non voglio
mettere in questo mondo un altro essere umano" erano banditi.
L'idea era quella del ritorno alla natura, una regressione guidata al buon tempo antico, quando il
dottor Pinkus non aveva ancora sollevato le femmine dal loro destino di operaie procreatrici.
A Elisabetta l'insieme delle nuove regole pareva un'utopia repressiva, ma non osava formulare
il giudizio nemmeno con se stessa.
Matteo le aveva consigliato: "Vedila come una lotta alle derive dell'individualismo ambosessi.
Hai visto anche tu a che punto eravamo arrivati, no?"
Matteo. Partorito trentaquattro anni prima in seguito a un amplesso imprevedibilmente non
protetto, per distrazione o segreto desiderio, quando Elisabetta aveva 22 anni. Si chiese se lo
spermatozoo preposto all'impresa di ingravidare Federica sarebbe stato quello di Matteo, per contatto
diretto e in chiave di reciproca soddisfazione, oppure se il padre del nuovo figlio della patria sarebbe
stato una goccia di liquido seminale estraneo, acquistato alla banca centrale dei bambini, e
opportunamente inoculato nella cavit preposta.
Chiss se sar introdotta nel vasto mondo una creatura che, geneticamente, mi risulter nipote.
Oppure no. Elisabetta si sforz di sorridere. Da quando Umberto era partito, si sentiva come se
qualcuno, appostato da qualche parte, la osservasse ininterrottamente.
Un occhio, una telecamera.
Le pareva, a tratti, di guardarsi vivere, memorizzava ogni gesto, ogni pensiero. Quasi dovesse,
poi, una volta ottenuto il permesso di ricongiungersi con il suo compagno, ragguagliarlo sugli sviluppi
delle sue giornate.
Sentiva l'assenza di Umberto con una concretezza che soverchiava la nostalgia per l'anno
appena trascorso, quando arrivavano a casa, tutti e due stanchi, e si spogliavano contemporaneamente,
sfiorandosi nella cabina armadio, per la fretta di levarsi di dosso i vestiti impregnati dai fiati di tutte le
persone che avevano incontrato, ascoltato, archiviato (una specie di polvere sociale) e subito si
mettevano a parlare.
Federica era, sempre pi spesso, l'oggetto delle loro conversazioni serali. La giovane-donna per
antonomasia.
Il paradigma vincente.
La vergine promiscua, trasgressiva per obbedienza. Il suo erotismo quotato in borsa, le sue
inappuntabili priorit...
Negli ultimi tempi si era instaurata, fra lei e Umberto, un'allegria antagonista. Ridevano della
vita come si era andata configurando. Ridevano delle nuove normative, di quella pletora di regole in
cui, dopo gli anni del grande disordine, tutti parevano essersi accomodati, con un sollievo da naufraghi.
Nonostante l'esperienza accumulata e l'abitudine al libero arbitrio, nonostante il diritto
individuale a sbagliare ed eventualmente pagare di persona, la maggior parte dei loro coetanei
sembrava felice di avere un posto assegnato, una funzione riconosciuta, un limite, un destino.
Loro no, non lei e Umberto, no.
Loro dubitavano e ridevano e, di tanto in tanto, quasi con timidezza, si domandavano che fine
avessero fatto i pi vecchi.
Erano stati i primi a partire, e senza tante fanfare. Destinazione: un non meglio identificato
luogo di cura e di riposo. Umberto aveva detto: se fosse ancora vivo Muller, andrei a cercarlo, andrei a
trovarlo, andrei a controllare come lo trattano. Ma Muller, mitico professore di filosofia, era molto
opportunamente morto per tempo. O almeno cos le aveva raccontato Umberto. Altri "veri vecchi" non
ne conoscevano, avendo perso da un pezzo i genitori, e non avendo alcun motivo per frequentare gente
di ottant'anni o novanta.
Forse anche noi, inconsciamente, tendiamo a rottamare chi ci ha preceduto, aveva concluso
Umberto.
Poi le aveva sfiorato una natica e l'aveva invitata a entrare nell'acqua calda e profumata di sali
marini.
Negli ultimi tempi capitava che, dopo essersi spogliati, si buttassero nella vasca da bagno
ottagonale insieme.
Umberto aveva incominciato, nell'ultimo anno, a rallentare il ritmo del lavoro.
Non doveva pi aspettarlo fino alle undici, non le toccava sedersi di fronte a lui al tavolo del
salone e guardarlo mordere una mela e un pezzo di formaggio, con la voracit distratta di chi si 
nutrito d'altro.
Negli ultimi tempi era capitato a lei, pi d'una volta, di mollare a met una riunione e correre a
casa per non lasciarlo solo.
Lui usciva dall'ufficio alle sei, ormai. Come i gradi inferiori nella gerarchia delle responsabilit.
E lei non sapeva mai come l'avrebbe trovato. Di che umore.
Cos staccava prima, sconvocava, riconvocava, rimandava.
Le sue uscite anticipate venivano salutate con sospetto. Ma lei non ci faceva caso.
Bene: adesso non ce ne sarebbe stato pi bisogno, di sgusciare fuori dall'ufficio in anticipo.
Prov a sentirsi libera. Non  sempre domenica. Il giorno dopo, l'inevitabile luned, sarebbe
andata a lavorare senza il fastidioso retropensiero che l'aveva oppressa per tutto l'anno appena
trascorso: devo stargli vicino, devo approfittare, finch posso, della sua presenza. Ed eventualmente
aiutarlo.
Dobbiamo ridere insieme di Federica.
Dobbiamo commentare e confrontare e decodificare e immaginare la curva dei possibili nefasti
sviluppi della situazione per cos dire "politica", come due congiurati, perch siamo esattamente
questo, due potenziali congiurati, creature precedenti, figlie dell'ordine dismesso. E rimosse insieme al
disordine in cui tutto  naufragato.
Prov a sistemarsi nella parte dell'oppressa. Una vittima, una vedova azzurra. Ma non le
piaceva. Non le era mai piaciuto sentirsi in credito col mondo, preferiva aver torto che doversi
considerare incompresa, perseguitata o malintesa o discriminata.
Le piaceva svolazzare fra i pericoli e le malinconie della vita con la leggerezza dei principianti,
coraggiosi per ignoranza e benedetti da un costante stato di meraviglia. Le piaceva e ci era sempre
riuscita.
Anche quando la situazione si era fatta pesante.
Aveva continuato a giocare con ostinazione, finch c'era stato Umberto.
Bene. Adesso il gioco  interrotto, pens.
Non c' pi nessuna certezza.
Neppure che ci rivediamo. Io e lui. E io non so giocare da sola.
Meccanicamente, cercando la pace dei gesti quotidiani, Elisabetta si spost nella grande cucina
invasa dai raggi di un sole obliquo, la cui forza era direttamente proporzionale alla consistenza delle
nuvole nere attraversate e parzialmente dissolte.
Un sole da dopo temporale. Luminoso e imprevisto e feroce.
Spalanc quasi con rabbia la porta finestra del giardino. Uno strepito di uccelli la invest senza
farle piacere.
Era il 9 di gennaio, c'erano 19 gradi centigradi. Quando il sole completer la sua battaglia
contro quei residui di grigio si arriver a 22-23 gradi, pens Elisabetta.
Gli uccelli partivano e tornavano, disorientati per la scomparsa dell'inverno. Plotoni di V nere
che si scontravano sopra le cime degli alberi, cinguettando stizzite.
Elisabetta chiuse la porta escludendo i profumi del giardino.
Accese la macchina del caff e lo guard scendere nella tazzina di porcellana decorata di rose
rosa.
Le sarebbe costato rinunciare agli oggetti delicati e raffinati di cui si era circondata per tutta la
vita. Tazzine, vassoi, la teiera blu. I calici ereditati dal padre di suo padre. Cos sottili, con quei festoni
incisi nel cristallo, come ricami.
S, le sarebbe costato.
Un olocausto. Sent l'orlo della porcellana di taglio sulle labbra.
Spoliazione. Ho quattro anni per abituarmi.
Ho quattro anni per non pensarci.
Umberto aveva fatto cos. Non un pensiero prima della lettera.
Ma Umberto aveva conservato una vocazione all'adeguamento che lei non sapeva, non poteva
raggiungere.
Un fondo di virile disciplina.
L'ordine  sempre patrilineare. In un modo o nell'altro.
Nadine, di ritorno dal suo pomeriggio di libert, si affacci alla porta della cucina.
"Ha bisogno, signora?"
Elisabetta la conged con un gesto leggero e un sorriso. Tutto bene? Ti sei divertita? Se anche
avesse avuto bisogno di qualcosa non glielo avrebbe detto: da quando s'era incominciato a parlare del
ritiro di Umberto, Nadine si era sintonizzata su un broncio da vittima del lavoro subalterno. Eseguiva
svogliatamente le sue mansioni, e pareva rianimarsi soltanto quando c'erano Matteo e Federica a cena.
All'improvviso, e con una violenza difficile da dominare con il silenzio, Elisabetta si sent
investire da un'ondata di rabbia.
"Ah," grid, poi grid ancora: "Aaaah!"
Sent aprirsi e chiudersi la porta della stanza di servizio.
"Esco," disse a Nadine, a se stessa. Alla casa vuota.
3.
Federica accese la musica diffusa e sgusci fuori dall'aderenza dei vestiti con un paio di mosse
di danza, non passi, piuttosto slittamenti dei fianchi.
Vide il suo corpo nudo riflesso nelle pareti di specchio.
Le luci presero a illuminarla, a scatti, di colori diversi, come in una vecchia discoteca. Per
qualche minuto continu a ballare e a guardarsi.
Poi incominci ad aspettare Matteo.
Alz il volume, la musica  un segnale convenuto.
L'obiettivo l'hanno centrato con la consueta precisione, quelli di My Mood. Federica ha
digitato: sesso+malinconia. E vai con un rock languido. Melodico quanto basta ad agganciarti, e poi la
band accelera, mostra le zanne, e parte, le percussioni contrastano i violini fino a zittirli, esplode la
velocit e un gigantesco volume di suono ti si riversa addosso. Devi soltanto lasciarti travolgere.
Sesso+malinconia. Rischio scazzo 3B. Serata difficile. Vorrei portare a casa un po' di piacere,
please. Anche se lui  arroccato sulla pesantezza.
Federica prov a consegnarsi interamente al ritmo.
Perdere i pensieri, perdere le parole. Ballare  bello. Comunque.
Godimento solitario? Avrei cliccato quello se avessi voluto quello.
Invece voglio lui.
Un sottile senso di dispetto le impediva di sciogliersi completamente.
Apr gli occhi e vide Matteo sulla soglia della camera da letto.
Intensific fino al limite delle sue possibilit di seduzione carnale l'ondeggiare dei fianchi, delle
spalle, dei glutei.
Come una ballerina sul palcoscenico scelse Matteo in una ipotetica massa scura di uomini
presenti e adoranti. Lo guard fisso, gli occhi accesi di cupidigia passiva, la preda armata che punta il
cacciatore.
Matteo rest a guardarla.
Una professionista che non ha perso la passione dei dilettanti.
Appetitosa e stucchevole, come una torta troppo dolce.
"Sembri disossata," disse e spense la musica diffusa, schioccando le dita in direzione del
sensore.
Federica continu a muoversi a ritmo rallentato, mentre la pelle incominciava a produrre
minuscole gocce di sudore.
"Ho capito, stasera hai deciso di essere uno stronzo."
Si ferm, come per esaurimento delle batterie.
Matteo entr in bagno e le tir addosso l'accappatoio.
"Un pugile nel suo angolo," disse Federica.
"Esci o chiami qualcuno?" chiese Matteo, se l'era seduta in braccio e le stava pettinando i
lunghi capelli umidi di sudore.
"Fammi la treccia," disse Federica.
Matteo prese a dividere le ciocche e a intrecciarle.
"Se chiami qualcuno dimmelo che vado a dormire da mia madre."
"Non esco e non chiamo nessuno. Ti sembrer buffo ma voglio scopare con te. Lo sai che
giorno , no? Fra diciotto giorni compio venticinque anni. Non mi va di fare le cose in fretta. Non mi
va di andare in giro, non mi va di scegliere altri che poi magari sbaglio. Quindi. Se eri carino e si
ballava okay, sarebbe stata una serata di estasi dei sensi. Visto che sei di umore stronzetto basta che ti
fai venire un'erezione e mi semini 'sto benedetto bambino, tanto perch tu lo sappia  in corso un'orgia
di ovuli nelle mie parti basse."
Federica si alz, si tolse l'accappatoio e lo lasci scivolare sul pavimento.
I capelli le facevano male per quanta forza Matteo aveva investito nell'intrecciarli. Le tiravano
le arcate sopracciliari, la fronte. Si sentiva addosso un'espressione di altezzoso stupore.
Voleva farsi guardare.
"Sei molto bella," disse Matteo, come muovendo una bambola, la fece voltare. Le sfior la
spina dorsale. "S, molto molto bella. Dovresti sempre andare in giro con una lunga treccia bionda che
dondola fra due magre scapole nude."
Le tocc la natica sinistra con una sculacciata.
"E adesso va' a far felice qualcun altro. Io voglio rimanere stronzetto. Domani ho una giornata
pesante."
Federica si chiuse in bagno.
Matteo ascolt la doccia scrosciare, con sollievo.
Sedette in cucina con gli appunti del discorso per suo padre.
Voleva rileggerlo, non voleva che Federica se ne accorgesse.
In casa c'erano soltanto due stanze, la camera da letto e un salotto sghembo. La cucina era
piccola e odorava di muffa per i monopasti ipoproteici che Federica si ostinava a cuocere al vapore.
Non l'avrebbe mai ammesso ma sapevano di muffa, di carta ammuffita.
E quell'olezzo scoraggiante saturava l'ambiente.
Matteo apr la finestra.
Fra quattro anni, quando anche Elisabetta sarebbe partita per il ritiro, si sarebbero stabiliti a
casa. "In villa," diceva Federica. O tutti e due, in questo caso in tre con il bambino, oppure lui da solo,
se si fosse sciolto il matrimonio, cosa che gli pareva probabile o impossibile a giorni alterni.
Federica se ne moriva dalla voglia di lasciare quell'appartamentino angusto. Non faceva che
cantare le lodi del grande giardino con gli aranci, le agavi, le azalee, il campetto da tennis e il roseto.
Tua madre sola in tutto quello spazio. Uno spreco inammissibile.
Questo il ritornello dei giorni antipatici. L'altro era: sarebbe felice. Le terremmo compagnia.
Ma se avesse voglia di compagnia ci avrebbe invitati, ti pare?
Era una diatriba ricorrente, da quando Umberto era entrato nella fase propedeutica al ritiro.
Secondo la regola, partito il genitore di sesso maschile, che quasi sempre era anche il pi
vecchio, i figli avevano diritto a stabilirsi nella casa disertata dal padre. Il genitore ancora attivo non
poteva impedirlo. Non secondo la regola.
Ma ovviamente molto dipendeva dalla sensibilit dei figli.
C'erano fratelli e sorelle che litigavano. C'erano fratelli e sorelle che si spartivano il bottino in
armonia.
C'erano madri che non vedevano l'ora di accogliere i figli e riempire di vita il vuoto lasciato da
esseri umani cari, ma comunque arrivati a scadenza. C'erano madri cos devote al nuovo corso da
lasciare l'intera casa ai figli prendendo in cambio la loro, quasi sempre pi piccola e misera. Dicevano
frasi come: voi avete bisogno di spazio, noi dobbiamo abituarci a farne a meno.
Le notizie sulla logistica del ritiro erano scarse e alonate di leggenda, ma si sapeva che s'andava
a stare in camere singole, per gli ottimisti in una camera e cucina.
Poi c'erano le madri come la sua, che i figli non li invitavano affatto, che non licenziavano la
cameriera per abituarsi a far da sole (i ritirati non potevano, ovviamente, farsi servire da personale
proprio, era illegale), che non temevano la solitudine.
Erano una minoranza, le madri come la sua.
Come erano una minoranza le madri che se ne andavano per prime, in quanto sposate con
uomini pi giovani. Erano una minoranza anche le coppie genitoriali che arrivavano alla scadenza di
uno dei due coniugi essendo ancora una coppia, ancora insieme. Sua madre era una minoranza nella
minoranza.
Non si era fatta vedere alla cerimonia. L'unica, fra le poche ancora accoppiate, che non aveva
sentito il bisogno di prendersi la sua parte di applausi.
A Matteo era dispiaciuto, anche se aveva cercato di contrastare quel sentimento cos infantile.
Aveva scritto un bel discorso, avrebbe voluto che lei lo ascoltasse.
"Mamma non  venuta?"
"Tua madre? Lo sai come la pensa..."
E tu, come la pensi tu? Avrebbe voluto chiederglielo, proprio l, nella sala del consiglio, mentre
prendeva posto dietro il vetro, insieme a una cinquantina di uomini nati insieme a lui e tutti, in un modo
o nell'altro, meno in forma, meno eleganti, meno sicuri di s.
Non gliel'aveva chiesto.
Del resto, non avrebbe risposto, se non con qualche formula evasiva.
Era un uomo di mondo.
Aveva presieduto consigli di amministrazione abbastanza a lungo da essere perfettamente in
grado di occultare, con scrupolo, tutto quello che non doveva essere mostrato.
Non aveva bisogno di sostegno, non rischiava di rendersi ridicolo, esternando emozioni
negative.
Cos Matteo era andato a sedersi nell'emiciclo destinato ai figli, in attesa del suo turno. Senza
portarsi dietro niente di pi personale di una virile stretta di mano.
"Sono curioso di ascoltare il tuo discorso di commiato, figlio mio."
Prese i fogli stampati dalla borsa. Nel silenzio sent esplodere qualche colpo d'arma da fuoco.
Evidentemente Federica aveva deciso di non uscire. E non aveva neanche chiamato uno dei suoi
partner.
Stava giocando. E probabilmente era arrabbiata.
Peggio per lei.
Matteo incominci a rileggere il suo discorso.
"Umberto Delgado  mio padre, da lui ho imparato prima a raggiungere e poi a mantenere la
posizione eretta, a controllare gli sfinteri e le emozioni, a dare un nome agli oggetti, a riconoscere i
sentimenti, e poi a comunicarli, a darmi degli obiettivi, a elaborare la frustrazione per non averli
raggiunti e poi a darmi nuovi obiettivi. Tutto ci che ho imparato da Umberto l'ho imparato imitandolo.
 stato l'esempio di maschio adulto su cui mi sono formato. Ritengo di essere stato benedetto dalla
fortuna, per aver ereditato i suoi geni e per aver potuto godere della sua intelligenza fin dall'inizio della
mia carriera di umano.  stato un bell'aiuto e io gliene sono grato. Gli sono grato di aver parlato e
taciuto con un impeccabile senso dell'opportunit. Umberto Delgado, mio padre,  un membro vincente
di questa comunit. Si  laureato in scienze politiche con ottimi voti. A ventiquattro anni era
ricercatore, a ventisette professore associato, a trentaquattro aveva una cattedra all'universit. A
quaranta si ritirava, stanco di essere un barone. Entrava come direttore del personale alla Finmeccanica.
E poi da l, direttore generale e quindi amministratore delegato. Per non tradire il suo passato di
intellettuale scriveva e pubblicava, con cadenza annuale, quattro ponderosi saggi, uno sulla
rappresentanza, uno sulla degenerazione dei partiti politici, uno sulla riorganizzazione dell'etica
condivisa in assenza di religioni o ideologie, uno sulla funzione della sconfitta nella formazione
dell'essere umano."
A questo punto si era interrotto, aveva guardato suo padre che, come tutti gli altri prima di lui,
ascoltava in piedi l'arringa del figlio, e gli aveva chiesto: "Dico bene, pa'? Ho dimenticato qualcosa?"
Era serpeggiato, fra gli astanti, un mormorio di scandalizzata approvazione.
Il discorso dei primogeniti non prevedeva quel tono confidenziale, ma il Delgado, fra la piccola
folla di ritirandi, era certamente un numero uno e, bench il processo di raggiungimento del limite
anagrafico funzionasse come una livella, un trattamento privilegiato non era da considerarsi
inaccettabile.
Matteo rivide suo padre sorridere e chinare la testa in una imitazione di modestia molto
opportuna.
Risent il breve applauso con cui il gesto fu accolto.
Era stato un bel momento.
E di nuovo gli dispiacque che Elisabetta avesse snobbato la cerimonia. Con un brivido cerc di
scacciare un pensiero molesto: che cosa sarebbe accaduto fra quattro anni. Anche sua madre era un
numero uno, e questo aveva reso la coppia non gi pi fragile, come sarebbe stato ovvio e normale,
bens pi forte. Una micidiale alleanza fra pari.
Si chiese se avrebbe consentito a Federica di recitare il discorso di commiato per sua madre...
quando non c'erano figlie femmine si incaricavano le nuore, soprattutto se, come era nella regola, erano
gi madri del previsto nipotino. In mancanza di nuore toccava a qualche giovane donna scelta dalla
ritiranda. Elisabetta ne aveva tante sotto di lei. Tutte molto fedeli, non essendo pi l'ambizione
personale bens un'alternanza obbligata, quella che consentiva l'accesso ai piani alti. Fedeli e
intellettualmente ben attrezzate.
Sarebbe stata una di loro a tenere il discorso?
Francesca, con quegli occhi da cerbiatta predatrice, Claudia, con il suo fisico da kickboxer, o
Maddalena, cos marcatamente soave...
Non voleva pensarci. Richiuse la cartellina. Gli spari, le sirene e quell'impasto stridente di
cingolati e gabbiani s'erano interrotti all'improvviso. Dalla camera da letto giungeva un imprevedibile
silenzio.
Non era normale.
Matteo si alz controvoglia, si affacci alla camera da letto, il megaschermo pulsava di una
intermittente luce rossa trasformando il buio in penombra. Federica, gli occhi chiusi, la treccia sciolta,
era appoggiata a quattro cuscini sistemati uno sull'altro, in scala, a formare una morbida parete obliqua.
Nuda e inerme, pi che addormentata pareva afflitta da una malattia respiratoria, di quelle che ti
impediscono la posizione supina. Matteo rest a guardarla.
Era capace di restare immobile per ore, disciplinando il respiro che, tuttavia, era troppo
controllato per evocare il sonno. Quando giocava dava il meglio di s. Si impegnava con la seriet dei
bambini. In qualsiasi gioco, elettronico, competitivo, di imitazione.
Questo era di imitazione. Lei era una malata terminale bellissima e lui il chirurgo che voleva
salvarla.
Lentamente, come eseguendo qualcosa cui non poteva davvero sottrarsi, Matteo le sfior la
fronte con una carezza. Federica modul un gemito, poi gli afferr il polso e lo costrinse a cadere sul
suo corpo. Poi a scivolare sul letto, a consentirle di salire lei su di lui, di aprirsi un varco fra i vestiti e,
alla fine, di impugnare il suo sesso con un gesto di sbrigativa esattezza.
Non cerc di ritardare l'inevitabile percorso dell'eccitazione, non era necessario n desiderato,
non in quel momento. Il desiderio non era in discussione, quella sera, o forse lui aveva perso il diritto a
goderne i benefici quando aveva rifiutato la fase della stimolazione musicale.
Federica voleva assorbire il suo seme, le modalit dell'atto le erano indifferenti, addirittura
estranee. Ci teneva a concludere, perci aveva licenziato la sua naturale sensualit, non intendeva
essere altro che l'umile custodia dell'incontro fra un ovocito e uno spermatozoo. Un anfratto di terra
fertile, un tabernacolo, il tempio dedicato all'attivit del procreare.
Accolse perci l'eiaculazione con uno stupefacente canto di vittoria. Aveva una voce tagliente e
intonata.
Prese a dimenarsi seduta a cavallo del corpo di Matteo, contraendo e allentando i muscoli
pelvici sul sesso di lui.
E cantando.
Erano parole di un inglese inventato, ma suonavano come un inno alla gioia.
4.
"Nel primo mattino della mia nuova vita, mi sono svegliato con una leggera emicrania," disse
Umberto a bassa voce, guardandosi nello specchio del bagno. Poi aggiunse, rivolto a quel crudele
primo piano mal illuminato: "E sto incominciando a parlare da solo." Si tocc l'unica ruga che gli
attraversava la fronte. Prese tra il pollice e l'indice la pelle di una guancia, poi la pelle del collo.
Dovrei impegnarmi nel processo di dissoluzione, disse. Che le mie fattezze si adattino al mio
destino, almeno.
 una questione di coerenza.
Fece un passo indietro e prov a fare amicizia con l'ambiente in cui avrebbe eseguito, giorno
dopo giorno, sera dopo sera, le funzioni primarie del ricambio e dell'igiene personale.
Lo specchio era piccolo, il lavandino non era, come avrebbe dovuto essere, incastrato in un
ampio piano di marmo. Era invece angusto, attaccato a un rettangolo di muro piastrellato di bianco, e
sotto, in un'intollerabile imitazione d'eleganza, c'era un panciuto armadietto di legno laccato verde, in
stile Settecento veneziano. La doccia era dietro una tenda di plastica azzurra e non dietro una mobile
parete di cristallo.
"Un bagno avvilente," disse Umberto.
Eppure, la sua "sistemazione", come l'aveva chiamata la giovane signora che li aveva accolti,
era di tipo A.
"A come serie A?" aveva chiesto, provando a eliminare ogni accento rivelatore di qualsiasi
sentimento, proprio o improprio, dalla sua voce.
"A come alberghiera," aveva risposto la signora, lasciando intendere che s, comunque, si
trattava di un privilegio.
L'albergo era un grande casale di campagna, affacciava su una piscina termale perpetuamente
brulicante di teste d'uomo incappucciate di plastica azzurra, ed era circondato da un mareggiare di
colline morbide e sinuose.
La natura intorno alla costruzione era ricca e ordinata, con gli alberi che, al calar del sole,
venivano illuminati dal basso, da generosi fanali gialli. I rami erano gi irti di gemme, per quella
latitanza dell'inverno. Di notte, nel nitore del buio, si alzava una coltre di vapore dall'acqua calda delle
vasche, come in un inferno ben attrezzato e benefico.
La stanza numero 133, che affacciava proprio sulla piscina, era abbastanza grande, il
pavimento, ricoperto da una stuoia di cocco dello stesso colore delle tende, conferiva all'insieme una
sobria e igienica eleganza.
Il letto era singolo e questo dettaglio aveva causato, a Umberto, un soprassalto di dolore.
Di tutta quella burocratica rivoluzione, l'unica cosa che davvero non aveva capito era la
separazione dei sessi.
La sera prima, all'arrivo, quando tutti erano scesi dal treno decorato e imbandierato, ed erano
saliti su una decina di pulmini azzurri, aveva inutilmente cercato presenze femminili.
Niente, non una querula o tintinnante risata, nessuna voce di soprano o contralto, tutti bassi
baritoni e tenori. Un mono-tono maschile. Omogeneo per genere e generazione.
Tutti uomini, tutti obbligatoriamente singoli.
Come se il concetto stesso di ritiro non potesse andare disgiunto da un'idea di clausura
conventuale. Come se tutti loro, per la maggior parte ancora forti, sani e coinvolti in una fitta rete di
relazioni con donne, dovessero attenersi a un voto di castit non ufficialmente imposto dalla nuova
legge, ma previsto da un misterioso statuto anagrafico.
Per la prima volta si era dispiaciuto di non aver partecipato ai corsi propedeutici.
Avrebbe potuto chiedere chiarimenti.
Gli avrebbero spiegato, e se la spiegazione fosse stata insufficiente, avrebbe chiesto maggiori
dettagli e glieli avrebbero forniti.
Troppo tardi.
Non l'aveva fatto, per superbia. E ora gli mancavano gli elementi base per comprendere
appieno la sua situazione.
Era prigioniero in un paese di cui si era rifiutato di imparare gli usi e i costumi, la lingua, la
cultura.
E qualsiasi pentimento tardivo non avrebbe fatto che peggiorargli l'umore.
Si butt sul letto. Aveva dormito un sonno leggero e intermittente.
Senza riuscire davvero a dimenticare la giornata che voleva lasciarsi alle spalle.
Aveva dormito vestito, si era tolto soltanto la giacca.
Si chiese, buttando la camicia sporca sul pavimento, chi gliel'avrebbe lavata.
Continuava a produrre domande.
E non sapeva a chi porle.
La cerimonia dell'arrivo, con l'appello nominale, era stata di una tristezza senza pari.
Alcune centinaia di uomini maturi stivati in una tensostruttura, un palcoscenico leggero, un
microfono, un festone di stoffa colorata, quattro cesti di fiori... era l che aveva visto le uniche quattro
donne, prima di incontrare la signora dell'albergo.
Si trattava delle consuete ragazze da parata, tappezzeria di ogni convegno congresso seminario
o assemblea. Quelle creature dai lunghi capelli spioventi e dalle lunghe gambe issate su alti tacchi
sottili, quelle giovani cariatidi immobili, in equilibrio sulle punte di scarpe a punta, con le giacchette
blu avvitate e le gonne corte e aderenti a mostrare cosce di ogni tipo, affusolate trapezoidali coniche,
quelle mute e inespressive testimoni di qualsiasi rituale benedetto dall'ufficialit. Erano inevitabili e
solenni come i rappresentanti delle istituzioni che si alternano al microfono per i saluti di rito, e aprono
i lavori dei congressi, dei convegni, dei seminari. Altrettanto ritualmente, erano votate a un silenzio
assoluto, le labbra, disegnate dalla matita color mattone, appena socchiuse, gli occhi persi in un
orizzonte di teste.
In un primo tempo Umberto aveva pensato che avrebbero portato in platea, come accadeva in
genere, un microfono per chi, fra i deportati, aveva intenzione di porre qualche quesito.
Ce n'erano, a guardarli, che, secondo lui, non vedevano l'ora. Quelle anime da riunione di
condominio che si fanno un punto d'onore di dire la loro sempre e comunque.
Invece no. Nessuno s'era dato la pena di allestire il consueto siparietto di democrazia. Quello
che si era presentato come prefetto (quarant'anni, capelli rasati a occultare un principio di precoce
alopecia, camicia aperta sotto un maglione azzurro), si era esibito in un discorso insolitamente breve.
"Cari amici,  con grande piacere che vi do il benvenuto in questa riserva a voi dedicata. Da
questa sera incomincia per voi una nuova vita. Una vita di riposo e benessere, dopo gli impegni del
lavoro e della famiglia, delle responsabilit e della competizione."
Dopo poche altre frasi, tutte ugualmente tese a presentare positivamente la deportazione, aveva
ceduto il microfono a una delle giovani cariatidi, che aveva iniziato a leggere i cognomi in ordine
alfabetico. A ciascuno era stato chiesto di alzare la mano sentendo il suo.
La cosa era andata piuttosto per le lunghe e le ragazze si erano alternate al microfono perch
ciascuna non fosse sottoposta a uno sforzo eccessivo oppure privata del suo momento di protagonismo.
Alla fine, quando soltanto un atavico disagio da banchi di scuola contrastava una noia crescente,
Umberto aveva sentito risuonare il suo nome, insieme a una decina di altri.
Bini, Biorci, Cerquetti, Danone, Delgado eccetera eccetera erano pregati di seguire la signorina
Simona.
La signorina Simona, soavemente identica alle altre tre, aveva alzato la mano. I nominati
l'avevano raggiunta e seguita.
Fino al primo dei pulmini azzurri parcheggiati in una piazza insolitamente deserta.
Una dozzina di uomini di sessant'anni in giacca e cravatta.
Si erano stretti la mano prima di prendere posto ciascuno su uno dei sedili in similpelle
marrone.
Piacere. Molto lieto. Oppure soltanto il cognome. O il nome. Luciano. Giorgio. Paolo. Chi
aveva corredato la stretta di mano con il nome di battesimo, aveva registrato Umberto, aveva offerto al
compagno di sventura anche un franco e significativo sorriso.
Siamo qui, facciamo tutti parte della classe dirigente uscente, in un modo o nell'altro, vediamo
di provare a prenderla bene.
Tanto, rodersi il fegato  inutile.
Umberto cerc di ricordarsi se anche lui aveva sorriso.
Stranamente, pur avendo, per tutta la giornata, prestato una attenzione straordinaria a ogni
dettaglio, non riusciva a situare se stesso in uno dei tre grandi gruppi in cui aveva suddiviso tutti gli
altri: gli accigliati, i neutrali, i collaborativi.
Aveva sorriso o no?
Aveva detto "Umberto", "piacere" o niente?
Si alz dal letto, in preda a un'incertezza comportamentale che lo riportava all'adolescenza.
Apr la valigia. Gliel'aveva preparata Elisabetta, come per tutti i suoi viaggi di lavoro. Sei paia
di mutande, sei paia di calzini di filo di Scozia al ginocchio, sei camicie, tre bianche e tre pastello
chiaro, una giallina, una azzurrina, una rosa cipria, un abito a giacca scuro, uno spezzato, due
sottogiacca coordinati alle camicie, un pigiama di seta, una tuta da jogging, un paio di Mitzuno
Running, due cravatte... Come se dovessi stare via una settimana, tre giorni, cinque giorni, quarantotto
ore... Indoss la camicia giallina. Mentre stava allacciando i bottoni cambi idea, indoss la tuta da
jogging. Aveva sorriso o no? Se lo domand di nuovo.
Scese la bella scala di pietra con passo atletico.
Se ho sorriso  la naturale conseguenza di un atteggiamento positivo: tenuta fitness, vacanza in
campagna. Se non ho sorriso, l'intenzione di santificare il corpo sar interpretata come un virtuoso
ripensamento.
Ginnico e determinato, eretto quanto un ballerino di tango e consapevole, a ogni passo, del suo
statuto di longilineo, attravers un primo salotto attrezzato con tavolini rotondi, mazzi di carte, scacchi,
dama, Scarabeo, backgammon e Risiko.
Ciascun gioco era ben chiuso nella sua scatola. Erano oggetti che non si vedevano da anni,
essendo, ogni gioco, anche il pi antico, consumabile in rete.
Umberto sfior il cartone colorato, sentendosi come la comparsa di un film in costume,
costretto a muoversi fra le citazioni di un'epoca scomparsa.
Constat che non c'era nessuno.
Entr in un secondo salotto, pi grande. L si fronteggiavano divani di vimini dipinti di bianco e
grandi cuscini di panno azzurro. C'erano tavoli bassi. Piante in vaso. Cesti ricolmi di riviste di
giardinaggio, rock&blues, cani&cavalli, numismatica vintage, auto&moto, calcio&golf, salute,
arte&letteratura.
Non aveva mai visto tanto cartaceo tutto insieme, non in epoca recente. A Elisabetta sarebbe
piaciuto.
Nemmeno questo secondo salotto era benedetto da una presenza umana. Umberto si ferm
davanti a una delle porte finestre che davano sul giardino. Una voce femminile gli arriv alle spalle,
facendolo voltare con un sussulto.
"Se cerca la sala colazioni  in fondo a destra."
Si trattava della signora che aveva ricevuto il drappello dei privilegiati la sera prima. Una donna
giunonica, alta, dalle gambe forti, con un visetto grazioso ma sproporzionato rispetto al totale, come se
appartenesse a una persona pi minuta e fosse stato sistemato sopra quell'ampio paio di spalle
nell'intento di negarle l'accesso alla prestigiosa categoria delle belle.
"Lei  Umberto, vero?" disse e gli tese la mano dicendo: "Leonora."
Umberto la strinse.
In silenzio.
"Lei ieri sera non ha cenato. Venga a fare colazione prima che finisca il pane fresco. La
colazione  servita dalle 8 alle 11. Al mattino  bene riposare, non tutti ci riescono subito,  una
questione di abitudine. Ma vedo che lei si  gi adeguato, sono le 10 e 35. Dalle 13 alle 14 viene servito
il pranzo. Dalle 19 e 30 alle 21 la cena. Le ho fissato un appuntamento con il nutrizionista, l'internista e
lo psicologo. Questi sono, come dire, di routine. Opzionali sono dermatologo, epatologo, ematologo,
oculista, otorino, endocrinologo e... andrologo, naturalmente. Ricevono su appuntamento, ma non c'
molto da aspettare. Siete soltanto sessantaquattro in questa struttura, per ora."
Leonora tacque, con la stessa energia con cui aveva parlato.
Inquadrata in un breve, calcolato silenzio, che la facesse risaltare come meritava, Umberto disse
la sua prima frase: "Incoraggiate l'ipocondria, evidentemente."
"Al contrario, la scoraggiamo, fornendo gli specialisti necessari a rassicurare gli anziani troppo
attenti al proprio corpo." La parola "anziano" arriv a segno come un colpo di frusta.
Nessuno gliel'aveva mai indirizzata direttamente.
Mai. Neppure nella cerimonia del commiato.
"Non faccio parte della categoria," disse Umberto, senza chiarire a quale delle due non
appartenesse, se agli anziani o agli ipocondriaci.
"Meglio per lei. Vuol dire che far soltanto i controlli obbligatori."
Umberto, che era rimasto, con Leonora, sulla soglia della sala colazioni, si inoltr verso l'unica
tavola di legno che tagliava in due la sala. Era un rettangolo piuttosto stretto. I lati corti tenevano due
soli coperti, i lati lunghi trenta per parte. C'erano, seduti fra bricchi azzurri di porcellana spessa e
bianche tazze da pochi soldi, una quarantina di uomini.
Sedette con la gola serrata dall'angoscia. Quella promiscuit coatta lo offendeva.
Evidentemente non era l'unico a essere di malumore. Ce n'erano almeno altri cinque. Quelli che non
alzarono neppure gli occhi dal piattino con la marmellata e i biscotti integrali per salutare il suo
ingresso nella comunit. Gli altri, chi pi chi meno, si presero la briga di sorridere e presentarsi,
snocciolare qualche commento neutrale sulla qualit della colazione, sul sole malato che illuminava la
campagna e perfino su Leonora che, essendo la sola donna presente, e in assenza di partite di calcio,
doveva farsi carico della socializzazione maschile di grado zero.
Un tipo con una sospetta capigliatura corvina, dopo essersi presentato come il pi grosso
commercialista di Viterbo, contravvenendo a una delle regole principali, quella di non accennare al
proprio passato professionale, annunci a tutti che, a lui, la padrona dell'albergo non dispiaceva. E si
era gi preso qualche confidenza. La ragazza aveva 33 anni e, non essendo sposata, aveva due figli di
fecondazione eteroclita. Il primo, correttamente, aveva otto anni, il secondo, che era un optional, ne
aveva soltanto tre, ma Leonora gli aveva confidato, a lui e soltanto a lui, che stava per andare a farsi
inoculare il terzo. Un tale Roberto, seduto a capotavola e intento a bere la settima tazza di caff,
dichiar che, lui, non avrebbe lasciato la signora sola in un'asettica stanza di ospedale a farsela con le
siringhe e gli alambicchi, c'erano altre vie alla procreazione, no? Quelli della loro generazione lo
sapevano bene.
A ridere, ammiccanti, furono in pochi.
Facendo tesoro del leggero sollievo che questa constatazione gli aveva regalato, Umberto si
alz, disse "Con permesso" e usc dalla stanza, seguito dalla curiosit di quanti lo avevano
riconosciuto.
5.
"Non ce la faccio. Credevo che ce l'avrei fatta. E invece no, non ce la faccio," disse Elisabetta.
Lo disse alle tre giovani donne che avevano preso posto davanti alla sua scrivania. E che la
guardavano, costernate.
La prima a reagire fu Maddalena, la meno giovane, che si alz, e and a chiudere a chiave la
porta dell'ufficio.
Come se quella modesta precauzione avesse consentito a tutte di insediarsi nell'amabile
territorio della confidenza fra donne, Claudia sorrise e disse: "Io me ne ero accorta che non eri del
solito umore, ma non mi preoccuperei. Nessuno si aspetta che tu non senta la mancanza di tuo marito.
 passato soltanto un mese."
"E ti dir di pi," incalz, rassicurata, Francesca, "quelle che incassano la partenza del partner
senza farsi un giorno di malinconia non sono ben viste."
Ora che tutte e tre avevano detto qualcosa si disposero all'ascolto.
Nessuna di loro era perfetta, secondo i canoni. Un capo pi cauto di Elisabetta non le avrebbe
promosse. Maddalena, troppo vecchia per sottostare a tempo debito alla regola dei venticinque, pur
avendo ventinove anni non aveva ancora figli e, nonostante i numerosi richiami, nicchiava, invece di
correre ai ripari, in attesa di un uomo che si candidasse a padre e procedesse a ingravidarla di persona.
Claudia aveva avuto una bambina in ritardo e la stava crescendo con una donna che, a sua volta, aveva
avuto una bambina in ritardo. L'omosessualit era accettata e benedetta, se rientrava nella categoria dei
piaceri sessuali, come qualsiasi altro accoppiamento eterodosso, meno se corrispondeva a una scelta di
vita. Soltanto Francesca, madre di un neonato e ventiseienne, aderiva al modello, ma la sua dedizione
verso Elisabetta travalicava di gran lunga la prevista lealt aziendale. Era stata vista baciare la sua
fotografia, quella piccola, in alto, nella pagina dell'editoriale dell'unico cartaceo residuo del Gruppo, il
Catalogo delle opportunit.
Era stata scoperta e identificata, mentre eseguiva quel rituale da groupie. Il fatto era stato messo
in relazione con la sua personalissima guerra contro Fausto Genna che, secondo l'opinione corrente,
avrebbe sostituito Elisabetta, allo scadere del tempo.
Elisabetta dedic a Francesca uno sguardo di accorata severit, stava per dire che non si trattava
soltanto di un giorno di malinconia, ma riusc a tacere. Di stretta misura, come le succedeva sempre pi
spesso.
Sapeva di poter contare sulle ragazze. La consigliavano, la coprivano, le riportavano ogni
commento maligno, ogni frase impropria su di lei.
Sapeva altrettanto chiaramente che era inutile caricarle del peso intollerabile del suo
rimuginare.
Credeva che ce l'avrebbe fatta ad affrontare l'assurdo sistematico, l'intrusione autoritaria
nell'intimit delle vite quotidiane, delle scelte esistenziali, il controllo statale del tempo. Credeva,
aveva creduto, di potersi uniformare.
Ho vissuto la crisi del mondo di prima, aveva pensato, gli anni del disfacimento, il trionfo del
particolarismo, dell'individualismo di massa, degli egoismi di categoria, di casta... ho sperato, come
tanti, che riavere una regola potesse essere bene, meglio... ci ho provato. Ho collaborato. Ma adesso 
chiaro,  evidente,  incontrovertibile: non ce la faccio.
"C' un'invisibile linea rossa, un confine personale, che io..."
Non si accorse d'aver incominciato a parlare, come per un involontario affiorare alla superficie
del flusso dei pensieri.
Francesca tir fuori lo smartphone e fece partire la registrazione. Un po' per abitudine, un po'
perch tutto quello che diceva Elisabetta le pareva degno di essere conservato. Almanaccava
ossessivamente sul giorno in cui sarebbe stata mandata in ritiro anche lei. Voleva farsi una scorta di
frasi sue, cos, per poter continuare ad ascoltarla.
"Spegni quel coso, scema," disse Claudia.
Elisabetta sorrise.
"Tranquilla, non dir niente che possa essere usato contro di me. Ma non dir neppure niente di
memorabile. Anzi, non dir proprio niente. Devo incominciare ad andare a scuola di silenzio. Lesson
number one: tutto ci che non pu mutare radicalmente la situazione generatrice di disagio o dolore,
non va verbalizzato."
"A noi piace quando tu verbalizzi, capo," disse Maddalena, soavemente.
"Invece dovreste aiutarmi a star zitta. La partenza di Umberto  un punto di non ritorno," disse,
con la voce che usava per dettare le conclusioni, per chiudere le riunioni, per bocciare quello che
andava bocciato.
"Sei cos innamorata?" chiese Claudia.
Si sentiva come una collezionista che parla a un'altra collezionista, sfogliando un catalogo
d'antiquariato sentimentale.
Elisabetta se ne accorse e disse: "Non  questo il problema."
Si sentiva, di nuovo, intensamente sola.
Del resto: erano loro la generazione di passaggio. Lei, Umberto. Le ragazze no, le ragazze,
come Matteo, come Federica, appartenevano al nuovo ordine. Il tempo del ritorno alla natura, una
natura artificiale, costruita in laboratorio, imposta per legge, un ritorno alla natura coatto, ma pur
sempre un ritorno alla natura.
Che i vecchi vadano a morire ai margini del villaggio, che le giovani donne producano figli, che
i giovani adulti comandino.
Il tempo della dittatura della demografia.
Pens che non ce l'avrebbe fatta a fingere per altri quattro anni.
Non da sola.
Si alz, gir la chiave nella toppa, riapr la porta, chiam la segretaria, conged le ragazze,
convoc la prima riunione della giornata.
Ne sarebbero seguite altre.
Sotto la sua direzione veniva occupato attivamente il tempo libero di milioni di persone.
Tutto dipendeva da lei. Pubbliche visioni, parchi giochi per adulti, parchi a tema, agnizioni,
trasgressioni, duelli verbali, danze tribali, preliminari sentimentali, illuminazioni spettacolari, realt
parallele, installazioni cerebrali, conflitti virtuali, simulazioni religiose eccetera eccetera eccetera.
Aveva incominciato aprendo un minuscolo teatro dove si mettevano in scena i romanzi del
passato. Pochi oggetti, luci puntate sui lettori/attori. Si era ancora nell'ordine, o nel disordine, di prima.
Gli anni del disordine di prima. Gli anni finali dell'inseguimento di una funzione sacra. Del teatro.
Della parola. Dell'arte.
Nonostante un crescente silenzio.
Non pensava che li avrebbe mai rimpianti.
Quando si insedi il nuovo corso, era ancora abbastanza lontana dal ritiro, ma si era gi lasciata
alle spalle quello che sarebbe diventato il PMVP, periodo di massima valorizzazione personale. Dai
venticinque ai quarantacinque.
Non era pi giovane, tuttavia era rimasta in rete, nessuno l'aveva disconnessa. La sua era
un'attivit di poco successo e molto rumore. Marginale al potere e proprio per ci potente. Si opponeva
con grazia e con metodo e la sua pagina Facebook era molto frequentata.
Fra i critici dell'esistente era una specie di predicatrice estrema.
Il suo blog era diventato una pagina di culto.
Perci non era stata soppressa, ma cooptata.
L'avevano portata su. Nonostante discrepanze sempre pi evidenti. Nonostante la sua
personalit eccedente.
Era stata promossa e promossa e promossa.
Eppure, restava una sorvegliata speciale.
Doveva stare attenta, doveva incanalare la forza propulsiva della sua attitudine all'esercizio del
dissenso dentro limiti che non scardinassero le nuove acquisizioni, le mode, le priorit, le necessit.
Doveva tornare utile al nuovo sistema, senza perdere se stessa.
Perci liquid le ragazze e convoc i responsabili di settore.
"Vuoi che veniamo a cena da te?" chiese Francesca, allargando, spaventata dal suo ardire,
quegli occhi neri da cerbiatta.
"No, meglio di no. Andr a letto presto."
Alle dieci di sera una pioggia sottile e calda, come se in cielo si fosse guastato un tubo di
scarico, impregnava il prato attorno alla villa.
Elisabetta, un berrettino di plastica gialla calcato sui capelli, prese a correre in tondo.
Non aveva voglia di mangiare n di leggere n di dormire.
La cerimonia del ritorno dal lavoro, senza Umberto, non conteneva altro che uno spegnersi
inevitabile del giorno. Una funzione della morte quotidiana, quella da cui ci si sveglia il mattino dopo.
Non aveva altra scelta che correre.
Giocarsi il corpo contro la mente. Alleggerire.
Il parco era abbastanza grande per consentirle quella piccola impresa di diversione. E poco
importa se le scarpe affondano nella fanghiglia fresca.
Ti lasci avvolgere dal buio e dall'umido.
Sudi, le ginocchia scoperte, le spalle bagnate e finalmente ti ammali.
Aveva appena sorpassato il roseto quando sent la voce di Matteo.
"Sei scema matta a correre con questo tempo?"
"Cerco di morire prima del congedo... cos non devi scrivere a Federica il discorso per me."
Si ferm, ansimava leggermente, ed era comunque un brutto segno. Non le capitava mai. Con
sollievo, vide che Matteo era solo.
"Non rispondevi al telefono. E neanche Nadine."
"Nadine si sta cercando un altro lavoro, saggiamente. Gli ultimi anni, girano a bassa intensit...
le colf."
"Se si comporta bene pu restare con noi."
Elisabetta, che si stava stirando i quadricipiti appoggiata a una delle colonne del portico,
mascher con un sorriso una reazione di dolore. Tante piccole coltellate, inferte da assassini distratti.
"... E comunque ci sono ancora quasi quattro anni, ha intenzione di battere la fiacca per quattro
anni?"
Elisabetta si tolse le scarpe infangate e s'incammin verso il salone.
Il camino era acceso bench la temperatura non fosse ancora scesa sotto i 15 gradi.
Una messa in scena profumata di legna. Un desiderio d'inverno.
Elisabetta si sdrai sul divano, lasciando, sul raso color panna, l'ombra scura del suo corpo
fradicio.
Matteo la guard. Con la tuta nera aderente, i capelli arricciati dall'umidit, i magri piedi nudi e
le caviglie sottili sembrava una ragazza molto stanca. Non certo una donna vicina al ritiro.
"Non stare l in piedi, sei troppo lungo, mi fai disordine."
Matteo sedette in poltrona.
Non riusciva a smettere di valutarla, come un intenditore davanti a un quadro da restaurare.
Elisabetta sapeva perfettamente che cosa stava pensando.
C'erano molte donne della sua taglia che rischiavano la galera rivolgendosi a qualche ex
chirurgo plastico renitente alle nuove regole. Erano operazioni clandestine, molto costose. E poi dovevi
cambiare identit, ordinare documenti falsi. Le pene per chi alimentava il mercato della contraffazione
anagrafica erano molto severe. Lo stato scoraggiava con misure drastiche i ribelli al ritiro e chi ci
lucrava sopra. Difficile farla franca. E, se pure ci riuscivi, poi ti toccava lasciare la tua casa,
nasconderti... E tutto per che cosa?
"Smettila di guardarmi in quel modo," disse Elisabetta, "tanto non lo far mai. Non ci tengo a
rimanere da questa parte del muro. Tutto sommato... e adesso dimmi a che devo l'onore della tua
visita."
Matteo prese un cioccolatino dal vassoio d'argento.
Non mancano mai, pens. Cioccolatini, mazzi di gigli e rose, libri uno sull'altro, sul tavolino.
Libri a tappezzare le pareti. Il trionfo del cartaceo. Non se ne stampavano pi, ma sua madre e suo
padre non ne avevano concesso al macero neppure uno.
"Saresti una quarantenne assolutamente verosimile," disse masticando.
"Lusingata, ma non mi interessa."
Matteo le tir addosso la carta del cioccolatino, una pallottola dorata che la colp sul viso.
"Tu non sei arrabbiata con me, vero?"
"No, perch dovrei?"
"Appunto, perch dovresti?"
Matteo prese dal cesto della legna un pugno di foglie secche, le butt sul fuoco, le ascolt
crepitare.
Dando la schiena a sua madre disse:
"E allora perch non rispondi ai miei messaggi, non telefoni, se chiamo in ufficio sei sempre in
riunione... perch, se non ce l'hai con me? Non so se hai realizzato ma  da un mese che non ci
vediamo."
"Be', adesso ci stiamo vedendo. Hai gi mangiato? C' della torta di castagne in frigo.
Montblanc. Da quando Umberto  stato rottamato..."
"Mamma, ti prego. Lo sai che non si pu pi usare quel termine."
"Da quanto Umberto  stato avviato con delicatezza e premura al confino in compagnia dei suoi
coetanei, ho incominciato a mangiare tutte le cose che piacevano a lui, panna e marron glac, penne
all'arrabbiata, peperoni arrosto, lardo di Colonnata..."
"Ingrasserai."
"S, non mi dispiacerebbe. La persistenza di un aspetto giovanile, cos come la buona salute non
mi sono di nessun aiuto, sul piano pratico, quindi ne posso fare a meno."
Matteo sedette sul divano, prese i piedi di sua madre sulle ginocchia e, con lentezza, incominci
a massaggiarle una caviglia.
La sua intuizione peggiore, quella che l'aveva spinto a chiedere a Federica di lasciarlo andare a
casa di sua madre da solo, era confermata.
"Perch non te la fai prendere bene?" disse, a bassa voce, guardando il fuoco nel camino.
Elisabetta registr un moto di empatia verso quell'uomo alto e gi leggermente stempiato che le
chiedeva l'impossibile. Per un attimo pens che avrebbe dovuto fingere di essere serena. Per lui. Per
sollevarlo dal peso della sua unicit, non erano molti i figli che avevano, con la generazione dei
ritirandi, un rapporto cos amichevole. Le relazioni, fuori dal territorio della dipendenza infantile, si
assottigliavano, si svuotavano progressivamente, in modo precauzionale, cos quando si arrivava al
dunque, il senso del proprio vantaggio sostituiva o sublimava ogni altro sentimento. Per Matteo non era
cos. E la colpa non era certo sua. Lui era figlio del suo tempo. Erano stati loro, lei e Umberto, a
interpretare il ruolo di genitori in modo irrituale. A condividere, a contestare i copioni previsti dalla
relazione fra adulti e adolescenti, ad ascoltare, a giocare e a mettersi in gioco, e adesso era troppo tardi.
Elisabetta si alz sottraendosi a quel massaggio indecente. Lo sapeva Matteo che Umberto le
massaggiava le caviglie e la pianta del piede passando per tutti i punti salienti esattamente nello stesso
modo? Se lo sapeva era un male, se non lo sapeva e lo faceva per istinto era anche peggio. And in
cucina, not che Nadine non aveva pulito il lavandino n tolto dalla fruttiera due mandarini ammuffiti.
Prese la montagnola di marroni e panna dal frigo e la port con due cucchiai davanti al camino.
"Dai, assaggiane un po' anche tu,  come il calumet della pace. Ci ingozziamo di calorie e tu mi
spieghi come dovrei fare esattamente a farmela prendere bene. C' un metodo? Dimmi. Sono ansiosa di
ascoltare. Se non mi tiri fuori di nuovo le terapie o i gruppi di preparazione al trapasso, che di quello
abbiamo gi parlato e sai come la penso."
Matteo la interruppe. Inutile rimandare.
"Federica  incinta," disse.
6.
Umberto buss alla porta della stanza 176 con discrezione, sperando di non essere sentito.
Aveva esitato fino all'ultimo. Non voleva rinunciare al rigoroso riserbo che lo difendeva da quella
massificazione da internati.
Buss ancora, senza aggiungere neppure quel minimo di forza che avrebbe giustificato la
ripetizione del gesto.
La porta si apr lo stesso. E generosamente.
Nella stanza, identica alla sua, c'erano cinque uomini. Tre seduti sui bordi esterni del letto
singolo, due sulle sedie. Quello che ospitava la riunione era in piedi e accolse Umberto con un sorriso
venato di stupore.
Umberto non aveva partecipato n al torneo di calciobalilla n a quello di bridge. Non giocava a
ping pong n a tennis. Non frequentava la palestra n si era mai unito alle nudit degli altri nelle vasche
di acqua fumigante.
Parlava poco, e limitatamente ai pasti. Parlava se interrogato, se no, si rifugiava in un autismo
adolescente, si era attrezzato a escludere il rumore di fondo della vita versando musica direttamente nei
padiglioni auricolari.
Quando il titolare della stanza 176 gli aveva passato, stringendogli la mano, l'invito a
quell'incontro, scritto in stampatello su un bigliettino ripiegato in otto, aveva accettato forse proprio per
quella modalit da scolaretto.
E adesso era qui, e di nuovo gli stringeva la mano.
L'uomo, Guidobaldo Tanzi, conte avvocato e produttore di vini, sfoggiava un'abbronzatura
puntigliosa, a testimoniare la sua attiva partecipazione a tutti i consigliatissimi sport all'aria aperta,
anche prima del tempo del ritiro. Il suo aspetto ostentatamente giovanile era contraddetto da una gran
massa di capelli bianchi lunghi fino a sfiorare le spalle della giacca grigia dal taglio perfetto.
"Sono contento che tu sia venuto, Umberto. Conosci Luciano, Michele, Giorgio ed Enzo?"
Umberto annu a ogni cenno.
S, certo. Li conosceva. E come poteva non conoscerli?
Li vedeva tutti i giorni. Di pi, li osservava. Per assenza di attivit alternative, a parte
un'ostinata applicazione a leggere, uno a uno, i molti volumi allineati nell'ampia biblioteca (una
minima percentuale di tutto il cartaceo ritirato da quello a cui Umberto, ormai, pensava in termini di
Mondo Reale).
Anche adesso, nel varcare per la prima volta la soglia di una stanza che non era la sua, aveva un
libro in mano.
"Che cos'?" chiese Guidobaldo. Umberto mostr la copertina.
Era La montagna incantata di Thomas Mann. Una scelta non casuale.
"E com'? Buono?" chiese Guidobaldo, che apparteneva, orgogliosamente, alla categoria
non-lettori.
"S, direi di s," rispose Umberto, senza aggiungere che l'aveva letto a vent'anni e che si
trattava di un accurato ripescaggio.
"Non ce lo aspettavamo, questo onore, vero ragazzi?" disse Luciano.
Umberto decise di non completare la frase: non ci aspettavamo di vederti partecipare ai nostri
innocui passatempi. Non tu, che, qui dentro, porti il peso dello scarto pi elevato fra ci che eri e ci
che sei. Quella piccola porzione di invidia sociale scaduta, come un alimento dimenticato nel frigo ben
oltre i limiti previsti, emanava un leggero persistente odore di rancido, eppure avrebbe dovuto
gratificarlo.
Come un ricordo dell'antico prestigio.
Luciano era, lui pure, un professionista, del resto tutti loro lo erano, altrimenti sarebbero stati
ospitati altrove, ma era un professionista anonimo.
Non era mai stato benedetto da quel grande evidenziatore di personalit che  il successo.
"E invece eccomi qua," disse Umberto, guardandosi attorno in cerca di un posto a sedere.
Guidobaldo si scus: "Siamo piuttosto allo stretto, ma, ora che tu sei arrivato, possiamo
andare."
"Questo era soltanto il posto dell'appuntamento," disse Luciano, con una strizzatina d'occhi
confidenziale rivolta proprio a Umberto, con evidente soddisfazione.
Si mossero tutti, come se fosse suonato un richiamo, un gong, come se un direttore occulto
avesse, con un cenno, obbligato ciascuno di loro a muoversi con tutti gli altri.
Avanti a tutti c'era Enzo, che alcuni, ancora, chiamavano onorevole, con una sfumatura molto
leggera dell'antico disprezzo, quello che aveva travolto la categoria, prima che si insediasse il Partito
Unico, con i suoi "cittadini" (scamiciati, alla mano, tutti rigorosamente d'et compresa fra i 25 e i 45
anni).
Siamo un gruppo, pens Umberto con un moto di ribrezzo. Un gruppo composto da uomini nati
lo stesso giorno o a pochi giorni di distanza l'uno dall'altro.
Tutti alle prese con la fine della vita.
Attraversarono il prato di fitta erba verde rasata con cura, poi presero a destra per una strada
sterrata, coperta di ghiaia bianca. C'era un sole pallido, alonato di grigio. Nessuno parlava. Nemmeno
quel piccolo conversare inessenziale che s'instaura al tavolo da gioco. Tutti sembravano mettere
un'energia sospetta nel camminare.
Andavano di buon passo, ma non cos veloci da giustificare il silenzio.
N l'espressione da congiurati con cui tacevano senza guardarsi attorno. Le passeggiate non
erano certo una attivit clandestina.
I medici le incoraggiavano, lo psicologo le prescriveva.
Passeggiare, dormire, giocare.
Ma tutto, naturalmente, doveva avvenire entro i confini della propriet.
Umberto pens che forse volevano varcarli, quei confini.
Sul bigliettino c'era scritto: "Vieni nella mia stanza.  importante."
Affianc Enzo e chiese: "Dove stiamo andando?"
Enzo gli dedic uno sguardo divertito.
"Non gliel'hanno detto?"
Era l'unico che gli si rivolgeva con il lei, come se, lui pure, con quel tono cerimonioso,
intendesse opporre una qualche resistenza a quell'atmosfera da gita scolastica.
"No, vieni nella mia stanza  importante.  tutto quello che mi  stato detto, che so."
"Andiamo a trovare i nostri fratelli meno fortunati," disse l'onorevole. C'era una traccia, lieve
ma udibile, di scherno nella sua voce: "Non penser che siamo tutti uguali, tutti alloggiati alle terme
per l'eterna vacanza. C' di peggio in Danimarca!"
Aveva alzato il tono rivelando un leggero falsetto e poi, non sapendo se il gioco con il marcio e
con la Danimarca fosse stato capito, s'era messo a ridere.
Guidobaldo allung il passo fino a raggiungerli, erano di gran lunga i pi veloci, e disse: "Mi
sono permesso di coinvolgerti perch ho ascoltato, non volendo, una tua conversazione con la nostra
Leonora... e allora ho pensato che anche tu, forse, trovavi scocciante sottostare a tutte queste regole del
cavolo. Mi sono sbagliato?"
La strada sterrata s'era fatta di fango, come se avessero esaurito il brecciolino bianco, era pi
larga e irregolare, con piccole pozze di acqua stagnante nel solco lasciato dai pneumatici.
"Mi sono sbagliato?" ripet Guidobaldo, poich Umberto non parlava, anzi, si era fermato e
guardava verso l'orizzonte.
"Scocciante?" disse Umberto, per prendere tempo.
"Irritante, inutile. Tu chiedevi a Leonora perch non potevi collegarti, e lei diceva certo che pu
collegarsi signor Delgado e tu dicevi non me ne importa niente della rete interna, non ho nessun
interesse a corrispondere con queste persone, voglio parlare con mia moglie... Eravate nella sala
d'attesa dello psicologo o psichiatra, quel che , insomma del direttore sanitario... e io ero dentro, hai
alzato la voce, il dottor Bruno ti ha sentito. Ne abbiamo anche parlato. Cio: sei entrato nella mia
seduta, praticamente, perch anch'io, a quel punto, ho detto quello che pensavo. E ho anche rincarato la
dose. Ci avete consegnato un cellulare con cui possiamo telefonarci l'un l'altro, chiamare medici,
inservienti, infermieri, camerieri, barbieri, ma nessuno che conosciamo da prima. Con i nostri computer
possiamo rimbalzare fra noi, palleggiarci quattro sciocchezze, giocare, e basta."
"E il dottor Bruno che ti ha detto?" chiese Umberto.
"La stessa cosa che ha detto a te Leonora: questa  la regola."
Si erano fermati anche gli altri.
Enzo disse: "Viviamo una radicale restrizione della nostra libert personale.  inaccettabile."
Il suo viso, dai lineamenti regolari e perfino delicati, parve chiudersi come un pugno, nel
tentativo di sopprimere o almeno incanalare un moto di rabbia disperata.
I due uomini che non avevano ancora parlato, Michele e Giorgio, furono i primi a riprendere il
cammino.
Qualcosa nel modo in cui avanzavano l'uno accanto all'altro, sfiorandosi con i gomiti e
scambiandosi occhiate in codice, conferm Umberto nella sensazione, gi registrata nella sala da
pranzo, che godessero di quella che, al momento, gli pareva una bella fortuna.
Gli mancava il corpo di Elisabetta.
Il suo. Non quello di qualsiasi donna. Ma l'assenza di rappresentanti del genere femminile
rendeva lo stato di deprivazione pi gravoso.
Un'ondata di consapevole malinconia lo invest. Era dunque questa la condanna. L'assenza di
desiderio. La paralisi dell'ambizione. Pens agli anni che gli restavano da vivere come a una strada in
discesa, la sola che si pu percorrere a motore spento.
Faticosamente, s'impose un sorriso cordiale e disse: "Cari signori, vi lascio alla vostra impresa.
Sono un po' stanco."
Enzo gli afferr un braccio. Aveva la testa sproporzionata rispetto al corpo, che era minuto e di
bassa statura, due baffetti sottili sopra una bocca pallida ed elegante gli davano un aspetto da
spadaccino d'altri tempi. Un leggero spasmo disordin la simmetria di quel viso perfettamente curato.
"Non se ne vada, Delgado. Ora le dico dove stiamo andando, vedr che la stanchezza le passa.
 qualcosa che le interessa."
Umberto lo guard. Gli parve di rispecchiarsi in una desolazione simile alla sua, ma pi
reattiva.
Si sent pungere da un senso di irragionevole antipatia.
"Non c' pi niente che mi interessi, onorevole."
"Neanche connettersi con sua moglie? Lei non  il marito di Elisabetta De Mauro?"
Aveva pronunciato il nome e il cognome di Elisabetta con una caricatura di reverenza.
Umberto disse:
"Conosce mia moglie," come soppesando la rivelazione.
"Ho avuto il piacere," disse Enzo, acre e cerimonioso.
Luciano, che li aveva guardati fronteggiarsi come due galli da combattimento, si intromise:
"Stiamo andando alle caserme. L c' una specie di genio informatico. Nella vita di prima aveva una
panetteria quindi non  con noi. Naturale. Non  neanche laureato. Non che fosse povero ma evadeva il
fisco, quindi... Io l'ho stanato. L'ho visto all'appello e l'ho riconosciuto. Mio figlio me l'ha presentato.
Qualche anno fa. E io..."
Avrebbe continuato per ore. Era il suo momento. Il deus ex machina. Era lui. Aveva in pugno
l'attenzione del presidente Delgado, dell'onorevole Torretta. Lui.
Invit tutti, con una risatina nervosa, a rimettersi in marcia. Fra le terme e le caserme c'era una
distanza che nessuno di loro conosceva. La direzione era giusta. Ma ce l'avrebbero fatta ad arrivare?
Ora camminavano ancora pi velocemente. La luce stava diminuendo, il pomeriggio sfumava nella
sera. E sapevano bene che la cena era un appuntamento obbligatorio.
Le assenze andavano giustificate.
Oltre al fatto che non c'era altra possibilit di nutrirsi. Non c'erano negozi. Il ristorante
dell'albergo termale era l'unico. E comunque nessuno di loro aveva soldi veri. Ogni settimana
ricevevano un centinaio di gettoni, erano le fiches di interminabili partite di carte. Passavano di mano
in mano, da chi vinceva a chi perdeva, ma, come le rete telefonica mobile e la rete, avevano
circolazione interna. Potevi usarle per pagare il barbiere o il pedicure, per acquistare un massaggio o un
bicchierino di brandy la sera, dopo le nove, ma prima della mezzanotte.
Non ti davano accesso ad alcuna forma di libert personale. Nemmeno cambiare orario o tipo di
cucina.
" tardi," disse Giorgio, "non ce la faremo mai."
Michele, poich la frase era caduta nel silenzio, disse: "Giorgio ha ragione, dovevamo partire
prima."
Tutti guardarono Umberto, perch era per aspettare lui che s'era ritardata la gita. Ma nessuno
smise di camminare. La campagna, ondulata e uniforme, si stava spegnendo, il verde virava verso il
grigio.
"Tornate, se avete paura che vi mettano in castigo," disse Enzo, "io vado avanti."
Giorgio e Michele si scambiarono uno sguardo costernato, protestarono timidamente, quindi
presero la testa del gruppo.
Altro che tornare indietro, quasi trottavano, per dissipare il sospetto di codardia che Enzo aveva
evocato.
 facile umiliarci l'un l'altro, pens Umberto. Facile e controproducente.
Pens che Enzo Torretta era un uomo odioso e decise di mettersi al servizio della coppia, uno
dei due era architetto e l'altro era un dirigente del ministero delle finanze. Ma non erano un architetto
famoso e un famoso dirigente del ministero delle finanze.
Avevano certo sganciato abbastanza quattrini durante la loro vita lavorativa, con un'impennata
negli ultimi anni, da conquistarsi il diritto all'albergo termale, ma il loro ruolo, nella vita precedente il
ritiro, non era stato abbastanza rilevante da consentire, al presente, i vantaggi dati dal prestigio.
Umberto mise a loro disposizione il suo.
"Sapete esattamente quanto manca alle caserme? Abbiamo un appuntamento con questo genio
panettiere? Non mi pare che possiamo permetterci nessuna forma d'improvvisazione," disse.
Rincuorato, Giorgio azzard, leggero: "E neanche di andare a letto senza cena."
Michele fu l'unico a ridere.
Enzo dedic alla frase un lungo sguardo severo, poi disse: "Io proseguo, me ne frego della
cena."
Nel silenzio che segu la dichiarazione, proferita con la sicurezza del leader, sentirono crescere
l'inconfondibile ronzio di un motore.
Era uno dei pulmini azzurri che li avevano portati dalla stazione all'albergo.
"Eccolo l... Sono venuti a prenderci," disse Guidobaldo.
Fra i denti, a bassa voce, come se l'avesse sempre saputo.
"Continuiamo a camminare," ordin Enzo, esagerando la tonicit del passo e drizzando le
spalle, quasi che, a seguirli, non fosse il pulmino ma una telecamera.
L'autista suon il clacson.
Il gruppo, compattamente, si spost al di l della strada, affondando leggermente nel prato gi
intriso di brina.
Il clacson suon ancora. Poi l'autista tir gi il finestrino e disse:
"Serve un passaggio, signori?"
"No, grazie," disse Enzo, "vada pure," in falsetto, come quando era nervoso, ma comunque con
un tono padronale.
Il pulmino acceler, sorpassandoli. Poi si ferm.
L'autista scese e si par davanti al gruppo, le braccia aperte e tese.
Il corpo massiccio, le spalle larghe. Trent'anni scarsi e novanta chili di muscoli guizzanti.
Un buttafuori da discoteca che ferma il Quarto stato. Un'evoluzione del quadro di Pellizza da
Volpedo, pens Umberto.
Fu il primo a staccarsi dal gruppo e a salire sul pulmino.
L'ultimo fu Enzo, l'unico che l'autista dovette prendere per un braccio e spingere, piuttosto
sgarbatamente, a bordo.
7.
"Possiamo andarci, a vivere da mia madre, ma possiamo benissimo non andarci," disse Matteo.
Federica, snella e flessuosa come una giunchiglia, da qualche giorno camminava sbilanciata
all'indietro, si teneva una mano sul rene sinistro e indossava comodi vestitini color pastello che
avrebbero potuto contenere un'avanzata gravidanza gemellare.
Guard suo marito con orrore, come se gli fossero uscite dalla bocca non parole ma piccoli
animali disgustosi.
Nel giro di pochi secondi pianger, pens Matteo. Per scongiurare l'ipotesi, sedette in poltrona
e se la prese sulle ginocchia.
Un abbraccio di contenzione paterna.
Gravida da trentasei giorni, la ragazza stava attraversando con entusiasmo una fase di
regressione alla prima infanzia che si concretizzava in bronci, lacrime, capricci e improvvise querule
allegrie, nel corso delle quali chiamava Matteo "papuccio" e se stessa "mammina".
Il Partito Unico che aveva preso il potere in nome e per conto della loro generazione
incoraggiava ogni forma di enfasi prenatale.
Le donne impegnate nel far nascere nuovi cittadini erano mostrate alle altre come modelli
positivi. Utili alla polis e appagate negli affetti, testimonial di un miracolo antico ed eterno.
Federica era un esemplare quasi perfetto.
Non soltanto per la sua indubitabile bellezza e giovinezza, ma anche perch, pi di molte sue
simili, sapeva essere autenticamente allegra.
Uno stato d'animo incoraggiato e quindi perseguito, che restava difficilissimo da imitare se non
avevi quel talento.
"D'accordo. Tu ci vuoi andare veramente veramente e subito subito," disse Matteo, baciandole
il ventre piatto e muscoloso.
"Papuccio  un mostro."
"Papuccio sta bene a casa sua, con mammina."
Matteo si detest per quella compiacenza. Ma era disposto a tutto pur di evitare eccessi emotivi,
troppa delusione, troppa felicit. Per parte sua non era certo di volersi duplicare in una creatura che gli
fosse, prima, obbligatoriamente simbiotica, poi sempre pi autonoma e indipendente, fino ad arrivare,
nel corso degli anni, a liquidarlo con un bel discorso come lui aveva fatto con suo padre.
Eppure gli toccava manifestare una costante e costruttiva felicit perch la sua giovane
giumenta stava riproducendo la specie.
"Papuccio non vuole disturbare quell'egoista asociale di sua madre."
"Andiamo, Federica, mettiti nei suoi panni. Nel giro di un paio di mesi perdi il tuo compagno e
la tua casa."
"Non la perde affatto la sua casa. Nessuno la caccia via. Deve semplicemente cederci la master
bedroom, come prevede la legge. Lei, che ormai  sola, va nella tua vecchia camera da letto, che tra
l'altro  abbastanza grande e ha anche il bagno. Conosco gente che accoglie la mamma del proprio
nipotino con tutta la gioia del mondo in trenta metri quadri.  che lei  viziata. Sola in una villa di due
piani, con un giardino che pare fatto apposta perch ci giochino i bambini nelle giornate di sole. So
bene che star l fino all'ultimo schifoso minuto, regger con pazienza. Quattro anni passano in
fretta..."
"Appunto, potremmo restarcene qui, l'hai detto tu, quattro anni passano in fretta,  una
questione di intimit."
Addolcire la voce, mordicchiarle il collo, piccoli baci giocosi.
Matteo sent se stesso impartirsi istruzioni.
Baciala, spaccia tenerezza. Sii felice.
"Per l'intimit non ti preoccupare," disse Federica, che non vedeva l'ora di tornare allegra, "tua
madre ha tanti difetti ma  una che si fa i cazzi suoi."
"E Nadine?"
"Sar una tata meravigliosa."
Matteo not che la voce di Federica non si era ammorbidita, come se non la stesse baciando da
un tempo infinito.
Si stava impegnando a non sorridergli.
In un altro momento le avrebbe proposto di uscire. Le piaceva andare all'aperodromo, dove si
correva su pista fino allo sfinimento, si gareggiava, si vincevano aperitivi di colori vivaci. Si faceva la
doccia con decine di sconosciuti dai corpi scolpiti. Certe volte si faceva sesso di gruppo. Mescolando
umori.
Certe volte si passava nel locale a fianco, e si cenava seduti in terra, tutti insieme, in trenta, in
ottanta, accoccolati su enormi cuscini rossi, dopo aver digitato, su una perfetta imitazione di jukebox
anni sessanta, una pietanza scelta fra le cucine di tutto il mondo.
A Federica piacevano i blinis bielorussi, prendeva sempre quelli. Cos non si era mai accorta
che tutte le specialit mondiali avevano, pi o meno, lo stesso sapore, dal texmex alle formiche fritte.
In un altro momento le avrebbe proposto di uscire e di fare tardi.
Di farsi vedere. Di farsi guardare, di farsi scegliere.
Ma adesso no. Erano entrati nella fase procreativa.
Una disciplinata e commossa interruzione della giovinezza gaudente.
Continu a baciarla finch non sent che con una manina gli controllava l'eccitazione,
picchiettandolo all'altezza della patta, dove l'elemento rivelatore del desiderio maschile giaceva in
stato d'inerzia.
"Non mi ami neanche un po'," disse Federica, un attimo prima di scoppiare in lacrime.
Traslocarono due giorni dopo.
Lasciarono il loro appartamento a una giovane coppia con i genitori ancora ben lontani dal
ritiro. Federica volle godersi, fino all'ultima cassa da chiudere, l'invidia di una ventiduenne con un
padre sui quarantacinque, che aveva rischiato la galera mettendosi con una compagna di scuola di sua
figlia.
Elisabetta non si fece trovare in casa, anche se erano le nove di un mattino domenicale azzurro e
ventoso.
Nadine, sorridente come non la si vedeva da tempo, aiut Matteo con le valigie, i pacchi, le
casse, mentre Federica, consapevole di quello che chiamava con soddisfazione "il mio stato", misurava
a grandi passi il giardino.
Avrebbe sistemato l due altalene, l una giostrina, qua un cerchio di muratura pieno di sabbia e,
magari, perch no, ai primi soldi seri dopo la promozione di Matteo, anche una piscina. Lo spazio
c'era. Sprecarlo con le rose era demenziale.
Ai bambini non frega niente delle rose.
Ed Elisabetta avrebbe fatto bene ad adeguarsi alla centralit dei bambini.
I bambini erano i nuovi eroi. Gli eroi del nuovo. La moltiplicazione esponenziale delle nascite
era, fra i risultati del nuovo governo del paese, quello pi citato.
La societ ringiovaniva a vista d'occhio.
E le citt si adeguavano, riconvertivano gli spazi. Per la prima volta il reparto maternit degli
ospedali era di gran lunga pi vasto e pi gremito di quello delle lunghe degenze.
Anche se le venticinquenni pi coerenti con la nuova impostazione partorivano rigorosamente
in casa.
Il ritiro degli anziani dalle citt aveva alleggerito l'atmosfera e ridotto il debito sanitario. Meno
crape grigie, curve cifotiche, occhiali spessi, pance flaccide e seni cadenti. Come per un rinnovo degli
arredi urbani c'era pi bellezza umana in giro e passeggiare era un piacere per gli occhi.
I vecchi di prima, quella parte della popolazione che si situava fra i settanta e i novant'anni, o
addirittura oltre, dato che la longevit era stata, nel disordine di prima, incoraggiata senza alcuna
prudenza, erano stati allontanati in massa.
Si era parlato di deportazione, ma sottovoce e soltanto da parte degli over cinquantacinque che,
comunque, non facevano opinione.
Non pi.
Nessuno sembrava rimpiangerli. I molto vecchi.
Almeno non pubblicamente.
La vita incomincia, la vita continua, la vita finisce.
Che cosa c' di pi naturale della crescente debolezza, della progressiva disaffezione alle cose
materiali, o intellettuali, che colpisce chi ha vissuto sette, o addirittura otto decadi?
I vecchi vivono male nel mondo degli altri, come gli handicappati nel mondo dei normali. 
soltanto fonte di frustrazione e paura condividere gli spazi della giovinezza o della piena maturit per
chi non  pi in grado di camminare veloce o di trovare gusto nel sesso, nel cibo, nello spettacolo, nella
competizione.
Ambizione e seduzione, i due grandi motori della vitalit, a un certo punto del viaggio
esistenziale vanno spenti.
Piaccia o no.
Il Partito Unico, in nome degli interessi dell'et forte, cura il ritiro progressivo delle generazioni
scadute.
I giovani anziani vengono accompagnati a vivere fra loro e incoraggiati a ricostruire una
socialit a circuito chiuso, ma non priva di godimenti e soddisfazioni.
I vecchi vengono accolti e accuditi, aiutati a gestire corpi sempre pi nemici ed educati al
distacco.
"Tutto questo  umanit," recitava uno slogan molto diffuso dai media.
E nessuno si era mai sognato di mettere in dubbio la certezza matematica che i vecchi, pi dei
giovani anziani mentalmente contaminati dagli anni del grande disordine, erano andati a stare bene.
Cio: a stare dove dovevano stare. Perch in una societ ordinata ciascuno ha il suo posto.
Si trattava di creare societ parallele, assegnarle ai padri o ai nonni.
E lasciare la principale a loro.
Loro, consci dei loro diritti quanto dei loro obblighi, erano padroni del campo, erano i vincitori.
Federica, per esempio, da quando era riuscita a rimanere incinta, si sentiva, di nuovo,
perfettamente a suo agio nella sua pelle. Prima no. Dai diciannove anni ai venticinque si era sentita
invecchiare come ragazza e ne aveva sofferto, in silenzio, perch Matteo non avrebbe capito. Sentiva la
riduzione del suo potere di conquista, si confrontava con le minorenni, vedeva bene che erano pi
pregiate. E non sapeva darsi pace.
La maternit l'aveva salvata, sistemandola di nuovo in testa alla classifica della sua categoria.
Madre a venticinque anni, come voleva la legge, come tutte avrebbero dovuto, ma non tutte riuscivano
a realizzare.
Entr in casa, in preda a un'allegria bambina.
Le casse erano allineate nell'ingresso.
Le guard.
"Matteo?" chiese.
Nadine stava scendendo dalla scala, smise di detergersi il sudore dalla fronte quando vide
Federica. Con lei voleva mostrarsi forte e positiva, non recriminare, e non recitare la parte della vittima.
Si sarebbe lamentata semmai con Elisabetta, per aver dovuto portare fin lass otto valigie.
"Il signor Matteo la aspetta in camera."
Federica corse verso il primo piano, dimentica del suo stato per la gioia. Adorava quella
camera, con l'idromassaggio nella vasca da bagno e la vetrata sul giardino, l'aveva sognata per mesi.
Si ferm sulla soglia. Le sue otto valigie non c'erano, non sul tappeto bianco della master
bedroom, e non c'era neanche Matteo. Se lo sent arrivare alle spalle.
"Come hai potuto?" disse, senza voltarsi.
"C' un letto matrimoniale, nella mia vecchia stanza, pi grande di quello che avevamo a casa
nostra. Andremo a vivere l. E ci staremo benissimo."
8.
"Sono Elisabetta De Mauro. Ho un appuntamento con il ministro."
La segretaria la squadr da capo a piedi, prendendosi tutto il tempo necessario per una
perquisizione personale.
Elisabetta resse quello sguardo che la frugava e la valutava restando immobile, eretta, conscia
della sua aggressiva eleganza.
La giacca di cachemire rosso lacca, le scarpe che la alzavano da terra di sette centimetri, lo
slancio dei polpacci, la borsa di Vuitton, l'ultimo modello prima che le togliessero dalla circolazione. I
quattro fili di perle rosate attorno al collo.
Sapeva che il costume prescelto la rendeva sospetta. Le donne, finch erano nel fulgore della
giovinezza, indossavano pochissima stoffa, molte borchie e cerniere, corsetti e corpetti, calze a rete,
spalline sottili.
Pi avanti, negli anni che precedevano il ritiro, era incoraggiata la modestia. Calzoni e
maglioni, gonne al ginocchio e camicette, completini da hostess, colori scuri.
Lo sapeva. Ma non aveva voluto, come di consueto, rinunciare alla sua quota di trasgressione.
Del resto: conosceva perfettamente quello che era diventato il ministro della comunicazione.
Era stato il miglior amico di Matteo, al liceo.
Era un ragazzone dalle mani grosse, sempre un po' sudato. Affannato e sorridente, gi
corpulento a diciotto anni e con una fioritura di brufoli sul mento.
L'aveva poi rivisto, anche recentemente, in quelle poche occasioni pubbliche alle quali non
aveva potuto sottrarsi.
Aveva il viso molle e scavato di chi si sottopone a diete drastiche. Non era concesso, a quanti
coprivano posizioni di rilievo nel Partito Unico, superare il peso forma, calcolabile in dieci
chilogrammi meno dei centimetri sopra il metro.
Lei era perfetta, cinquanta chili per un metro e sessanta.
Certo, rispetto alle donne giovani o giovanissime, la sua statura era bassina, ma non aveva un
filo di grasso.
Sorrise alla segretaria, sedette su una poltroncina arancio, accavall le gambe lasciando salire la
gonna sopra le ginocchia e attese.
Attese senza toccare uno solo dei vari schermi a disposizione dei visitatori per ingannare il
tempo giocando.
Attese immobile, con enfasi paziente.
E, dopo cinquantacinque minuti, dalla porta imbottita dell'unica stanza affacciata sull'ampia
anticamera, usc una seconda signorina.
Era l'assistente del ministro.
Le venne incontro tendendo la mano, con un'espressione felicemente imbronciata.
Rassomigliava molto a Federica. Doveva avere venticinque anni anche lei. Ed era incinta.
Elisabetta strinse quella laccatissima propaggine di un lungo braccio nudo. Era inerte e umida.
Lo smalto era blu, come la divisa: microgonna elasticizzata e giacca aperta su una magnifica
pancia sferica che, coperta soltanto da una canottiera, si muoveva visibilmente sotto l'urto di una
creatura che aveva urgenza di uscire nel mondo.
"Complimenti," disse Elisabetta, meccanicamente.
La ragazza sorrise e apr la porta.
Il ministro era al telefono, sprofondato in una poltrona in ecopelle giallo canarino. La accolse a
gesti, ma affettuosamente.
Indic prima un divanetto a due posti, poi una caraffa di t freddo, quindi una guantiera piena di
cracker dietetici.
Elisabetta si sforz di non ascoltare la conversazione.
Il ministro, al contrario, sbuffava e alzava gli occhi al cielo cercando la sua complicit.
Quando abbass la cornetta si lament subito: "Non ce n' uno che capisca quello che deve
capire, in questo ministero. Abbiamo un intasamento di cerimonie da qui ad aprile. Vuoi comunicarle o
no? Se non comunichi allora  tutto inutile. Si mandano sui treni e via. Se spendi quello che spendi 
per trasformare ogni dipartita in una festa. Dovrebbero studiare il culto dei morti nell'antichit.
Chennes, l'Egitto, la Mesopotamia..."
Elisabetta si sforz, questa volta, di ascoltare.
Era un teatro ripetitivo ma inevitabile: il pi potente parla, innanzitutto, per un tot di minuti dei
fatti suoi, pensando che il questuante si sentir gratificato per questa esibizione di familiarit. Poi si
mette comodo sulla poltroncina e, guardando ostentatamente fuori dalla finestra, dice:
"Allora, cara, che problema c'?" Oppure: "A che debbo l'onore?"
Il ministro scelse molto opportunamente la seconda formula.
Sapeva che Elisabetta copriva pi che decorosamente un ruolo subalterno al suo ma piuttosto
elevato.
Non l'aveva mai disturbato per qualche sciocchezza. Aveva accolto e messo in pratica senza
discutere i nuovi indirizzi sul Tempo libero. Stava musealizzando quello che doveva musealizzare e,
per quanto ne sapeva lui, non si era opposta alle restrizioni delle libert d'espressione in rete n alla
tassa sull'et, con cui, dai cinquantacinque anni in avanti, i cittadini contribuivano alle spese per i loro
ritiri.
Inoltre era una bella donna, non pi sfolgorante come ai tempi in cui andava a studiare da
Matteo, ma certamente di aspetto piacevole, e lui, anche se non era il caso di informarne l'opinione
pubblica, apprezzava le grazie polverose e inutilizzate delle quasi anziane.
"La ringrazio di avermi ricevuta, ministro," disse Elisabetta.
Il ministro, nel sentirsi dare del lei dalla mamma del suo compagno di scuola, registr un
piacere particolare, quasi un inizio di eccitazione sessuale.
" un piacere, signora," disse, sentendosi democratico e principesco.
"Ecco,  molto semplice. Come lei certamente sapr, ho compiuto cinquantasei anni. Da cinque
settimane mio marito  stato... cio: si  ritirato. Io stessa, fra quattro anni, lascer il mio lavoro, le mie
responsabilit... no, non mi sto lamentando. Sto semplicemente riassumendo la situazione. Mio figlio,
che lei conosce bene, e la sua compagna, Federica Rampazzi, sono in attesa, in... dolce attesa. Li ho
accolti a casa mia, come si conviene, ma li vedo, soprattutto mio figlio, in imbarazzo per la mia
presenza. Una giovane coppia ha diritto a non vedersi girare attorno questi memento della mortalit che
siamo diventati noi, adulti anziani. S, lo so, potrei stabilirmi a casa loro, ma hanno gi destinato
l'ambiente a un'altra giovane coppia. La verit  che, sotto qualsiasi luce io mi guardi, caro ministro,
mi sento di troppo, superflua. A disagio. Come una formica che, in attesa di essere schiacciata, non
abbia pi voglia di portare la sua briciola."
Spaventata da quella specie di sinistro volo poetico, Elisabetta si ferm e mise insieme un
sorriso triste e remissivo.
Il ministro aveva smesso di guardare fuori dalla finestra e la fissava con un principio di severit.
"In breve, per non farle perdere altro tempo: vorrei anticipare la mia dipartita. So che il caso
non  previsto, ma ogni regola ha le sue eccezioni. Come mi ha detto il dottor Fausto Genna, che lei
conosce bene."
"Genna, certo," disse il ministro.
Era un compagno di bisbocce e di battaglie, Fausto Genna. Un ottimo elemento, destinato a
salire, anche se non vertiginosamente come era accaduto a lui, ma con metodo. Era un cittadino
motivato e decifrabile. Uno su cui avrebbe sempre potuto contare. Leale, consapevole della sua
inferiorit, ma ambizioso quanto basta per trasformare il dato in una positiva attitudine alla
collaborazione produttiva.
"Ecco, il dottor Genna , attualmente, il mio numero due, alla direzione del Tempo libero."
La frase rest, per un momento, fra loro, con tutti i sottotesti che vorticavano lenti, per posarsi,
poi, silenziosamente, sulla scrivania.
"E il Genna, naturalmente,  d'accordo con il suo orientamento," disse il ministro.
Elisabetta sfoder uno di quei sorrisi per cui, anni addietro, gli uomini provavano l'impulso di
abbracciarla. Battagliero eppure arreso.
"Io credo che coprirebbe l'incarico vacante con la naturalezza dell'et forte. Certe scelte alle
quali io devo obbligarmi gli sarebbero istintive. Ha trentadue anni. Ed  competente in tutti i settori che
cadono sotto la nostra giurisdizione."
"Avete un buon rapporto," disse il ministro, compiaciuto, gi vedeva la notizia diventare virale
sui social, invadere la rete, imporsi come esempio di corretta relazione generazionale.
"S, abbiamo un buon rapporto, lui riconosce la mia adattabilit, io la sua forza."
"Lei  una donna intelligente."
Elisabetta decise di non strafare, commentando il complimento.
Se doveva, per potersene andare, pagare un tributo di pubblicit per il Partito, l'avrebbe fatto.
Tutto era meglio che quel morire a fuoco lento.
La presenza di Federica e Matteo le aveva precluso anche quell'ultimo doloroso piacere: il
godimento della solitudine e del declino.
La nostalgia per Umberto rassomigliava cos violentemente all'amore da incuterle una specie di
vergogna.
E se, come si bisbigliava in giro, davvero i ricongiungimenti coniugali fossero stati una bufala,
una falsa promessa, una chimera?
Decise di portare l'affondo finale.
"Mi aiuter, ministro?"
"Ad attivare le procedure per il ritiro anticipato?"
Elisabetta annu, con la gola stretta dall'ansia.
"Non  nei miei poteri."
Elisabetta si concesse un sorriso quasi normale, anche se non era certa di poterselo permettere.
"Lei pu appoggiare la mia richiesta. Farla mettere in cima alla lista. Aggiungere un commento
positivo."
Il ministro si alz, costringendo Elisabetta a imitarlo.
Quando il capo mette fine a una riunione ripristinando la posizione eretta, nessuno pu restare
seduto per continuarla.
Lo faceva anche lei, nel suo ufficio.
"Ci ha pensato bene, dottoressa De Mauro? Ha ancora quattro anni di vita attiva. Eventualmente
il dottor Genna pu affiancarla, se si sente stanca, potete effettuare un passaggio delle consegne
spalmato su quarantotto mesi invece che su dodici.  certamente un tempo ottimale, magari tutti
avessero la sua delicatezza..."
"Ci ho pensato, ministro. Preferisco andarmene. Infatti..." Elisabetta si morse il labbro
superiore, arross, forse pi di quanto avrebbe voluto, anche se voleva, effettivamente, arrossire, e
disse: "Vorrei chiedere, contestualmente, il ricongiungimento coniugale."
Il ministro, una mano sulla maniglia della porta imbottita, la guard costernato: "In questa
prima fase, cara signora, lo vedo veramente difficile."
Elisabetta appoggi le spalle alla porta. Improvvisamente, il desiderio di prendere a pugni quel
ragazzino obeso, invecchiato e dimagrito troppo in fretta, le parve davvero difficile da reprimere.
"Perch," disse, con una voce atona e senza punto interrogativo.
"Lei vuole bruciare le tappe, e umanamente la capisco. Ma le regole sono le regole. E adesso, se
non le spiace, ho un altro appuntamento."
Elisabetta si ritrov in strada, non sapeva come ci era arrivata.
Era sudata, sentiva freddo.
Si ferm in un caff, ordin un whisky, la musica faceva vibrare i vetri. A tutti i tavoli erano
seduti grappoli di ragazze vestite di plastica o di raso. Le gambe nude. Quasi tutte muovevano le spalle
o i fianchi a ritmo. Drappelli di giovani maschi in giacca e camicia (rigorosamente senza cravatta)
marciavano su quei bouquet di prede con un passo marziale e gioviale, come per una allegra parata.
Si fermavano al tavolo qualche minuto. Il tambureggiare dei bassi copriva accuratamente la
voce umana.
Alcuni scrivevano sugli smartphone invece di parlare e le ragazze leggevano e buttavano
indietro la testa e ridevano.
Se gli accordi sessuali erano positivi si formavano coppie che uscivano dal caff tenendosi per
mano.
Se no si cambiava tavolo.
Elisabetta lasci una banconota sul piatto dei salatini e usc.
Le girava la testa.
Si era dimenticata di chiarire che il whisky lo voleva semplice, non rafforzato dai consueti
additivi chimici per accelerare la sbronza.
Avrebbero dovuto capirlo da soli, che non aveva pi bisogno di ricorrere a questi palliativi, a
queste scorciatoie per l'intimit. Ma forse, nel mezzo buio di quel caff che imitava la notte alle cinque
di pomeriggio, i suoi capelli mezzi biondi e mezzi bianchi potevano apparire come una macchia di luce
giovanile e la sua corporatura esile poteva aver fatto il resto. L'avevano certamente presa per una
creatura ancora quotata nel mercato degli scambi erotici.
Non le provocava la minima soddisfazione darla a bere sull'et, con la complicit della
penombra.
Non prov la minima soddisfazione neppure quando, mentre stava per raggiungere la porta, una
mano sconosciuta le pizzic la natica sinistra, con un muggito di approvazione.
Voleva soltanto andarsene.
Ritirarsi.
Non riusciva a trovare la sua macchina. Continu a compiere cerchi sempre pi larghi attorno al
palazzo del ministero, finch si ricord che era andata all'appuntamento in taxi.
Ne ferm un altro e arriv a casa.
Come le accadeva da quando Matteo e Federica si erano installati da lei, non and in salotto n
in cucina, sal di corsa le scale e si richiuse nella sua camera da letto.
Era infinitamente grata a Matteo di avergliela difesa.
La scelta era costata, a entrambi, una settimana di broncio e lacrime, silenzi aggressivi e
canzoni cantate a squarciagola, in una incoercibile esibizione di potenza polmonare.
Federica si era ribellata con tutti i suoi mezzi. Girava per casa in tanga. Staccava i quadri:
"Pollock mi d l'ansia," e lo girava contro il muro.
Pollock, una delle poche follie commesse da Umberto, negli anni in cui il danaro correva veloce
consentendo capricci e passioni.
L'aveva appeso in camera da letto, per sottrarlo a Federica e perch la camera da letto era
diventata il suo rifugio.
Si chiese se avrebbe potuto portarselo via.
Non riusciva a immaginarsi lo spazio, il mobilio, la condizione materiale in cui Umberto stava
vivendo.
Una stanza? Una casa?
Di notte le tornava in mente, come un'ossessione, una corsia d'ospedale.
Tanti letti in fila, dieci appoggiati a una parete, dieci alla parete di fronte, un'unica finestra in
fondo, grande, attraversata da una croce di sbarre di ferro.
L'avevano portata bambina in un posto cos, a salutare suo nonno, a cui avevano amputato una
gamba.
Non togliere i guantini, non toccare niente, respira con la bocca chiusa, lavati le mani.
Anche in quell'epoca lontana si disprezzava la vecchiaia, la si avvicinava con ribrezzo, pur se in
modo meno metodico.
Non l'aveva mai dimenticato quel giorno. Quella lunga stanza cupa dall'odore pesante. E
continuava a sognarla. Si svegliava, alle due, alle quattro, e da uno di quei letti allineati si alzava il
corpo snello e slanciato di Umberto.
Scacciava l'immagine, inghiottiva una pillola. Lei, che non aveva mai preso medicine.
Mai.
Dormiva artificialmente, adesso. Per la prima volta nella sua lunga vita. Dormiva
artificialmente da quando l'altra met del talamo era vuota del corpo del suo compagno. Era un letto
smisurato, ormai. Ogni cinque anni, lei e Umberto, acquistavano un materasso pi grande. Erano
arrivati a un doppio king size che riempiva quasi tutta la camera.
Dovevano rotolare uno verso l'altra, per arrivare ad allacciarsi. Era motivo di trattenuta ilarit,
quel percorso sempre pi lungo.
Con un sorriso segreto, poi, lei si girava sul fianco e lui, imitandola, andava ad aderire alla sua
schiena, le gambe premevano contro le gambe di lei, e insieme raggiungevano la posizione fetale. Lui
la abbracciava da dietro e restavano cos. Fermi.
Non facevano altro. Abbiamo sostituito la penetrazione con l'adesione, aveva detto Umberto nel
corso di una delle ultime notti, spingendo il ventre contro i suoi lombi.
Avevano teorizzato nuove mode sessuali per un po'... e poi si erano addormentati.
Con un transitorio senso di immortalit.
Le mancava, Dio quanto le mancava...
Perfino il suo leggero russare, quel respiro appesantito dall'inerzia, le mancava.
Chiuse gli occhi, si distese supina, le braccia tese lungo i fianchi, e prese a rotolare nel letto, da
un estremo all'altro. E poi di nuovo. Mentre le lacrime le scorrevano lungo le gote.
Quando sent bussare alla porta, il lamento che stava trattenendo esplose in un muggito
doloroso, come di bestia abbattuta.
Matteo entr.
"Vattene," disse Elisabetta, fermandosi e sedendosi sul letto.
I piedi nudi appoggiati a terra, la schiena alla porta.
Matteo sedette accanto a lei.
"Mi dispiace," disse, dopo aver scartato frasi pi complesse.
Gli parve la conclusione di un percorso, la sintesi di un elenco di formule empatiche che era pi
saggio tacere.
"Ti va se ci mangiamo qualcosa insieme? Federica  alla Mother Class. Poi ha una cena di
condivisione. Tutte femmine pregne. Sono esentato."
"Non sono dell'umore."
"Ma io ti ho cucinato la zuppa di soba con le mazzancolle!"
Elisabetta si costrinse a sorridergli, a sorridere a suo figlio, a seguirlo in cucina, chiss se questo
lo insegnano alla Mother Class, pens. La maternit  un contratto di predilezione assoluta per un altro
essere umano, e non scade mai.
Non si tratta soltanto della bestia giovane e della bestia vecchia, quell'aritmetica  meschina. Il
meschino calcolo di chi invidia e chi  invidiato. Chi cresce e chi diminuisce.  qualcosa di pi
profondo e doloroso, la gratitudine che provi quando ti vedono, quando i figli si accorgono di te e ti
tendono una mano. Mangi seduta di fronte a lui, ai due capi del lungo tavolo di cristallo. Al terzo
bicchiere di vino gli raccont dell'incontro con il suo antico compagno di liceo. Gli disse tutto. Anche
se si era ripromessa di non farlo, gli disse della sua volont di anticipare il ritiro. E del suo desiderio di
ricongiungersi a Umberto. Gli disse che gli voleva bene e che voleva bene anche a Federica, lo disse
con quel sovrappi di tenerezza che il Gewrztraminer consentiva e stimolava. Non si tratta di mentire
ma di glassare un po' la verit. Una questione di dosaggio degli zuccheri. Gli disse che era felice di
saperli ben sistemati l, con il loro bambino, a godersi la luce del roseto in primavera. Disse che lei
davvero non poteva adeguarsi a quegli anni di attesa del termine. Del nulla. Il nulla, disse, va affrontato
senza indugi. Con un balzo, come quando il mare  freddo e l per l soffri, ma poi entri in un altro
elemento, i piedi non toccano pi terra, diventi altro e godi quel piccolo piacere fusionale che
certamente anticipa la dissoluzione.
"Ecco, voglio anticipare il momento in cui questa nuova vita, senza fatica e senza responsabilit
e senza peso e senza scopo, sostituir la mia."
Matteo la ascolt fino in fondo.
Era lui il primo a insegnare come andava affrontata ogni ricaduta psichica della regola
dell'alternanza.
Non si tratta di una deportazione, n di una perdita, si tratta di una trasformazione. Gli anziani
della precedente gestione erano forse felici? Quel loro rimanere attaccati al ruolo, al lavoro, quel
mescolarsi di uomini d'et avanzata con ragazze potenzialmente figlie, quel rincorrere la levigata
giovinezza ricorrendo a operazioni chirurgiche, quel mentire, quel tacere, quel glissare, quel resistere,
quell'occupare posti e sentimenti, poteri e rendite e vitalizi... non era forse una forzatura, un gioco a
perdere, un'illusione di massa cui le lite rispondevano sborsando soldi e i meno favoriti bevendo vino
cattivo?
Sapeva parlare, Matteo. Soprattutto sapeva ascoltare.
Quante donne di cinquantanove anni aveva ricevuto e rassicurato?
Uscivano dal suo studio rinfrancate, convinte. Delle buone ragioni del Partito Unico. Non 
colpa di nessuno se, a sessant'anni, la media degli esseri umani ha ancora un corpo sano e una mente
vivace. Il Partito ha soltanto riscritto le regole, adattandole alla nuova realt.
Una tassa progressiva copre le spese di ritiro.  una visione pi completa del pensionamento.
Tutto qui.
Pi completa e anche pi empatica, pi pietosa, perch non sei lasciato solo con la parte meno
gratificante della vita, vieni accompagnato, accudito, e sistemato fra i tuoi simili.
"Ma perch le donne con le donne e gli uomini con gli uomini?"
Era una delle domande pi comuni. Soprattutto da parte dei soggetti di sesso maschile. Era una
delle risposte pi scivolose, quella che gli toccava somministrare. E forse anche delle pi bugiarde. Si
tratta di una questione transitoria.  l'ordine naturale delle cose, fuori dagli anni della fertilit, la
relazione fra noi e loro, fra noi e voi... Si inerpicava su politiche di genere e digressioni ormonali,
perdeva slancio, non convinceva.
E adesso, era sua madre a metterlo alla prova.
"Voglio chiedere il ricongiungimento. E tu mi devi aiutare. Stai per salire di grado no? Ti tocca,
se non sbaglio. Come premio per il parricidio rituale. Avrai accesso a qualche stanza che conta, a
qualche gruppo di balordi addetti alla riforma della rottamazione... bene, poni il problema. Volete farci
credere che non ci sono intenti persecutori o repressivi, d'accordo. Diciamo che avete ragione. Che la
nostra vita riparte da zero e vivremo, fra noi, una nuova primavera. Bene: come pensate che questo
possa accadere in un casto regime omosessuale? Ogni fioritura ha bisogno di pollini."
Una risata in avvicinamento precedette d'un attimo l'apertura della porta della camera da
pranzo.
Federica, in premaman di lattice e stivaletti a punta, li contempl per un attimo, il telefonino
infilato nell'orecchio. Rise ancora per qualche secondo con il suo sconosciuto interlocutore, poi chiuse
la comunicazione e disse: "Disturbo?"
"Per niente," rispose Elisabetta aprendo la seconda bottiglia, "accomodati, Matteo  reticente,
ma tu non mi farai mancare il conforto della sincerit. Siediti. Vuoi un bicchiere di vino?"
"Non bevo, se no il tuo nipotino viene depravato e ubriacone come suo padre." Matteo si sforz
di non sentirsi a disagio, Federica stava proponendo una tregua ed Elisabetta non era corsa a rifugiarsi
in camera sua. Si trattava di un passo verso la cessazione delle ostilit.
"Mia madre vuole andarsene in anticipo," disse, sperando che Federica riuscisse a occultare,
con un minimo di decenza, la propria felicit.
Federica, come era nel suo carattere, deluse le aspettative. Si alz in piedi, grid: "Wow!" e si
precipit a baciare la suocera che aveva in animo di sgombrare il campo.
"Grande, grande, grande Betty, la fantastica nonna Bettina, fai benissimo, sarai la pi giovane
della comune, potrai trattare le altre da befane, sarai la pi fica di tutte."
Elisabetta si lasci picchiettare la fronte e le gote da quelle effusioni bambinesche, poi le afferr
un polso. Gentile ma ferma. Una vera morsa.
La costrinse a staccarsi da lei, quindi, con un sorriso tagliente, disse:
"A patto che mi sia concesso il ricongiungimento coniugale."
Una nuvola oscur il volto di Federica.
"Oh, no!"
Un'esalazione di sconforto e croll sulla sedia come una bambina a cui hanno fatto cadere il
cono di crema sul marciapiede.
Elisabetta cerc gli occhi di Matteo: dunque era davvero una menzogna. Non ci sarebbe stato
nessun ricongiungimento.
Per nessuno. Nessun campo misto in cui rilanciare il gioco della relazione fra i sessi. Nessuna
possibilit di aderire al corpo di Umberto.
Mai pi.
Poich suo figlio sembrava molto concentrato a leggere l'etichetta sulla bottiglia del vino, si
costrinse a chiamarlo per nome, con una leggera inflessione interrogativa:
"Matteo...?"
"Non farti delle idee strane, il ricongiungimento ci sar... sul fatto che si possa anticipare non
so, se vuoi mi informo."
"Ecco, bravo, informati."
Elisabetta si alz da tavola.
Federica seguiva i suoi movimenti con uno sguardo di cocente delusione. Elisabetta le carezz i
capelli, passandole accanto.
"Non ti preoccupare, piccola, finir per sparire lo stesso, in un modo o nell'altro... e lo far
prima della scadenza."
9.
"Sono venuto a trovarla, come andiamo?"
Umberto non mosse un muscolo, continu a guardare la pagina aperta di La coscienza di Zeno,
rileggendo la stessa riga.
Il dottor Bruno sedette sul bordo del letto.
Tolse gli occhiali scuri che portava sempre, anche in interni, anche nel suo studio, durante le
sedute.
"Via, non faccia finta. La sto disturbando, finch non me ne andr non riprender la lettura."
Umberto chiuse il libro, lo appoggi sul comodino e guard il viso che si protendeva verso di
lui. Gli occhi, che lo fissavano per la prima volta senza la difesa delle lenti, erano di un celeste
chiarissimo e tuttavia consistente, di taglio orientale.
Gli parve di averli gi visti, ma non su quel viso.
Storn lo sguardo, abbass le palpebre, come per rifugiarsi nel sonno.
"Lei  un uomo intelligente, signor Delgado. Non  mai stato collaborativo, ma questa, mi
permetta di ricordarglielo,  una reazione abbastanza frequente."
Vuole umiliarmi, pens Umberto e represse, di stretta misura, un sorriso. Si sentiva debole. Gi
da qualche ora le parole stampate stingevano l'una nell'altra fino a formare una riga unica color
piombo. Eppure aveva tenuto quel romanzo aperto davanti agli occhi con encomiabile costanza. Di
giorno e di notte. Era una difesa.
Era anche una dimostrazione di resistenza.
"Immagino che lei sappia quanto sarebbe facile alimentarla artificialmente."
Umberto riapr gli occhi e si concesse un sorriso.
"Bene. Vedo che reagisce in modo positivo. Magari vuole dirmi contro chi o che cosa sta
attuando questa forma obsoleta di protesta?"
Silenzio. Occhi di nuovo chiusi. Leggera accelerazione cardiaca.
"Non devo spiegarglielo io, che una protesta senza obiettivi  puro autolesionismo. Se lei non
parla sta digiunando invano: in assenza di cibo un individuo normopeso pu sopravvivere mediamente
fino a un mese. Senza acqua non si sopravvive che pochi giorni. Lei ha messo in scena questa ribellione
corporale esattamente sessantasei ore fa. Non le pare arrivato il momento di esprimere le sue
rivendicazioni? La povera Leonora, che tra l'altro  di nuovo incinta e quindi avrebbe bisogno di
serenit,  in tutti gli stati. Vuole farla ricoverare, vuole far venire un ispettore...  sinceramente
provata, povera ragazza. Non le sar sfuggito che questa struttura  la migliore di tutto il comprensorio
di nord-est.
"Qui gli ospiti sono felici. Vivono una situazione di vacanza perfetta.
"S, lo so, lei sta pensando alla frase che ho detto prima, che la scelta di non collaborare  una
reazione frequente. Non c' contraddizione, caro signore.  una questione di step. Fasi. All'inizio ci si
irrigidisce, il distacco dalle tue cose, dalla tua casa, dalle persone care, lo stesso improvviso vuoto dei
giorni senza lavoro, senza impegni, creano un ovvio rigetto. Ci si sente vecchi in modo negativo. Come
se essere vecchi fosse una mancanza, un di meno, una carenza di giovinezza, come se essere vecchi
fosse il malinconico contrario dell'essere nuovi. Poi si capisce che non  cos. Se si frequentano i
gruppi che mettiamo a vostra disposizione, se si  regolari nella terapia... ci si rende presto conto che
non si  vecchi, bens anziani e che l'essere anziani  una condizione estremamente vantaggiosa."
Il dottor Bruno, dopo una pausa di vana attesa, si risolse a prendere fra le dita il polso di
quell'uomo smagrito e testardo. Constat la lentezza delle pulsazioni.
Si rimise gli occhiali scuri.
"Bene. Se non ha altro da dirmi. Procediamo."
Come se avessero aspettato fino a quel momento dietro la porta chiusa della stanza, entrarono
due infermieri con un trespolo al quale era appesa una sacca gonfia di un liquido trasparente.
Prima che l'ago penetrasse nella vena del suo braccio sinistro Umberto disse: "Non si azzardi a
toccarmi."
Sent la sua voce roca. Come se le corde vocali si fossero ossidate per inattivit.
"Non le far male,  una soluzione di glucosio."
Umberto afferr la cannula che fuorusciva dalla sacca e strapp con tutta la forza residua. Non
era granch, ma il liquid si allarg sulla stuoia che copriva il pavimento della stanza.
Una leggera contrazione sotto la lente sinistra degli occhiali, niente di pi. Il dottor Bruno
andava molto fiero del suo autocontrollo.
Con un gesto neg agli infermieri, un mulatto con un fisico da ballerino e un tracagnotto pi
muscoloso che grasso, il permesso di intervenire.
Poich non se ne andavano, si trov costretto a verbalizzare.
"Andate pure, e fate portare la colazione per il nostro signor Delgado, t caldo con due cucchiai
di miele e biscotti a volont."
Quindi prese una sedia, l'avvicin al letto e sedette.
"Si  comportato male, Umberto. Ha fatto un danno. E la flebo le avrebbe fatto un gran bene.
Lei  disidratato, oltrech testardo. Per la testardaggine possiamo soltanto dar fondo alla nostra
dotazione di pazienza, mentre sulla disidratazione si pu intervenire. Ora, mentre aspettiamo la
colazione, vuole rispondere a qualche domanda?"
"No."
Il dottor Bruno annu con soddisfazione.
"Guardi che siamo pi forti di lei. Pu sfasciare una flebo, due, tre, ma se io la faccio
immobilizzare e le faccio un'iniezione la spedisco nel mondo dei sogni e mentre lei  incosciente posso
nutrire i suoi vasi sanguigni con tutto quello che voglio."
"E poi?"
"E poi niente. Volevo soltanto avvisarla: lei non ha alcuna possibilit di togliersi la vita. Era
questa la sua intenzione?"
L'infermiere mulatto entr con il vassoio della colazione.
Umberto si rese conto che gli tremavano le mani nel prendere la tazza.
Bevve un lungo sorso. Il t era caldo e dolce. Molto dolce. Lo sent vorticare nel vuoto del suo
stomaco.
Non aveva mai avuto intenzione di morire. Ma non aveva intenzione di dirglielo.
Stava perdendo la sua prima battaglia. Una sensazione abbastanza sconosciuta, nella sua lunga
vita.
"Mangi un biscotto. Mastichi bene e deglutisca adagio."
Il dottor Bruno godeva visibilmente di quella sua coatta obbedienza.
"Si sente meglio? Questa sera le mander un brodo di pollo e un uovo. Come lo preferisce? In
camicia?  la coque? Fritto? Sodo? Cener a letto. E da domani potr tornare a prendere i pasti con gli
altri ospiti. La saluto. Si faccia un bel sonno."
Sulla porta si volt per indirizzargli un sorriso di evidente superiorit.
"Quando ha voglia di fare due chiacchiere io sono a sua disposizione."
"Adesso," disse Umberto, ancora afono, "voglio parlarle adesso," ripet bisbigliando con forza.
Voleva mettere a segno un colpo. Imporsi almeno sulla tempistica di una conversazione fra
adulti che non doveva assolutamente risolversi in una seduta di terapia.
Il dottor Bruno decise di trionfare negandosi.
"Adesso si riposi.  la cosa migliore."
Il giorno dopo Umberto not che tutti, chi chiedendogli se si sentiva meglio, chi strizzandogli
l'occhio come se li legasse un accordo segreto, lo trattavano in modo artificioso.
Ormai si conoscevano tutti per nome e anche per la sintetica biografia lavorativa che gli uomini
si scambiano per presentarsi l'un l'altro. Eppure non erano fiorite, o almeno cos pareva a Umberto,
amicizie che dessero un senso a quello sfiorarsi quotidiano.
Da mesi dividevano pasti, partite, passeggiate e attese davanti agli studi dei terapeuti o dei
massaggiatori.
Soltanto Giorgio e Michele si appartavano e si cercavano con gli occhi.
Gli altri, primo fra tutti l'onorevole Enzo, continuavano a prendere le misure dei compagni di
sventura.
Come se volessero capire chi sarebbe crollato per primo.
Chi sarebbe riuscito ad acquistare qualche privilegio, smarcandosi dal gruppo.
Quando Umberto aveva smesso di presentarsi alla tavola comune, quando aveva rifiutato i pasti
in camera, quando si era dichiarato perfettamente sano ma desideroso di essere lasciato in pace, quando
aveva rifiutato l'alibi della malattia, i controlli, le visite, quando aveva smesso di bere e di nutrirsi,
Guidobaldo e gli altri si erano recati, in momenti diversi, al suo capezzale.
L'ultimo giorno, prima della visita del dottor Bruno, non era venuto nessuno.
Camminando, da solo, lentamente, nel prato che circondava l'albergo, Umberto si chiese se
avessero subito il divieto di avvicinarsi al ribelle. Possibile che non fossero curiosi della sua battaglia?
In un luogo in cui non succede mai niente,  facile diventare una notizia... Non li aveva coinvolti
apertamente. Per non aveva neanche taciuto. Che cosa avesse detto e che cosa avesse omesso non
riusciva a ricordarlo. Aveva cercato di fare proseliti? Si era proposto come modello? Il digiuno acuiva i
sensi ma confondeva e assottigliava i confini fra il sonno e la veglia, fra il pensato e il verbalizzato.
L'idea di mettere in atto uno sciopero della fame e della sete gli era venuta quando, per la
quarta volta, gli era stato impedito di raggiungere le caserme.
Dopo un primo e un secondo tentativo con il gruppo, sempre di giorno e sempre con una certa
fiducia razionalista nella possibilit di ispezionare il villaggio dei ritirati nella sua ampiezza e
stratificazione, aveva ritentato due volte di notte. Solo.
Senza dire niente a nessuno.
L'ultima volta, quella in cui era arrivato in vista del primo dei sette edifici adibiti a ricovero
degli anziani meno abbienti, era sfuggito al controllo della polizia dell'albergo, ma non a quella delle
caserme.
Due agenti con un fisico da lottatori di sumo l'avevano bloccato mentre, con il cellulare,
fotografava la facciata.
In una finestra si era acceso un lume, non la luce di una stanza, un lumicino tondo e alonato di
giallo, che dondolava nel buio come per chiedere soccorso.
Era quasi certo che qualcuno si fosse affacciato.
E poi ritirato, quando lui, preso alla sprovvista e placcato con la torsione del braccio sinistro
dietro la schiena, aveva urlato per il dolore.
L'aveva verbalizzato con il gruppo, il resoconto di questa avventura?
O aveva soltanto sognato di farlo, in quel dormiveglia da debolezza?
L'avevano caricato su una jeep e riportato in albergo.
L'avevano consegnato al portiere di notte.
"Questo signore si era perso," aveva detto l'orango pi giovane, con una luce di scherno e
superiorit negli occhietti maligni.
Il portiere era uscito dal banco della reception, e l'aveva accompagnato in camera.
Unico particolare incongruo rispetto alla doverosa cortesia dell'impiegato verso il cliente: lo
teneva saldamente per l'avambraccio.
Dal mattino dopo, Umberto aveva smesso di consumare i pasti, non si era pi alzato dal letto.
Eccetera eccetera eccetera.
"E ora sono di nuovo qui, a misurare il vasto rettangolo del prato, mia cara."
Mormor. Aveva preso l'abitudine di parlare con Elisabetta.
Componeva frasi di quelle che piacevano a lei. Ben tornite, un po' scritte, come le battute di una
commedia d'altri tempi. Sofisticata, elegante anche nella disperazione, o forse soprattutto...
Frasi. Con gli aggettivi al punto giusto. E gli avverbi, che Elisabetta considerava un lusso
necessario: "Dimmi una frase con un avverbio e sar tua."
"Mi manchi dolorosamente," disse a mezza voce. Poi aggiunse, alzando il tono:
"Dolorosamente, imprevedibilmente, progressivamente. Mi manchi sempre di pi. Pi fortemente, pi
tristemente, pi malinconicamente..."
Si accorse in quel momento di non essere solo.
"Si sente bene?" chiese il dottor Bruno.
Un raggio di sole obliquo illumin per un attimo il candore del camice e subito dopo, in uno
squarcio di azzurro, tutta la persona. Un uomo alto e ben piantato, con folti capelli d'un castano
innaturale e un paio di occhiali scuri. Una sola immagine Umberto era riuscito a staccare dallo sfondo
annebbiato delle sue sessantasei ore di digiuno: il viso del dottor Bruno proteso su di lui, quegli occhi
da gatto siamese che, al presente, erano di nuovo ben occultati dalle lenti.
Era un viso cieco, come la facciata di un palazzo con le finestre murate.
Umberto prov l'impulso di strappargli via gli occhiali.
Non lo fece, ma si avvicin quasi lo volesse annusare e prese a fissarlo.
Il dottore gli sorrise.
"Mi sta esaminando?" disse, mondano.
Umberto gli sfior la pelle.
Era stranamente priva di rughe. Perfino quelle d'espressione.
Il dottore rest immobile, con forzata cortesia disse:
"C' qualcosa che non va?"
Umberto rispose con una domanda:
"Mi stava seguendo, dottore?"
Voleva prendere tempo.
Il dottor Bruno scosse la testa.
Umberto gli guard il collo, la piega di pelle vuota, l'eccedenza che nascondeva il pomo
d'adamo. Lo colp, improvvisamente nitida come un'evidenza rimossa per mesi, una certezza: il dottor
Bruno aveva cinquant'anni, forse addirittura cinquantacinque. Aveva comunque passato i fatidici
quarantacinque. Era per nascondere la caduta delle palpebre che teneva sempre gli occhiali scuri? Non
era giovane, anche se conservava, nell'insieme, qualcosa del ragazzo che era stato. E il ciuffo di capelli
color castagna che gli scendeva sugli occhiali scuri era sicuramente fasullo.
Un trapianto, una tintura.
"Non sia cos egocentrico, signor Delgado. Passeggiavo. Non ho appuntamenti fino alle
diciotto. Le do fastidio? Preferisce... passeggiare da solo?"
Umberto cambi il verbo passeggiare con quello che il dottore si era censurato: preferisce
parlare da solo?
Si ferm, sedette su una delle panchine che erano generosamente disseminate sul percorso.
"Al contrario," disse, accavallando le gambe, "ho piacere di fare due chiacchiere con lei. Si
accomodi, se non ha fretta. Mi rendo conto che la panchina non si addice a chi sta ancora nel mondo
degli uomini attivi, ma pu sostare e raccontare a se stesso che le tocca tenere compagnia a un paziente
depresso."
" cos che si sente, signor Delgado? Depresso?"
Il dottor Bruno sedette e contempl l'uomo che gli sedeva accanto.
Era un esemplare quasi perfetto del tipo umano che aveva reso il ritiro necessario: alto, le spalle
larghe, le braccia muscolose del giocatore di tennis, i capelli ancora folti anche se compattamente grigi,
due occhi neri penetranti, una dentatura ben conservata.
La vita gli avrebbe concesso, presumibilmente, un ulteriore quarto di secolo di pura energia.
L'esperienza, l'aver attraversato gli anni del disordine senza farsi disarcionare da posizioni di prestigio
e la cultura, l'aver vissuto prima di Wikipedia sudando sui libri, facevano di lui un ostacolo
inamovibile per l'ascesa di chi aveva diritto al suo turno sulla plancia di comando.
Quanti ce n'erano come lui, nella struttura?
Ed era stato saggio metterlo in albergo? Le caserme erano ben pi attrezzate a fiaccare la
volont, a far declinare le forze.
Poich, sentendosi osservato, Umberto non rispondeva alla domanda, il dottor Bruno la
complet con un consiglio: "Se  depresso posso darle un farmaco leggero, che non d assuefazione."
"Non sono depresso. Sono incazzato," disse Umberto.
" uno stato d'animo che pu soltanto danneggiarla."
Umberto con una torsione enfatica del busto si volt verso il suo interlocutore: "Posso essere
franco con lei, dottor Bruno?"
Il dottor Bruno annu, in piena luce. Guardato da vicino, il Delgado gli apparve pi vecchio, per
quel gonfiore sottocutaneo che riduce gli occhi degli anziani a fenditure fra le palpebre.
Stanchezza, ritenzione idrica, cedimento dei muscoli mimetici.
Il dottor Bruno si congratul con la sua buona sorte, per aver potuto cancellare tutti quei segnali
funesti dell'incedere del tempo.
Quasi a sfidare l'interlocutore, eccezionalmente, si tolse anche lui gli occhiali.
"Certo che pu, anzi, deve," disse, magnanimo, offrendo allo sguardo dell'altro l'assenza di
borse (un'operazione semplicissima, bench illegale).
Umberto trasal.
Quegli occhi gli ricordavano qualcuno.
"Allora?" disse il dottore, poich Delgado taceva e lo fissava, con un interesse indecente.
Umberto decise di forzare, doveva stanarlo, doveva giocare.
"Allora... niente. Non ho apprezzato il trattamento ricevuto mentre stavo fotografando un
edificio che appartiene a questo... villaggio. Inutile che glielo descriva, lei lo conosce benissimo. Ed 
anche inutile che lei menta. Sono stato preso come un furfante e riaccompagnato alla mia cella. Qui
siamo soggetti a una sorta di detenzione, dottore. Non possiamo neppure relazionarci ai nostri vicini."
"Non mi pare che lei abbia una naturale tendenza a relazionarsi, mi perdoni se glielo dico. Io
l'ho osservata."
"Me ne sono accorto."
" il mio compito. Sono il responsabile della vostra salute."
Umberto lo fiss, in un silenzio che al dottor Bruno parve aggressivamente lungo, poi disse:
"Per quanto tempo ancora?"
"Per quanto tempo ancora cosa?"
"Per quanto tempo ancora veglier sulla nostra cosiddetta salute... Lei ha cinquant'anni, forse
anche cinquantadue. O addirittura cinquantacinque."
Il dottor Bruno represse a fatica un fremito di pura indignazione.
"Io ho quarantadue anni," disse, freddamente. E si rimise gli occhiali da sole.
Umberto prese a dondolare la testa, un'espressione di diniego, non priva di una superiore forma
di comprensione. Come un uomo adulto di fronte all'inguaribile civetteria di una donna non pi
giovane.
"Lei non ha quarantadue anni. Lei ne ha dieci di pi, come minimo. Il che vuol dire che fra non
molto si trover a sedere su questa panchina non per sua volont e soltanto in orario di lavoro. Vi
sieder obbligatoriamente, senza alternative. Come crede che si sentir? Depresso o incazzato? A
occhio e croce direi incazzato. Sempre che abbia diritto a un trattamento come il mio. Un medico,
anche se al servizio dei piani alti del Partito Unico, non guadagna le cifre che ho guadagnato io nel
corso degli anni. Mettiamo pure che lei abbia maturato il diritto all'albergo, magari decidono che
conosce troppo bene il luogo ed  meglio declassarla. Finir nelle cupe caserme dove avete cos
accuratamente evitato di farmi entrare. Ci ha pensato? Otto anni passano in fretta. Soprattutto da una
certa et in avanti.  una questione aritmetica. Il tempo si segmenta secondo la durata complessiva
della tua esperienza esistenziale. Quando hai otto anni, un anno  un ottavo della tua vita, un tempo
lunghissimo. A sessant'anni un anno  un sessantesimo del tuo tempo vissuto. Niente. Dura quanto
dura un mese per un giovane. Ci pensi. Lei si trover nella mia situazione molto molto presto."
Il dottor Bruno, Umberto se ne era perfettamente accorto, non l'aveva ascoltato che
parzialmente. Per tutta la durata di quell'inopportuna requisitoria aveva palpeggiato lo schermo del suo
cronosmartphone di ultimissima generazione (piccolo che si pu chiudere in un pugno o portare attorno
al polso, nervoso, continuamente pulsante segnali luminosi e ronzii e tintinnanti campanelli).
"Ecco," disse dopo un breve silenzio, e porse a Umberto il piccolo oggetto.
Umberto lo prese: una minischermata mostrava la carta d'identit di Paolo Bruno, nato a Udine
quarantadue anni prima. Capelli castani, occhi azzurri, un metro e settantacinque, dirigente sanitario e
psichiatra. C'era tutto. Anche l'impronta digitale e il gruppo sanguigno.
"Ritiro le mie perfide illazioni," disse Umberto con un sorriso, "lei ha un bel margine, magari
col tempo il confine fra la vita e la non vita verr spostato. Le conquiste della scienza vanno in quella
direzione. Cio in direzione opposta alla rivoluzione dei trenta-quarantenni, ma non importa, basta non
pensarci. Basta non pensare proprio."
Umberto si alz, restitu il cronosmartphone verso cui il dottor Bruno gi tendeva la mano,
preoccupato. Si avvi di buon passo in direzione dell'albergo.
"Venga a trovarmi," gli grid dietro il dottor Bruno.
Umberto tracci nell'aria un segno di commiato, di consenso.
Certo che ci sarebbe andato dal dottor Bruno.
E prima di quanto il dottor Bruno poteva anche soltanto immaginare.
"Ho avuto un'illuminazione, tesoro," disse Umberto a bassa voce, fissando un'aiuola di viole
dai colori sgargianti, "tu ci avresti pensato subito, mia lucida colomba. L'idiota ha un perfettissimo
cronosmartphone da polso. Non un antiquato telefono a raggio limitato come noi reclusi. E prima o poi,
mia cara, io glielo sfiler dal polso, dovesse costarmi la pelle."
10.
La sede del circolo era un palazzetto costruito nel XV secolo, immerso in un giardino verde
cupo senza fiori, fra alberi d'alto fusto e siepi dalle foglie carnose. Si trovava all'apice di una piccola
via in salita, alle spalle del Ninfeo di Valle Giulia. C'era odore di muschio e un'umidit da crepuscolo
in campagna, eppure si trovava nel centro della citt.
Elisabetta spinse il cancello che avevano lasciato socchiuso per lei, attravers il giardino ed
entr da una porta finestra, dopo aver trovato le chiavi in una quasi invisibile fessura fra due lastre di
pietra.
Il piano terra era occupato da dieci tavoli rotondi apparecchiati con un'eleganza d'altri tempi.
Tovaglie ricamate e calici di cristallo, centrini e cuscini e cestini di rose e candelabri d'argento.
Non c'era nessuno ad accoglierla, ma le indicazioni erano chiare: dietro la sala da pranzo c' il
guardaroba, di fronte al guardaroba una scala a chiocciola. Sali, da sotto sembra molto ripida e troppo
lunga, gira due volte su se stessa, ma non  disagevole, se fai attenzione.
Elisabetta si tolse le scarpe e si arrampic lentamente.
La comparsa della sua testa dal pavimento della sala fumatrici fu salutata da un silenzio
improvviso.
Il contrario di un applauso, la conversazione bruscamente zittita, come per valutare l'affidabilit
della nuova arrivata.
Elisabetta si rimise le scarpe e guard la scena che aveva interrotto.
Sedute su divani e poltrone di impeccabile raso color pastello c'erano una ventina di donne
d'et compresa fra i cinquantacinque e i cinquantanove anni.
Erano tutte bionde e tutte tenevano, fra il dito indice e il medio, una sigaretta lunga e sottile o
tozza e senza filtro. Alcune l'avevano infilata in un bocchino, altre la stavano schiacciando nel proprio
piccolo personale posacenere.
"Sono Elisabetta De Mauro," disse Elisabetta.
Le donne ripresero a muoversi, con sollievo, quasi avessero scampato un pericolo. Alcune
incominciarono ad applaudire, quelle che stavano ancora fumando, come violinisti impediti dallo
strumento, iniziarono a battere la mano libera contro il bracciolo della poltrona.
Una bionda color miele con una tunica di seta ocra smise di mordere un lungo bocchino
d'avorio, si alz in piedi con una certa enfasi, baci Elisabetta su entrambe le gote e la present alle
altre.
"Avete visto che  venuta? Ragazze, questa nuova amica ha qualcosa da confidarci. Come vi ho
gi detto  il capo di mia figlia Maddalena. Mia figlia non ha avuto, parlandomi di Elisabetta, che
parole di stima, di affetto e di riconoscenza.  lei che mi ha consigliato di invitarla. Ha detto: Mamma,
non avete niente da temere.  leale ed  una donna libera. Accoglietela fra voi, come una sorella.
Anche lei fuma. E fuma a casa sua.'"
Subito una dozzina di pacchetti di sottili Silk e di Sin senza filtro e di Break dal profumo di
menta furono tesi verso la poltrona su cui Elisabetta era sprofondata in una sorta di piacevole torpore.
Prese una Silk, se la lasci accendere, sbuff una lenta voluta di fumo, form qualche anello
quasi perfetto e si godette il cicaleccio con cui quelle donne della sua et la stavano accogliendo fra
loro.
Erano tutte truccate e abbronzate, avevano fili di perle attorno al collo e orecchini discreti.
Nessuna mostrava le braccia, per non esporre cedimenti muscolari, ma nessuna obbediva alle regole del
falso dimesso, non indossavano tailleur da hostess n maglioni scuri e calzoni larghi. Alcune avevano
belle gambe tornite e gonne sopra il ginocchio, altre jeans e giacchette aderenti che mettevano in
mostra vite ancora sottili. Avevano denti sgargianti e bocche disegnate con la matita.
Non avrebbero mai spinto il loro rifiuto della modestia fino a farsi manomettere i connotati da
un chirurgo illegale, non avevano il coraggio di rischiare la galera, ma l, nel segreto del club che, con i
loro lauti stipendi, avevano affittato e ristrutturato, si consentivano ogni sorta di civetteria.
E ciascuna prestava attenzione ai monili dell'altra, ai piccoli orologi tempestati di brillantini,
alle spille, alle sciarpe, in un reciproco risarcimento per tutto il disinteresse di cui, dai cinquantacinque
anni in avanti, le donne erano obbligatoriamente oggetto.
Anche l'abbigliamento di Elisabetta fu commentato positivamente, con punte di entusiasmo
condiviso per un bracciale d'argento antico a forma di serpente che sottolineava il suo polso delicato.
Quando si sent stanca di sorridere e ricevere sorrisi, quando la sua voce intrecciata al cicalare delle
altre le parve improvvisamente estranea, si alz in piedi e tutte tacquero.
"Care amiche," disse, avendo scartato "compagne" e "ragazze", "non vorrei davvero sciupare il
clima di lusso e di festa che siete riuscite a creare, ma ho bisogno di condividere un... pensiero
pesante," aveva scartato "angoscioso dubbio" e "drammatica certezza".
Il silenzio, attorno a lei, era saturo di attesa.
"Immagino che molte di voi siano separate, la mamma di Maddalena lo , le figlie
chiacchierano ma... dato che le figlie chiacchierano, so che hai un nuovo compagno, cara Sandra.
Molte di voi hanno un nuovo compagno, vero?"
Un'ondata di connivenza allegger l'atmosfera.
Le separate avevano un uomo, anche se non era consentito, oltre i trentacinque anni, contrarre
matrimonio. Alcune delle sposate avevano un amante. Le donne sole, che erano il gruppo pi nutrito,
non avevano certo smesso di sperare.
Non si smette di sperare per decreto legge.
Elisabetta le ascolt rivendicare, in un palleggio di commossi resoconti, ciascuna la propria
biografia erotica, e con essa una sorta di piena appartenenza al genere femminile. Quando pens di aver
ascoltato abbastanza, con un gesto da direttore d'orchestra, impose un nuovo silenzio.
" esattamente come immaginavo. Noi, a dispetto del puro dato anagrafico, amiamo e siamo
amate. Se non amiamo e non siamo amate lo desideriamo. E il desiderio  tutto.  l'unica ragione per
alzarsi dal letto al mattino.  un carburante necessario, benefico, vivificante. Bene. Vi sto dicendo cose
che sapete e vi starete chiedendo perch sono venuta fin qui, nel vostro bellissimo Smoking Club, a
parlarvi del vostro e del mio desiderio di amare e di essere amata."
"Perch non ce lo consentono," disse una donna con un caschetto di capelli biondo cenere
attraversati da mches quasi bianche.
Un'altra disse: "Io non vedo l'ora di andarmene, voglio raggiungere Giorgio, abbiamo
condiviso vent'anni di noia devastante, gli ultimi tempi lui per me era come un pezzo di mobilio, un
comodino... peggio di un comodino, un comodino depresso... eppure adesso mi manca... l'hanno
ritirato l'anno scorso. E ho ricominciato a sognarlo... da non credersi."
La madre di Maddalena protest: "Lasciate parlare Elisabetta."
"No, no... continuate," disse lei, con un senso di struggimento che non aveva previsto,
"continuate,  esattamente di questo che vi voglio parlare.  questo l'argomento. Il ricongiungimento,
come ti chiami... Esther? Il ricongiungimento, Esther. Ecco: non credo che avverr.  un'impostura.
Ce l'hanno promesso, ce l'hanno lasciato credere. Ma non avverr."
"Chi te l'ha detto?"
"Sei riuscita a parlare con tuo marito?"
"Tuo marito  Umberto Delgado, vero? A cittadini anziani di quel livello non possono certo
togliere il cellulare, impedire i contatti con la famiglia... c' una gerarchia, no?"
L'atmosfera si stava surriscaldando. Elisabetta veniva guardata, ora, come una presenza aliena,
privilegiata nonostante la sorte comune, da qualche probabile informazione riservata. E negativa.
"No, mio marito non ha avuto accesso ad alcun privilegio. E io non ho sue notizie da quattro
lunghissimi mesi."
Elisabetta concesse alle sue compagne una pausa enfatica. Si consent un velo di lacrime.
Ascolt il brusio solidale percorrere e unificare la piccola platea. Ora erano tutte con lei. Riprese il
controllo delle sue emozioni con uno scatto indietro delle spalle, un impercettibile tendersi del collo
verso l'alto, quasi dovesse affrontare i flash dei fotografi sfilando su una immaginaria passerella.
Stava mentendo? Stava dicendo la verit?
Per tutta la vita se l'era chiesto. Tutte le volte che aveva preso la parola in pubblico, e non erano
poche. Si innamorava della sua voce nel microfono e si convinceva della sua sincerit.
"Non vogliono che si riformino le coppie," disse lentamente, "una coppia  un'unit di
resistenza.  un incentivo a vivere. A perseguire, testardamente, nonostante i decreti e le delibere e le
leggi, l'obiettivo di stare al mondo, nell'unico modo possibile, quello morbidamente feroce della
battaglia, con se stessi, con gli altri, dando e chiedendo, cavalcando con il massimo o il minimo del
rigore, il mercato al dettaglio a cui ci ha consegnati il presente. La lotta per il godimento ha sostituito,
ormai, da un paio di secoli, la lotta per la sopravvivenza. Si  spostata l'asticella della nostra
soddisfazione,  stato spinto in su il limite. Dobbiamo saltare sempre pi alto. Nessuno accetta la vita
come un dono di Dio, cui sottomettersi senza cercare il meglio per s. Anche noi, che siamo quasi
anziane, siamo cresciute con l'obiettivo del piacere, dell'appagamento, della realizzazione personale.
Siamo cresciute lontane dalla fame e dalla sete e dalla miseria. Per questo non invecchiamo nei tempi
previsti. Non invecchiamo perch continuiamo a cercare di essere felici. A darci da fare, come
adolescenti, per essere felici. Non ci aspettiamo il paradiso, n il sol dell'avvenir. Non immaginiamo un
premio dopo la morte. Non c' niente fuori dal nostro io, dallo spazio tutto terrestre del nostro tempo di
vita. E non moriamo nei tempi previsti. Non vogliamo morire e quindi non moriamo. Quante di voi
hanno ancora i genitori?"
Si alzarono, quasi con timidezza, otto mani, poi altre due.
"Ecco. Siete quasi anziane e non siete ancora orfane. Il Partito Unico vi ha aiutate. Vostra
madre, che vi costava in badanti, ricoveri e medicine, vostra madre che non aveva pi niente di
piacevole, vostra madre che era un memento, un incubo, una minaccia al vostro equilibrio perch in
ogni minuto vi mostrava come pu incurvarsi una schiena, macchiarsi la pelle delle mani, cedere la
carne, ottenebrarsi la mente,  stata ritirata dalla circolazione. Prima di voi. E insieme a tutte le altre.
Tutte le persone di settanta, ottanta, novant'anni sono state portate via. Avete guardato i dpliant, vero?
Un paradiso. Prati verdi, chalet di legno, montagne innevate, laghi azzurri. Il Nord Europa raccoglie
tutti i vecchi, come monete fuori corso, li stiva in un forziere inutile. Vi hanno detto che avreste potuto
andare a trovarli. Dopo qualche mese, per non turbare la cerimonia dell'adeguamento alla nuova vita.
Ci siete mai andate? Avete fatto domanda? Quante di voi hanno fatto domanda per andare a trovare la
propria madre?"
Si alzarono due mani. Una donna con la couperose sulle gote e la coda di cavallo, una pi
elegante con corti capelli biondo grano.
"E vi hanno risposto positivamente? Vi hanno detto: Okay, il posto  questo, qui c'
l'indirizzo, andate, portate loro notizie dal paese, controllate che cosa mangiano e se stanno bene'?"
"A me hanno detto di aspettare perch stavano per cambiare alloggio," disse la donna con la
coda di cavallo.
"E a te? Hanno detto la stessa cosa anche a te o si sono presi il disturbo di variare?" chiese
Elisabetta.
La donna con i capelli corti abbass gli occhi, come se l'avessero colta nell'atto di compiere
qualcosa di disonesto.
"Che la stavano trasferendo," disse, a voce bassa, poi alz il tono e, mentre una lacrima le
scivolava fuori da un occhio, aggiunse: "Ma io non ho insistito. Non ho telefonato di nuovo, non ho
cercato un altro appuntamento e sono passati otto mesi. Io... voi... ce le siamo lasciate dietro le nostre
madri.  vero o no? Che cosa abbiamo fatto per assicurarci che stessero davvero bene?"
Il pianto arriv impetuoso, preceduto e annunciato dal lamento a labbra chiuse con cui aveva
cercato di dominarlo.
"Non fatevi travolgere dai sensi di colpa," disse Elisabetta, ma ormai era inutile. La sua piccola
platea di bionde artificiali stava sciogliendosi nella vergogna per non aver indagato, per non aver
amato, per non aver mantenuto il contatto con le proprie madri.
Quando si rese conto che l'ondata emotiva non poteva essere controllata n incanalata verso
qualche obiettivo, Elisabetta si lasci condurre a uno dei tavoli rotondi del piano terra, dove consum
una certa quantit di barbaresco, pappardelle al sugo di lepre, arrosto di maiale, patate al forno e torta
di cioccolato.
In cucina c'era un ragazzo moldavo dal viso tondo e dal sorriso contadino, a servire in sala un
giovane ucraino coi pettorali esposti, una bellezza angolosa e uno sguardo offeso.
 tutta qui la trasgressione, pens Elisabetta, calorie eccedenti l'etica dietetica e un giro di sesso
mercenario a disposizione.
Ci sono due camere, sopra la sala fumo. Glielo dissero sottovoce. Ridendo. Il vino allentava la
tensione.
Ciascuna prefer, alla fine, pensare che Elisabetta fosse un tipo drammatico.
Bella donna, intelligente, per carit, ma troppo nera, troppa immaginazione. I vecchi e le
vecchie stavano in una zona protetta, separata, un gigantesco Kindergarten. Del resto non era forse
ciclica la vita? Si nasceva si cresceva si diminuiva. Ci sarebbero arrivate anche loro, certo. Ma c'era
tempo.
C'era ancora tempo.
Elisabetta se ne and dopo aver promesso che si sarebbero riviste, che avrebbe aderito al club,
la quota non era un problema, anzi, avrebbe sottoscritto un abbonamento da socio sostenitore. Ma s,
ma certo, una golden card.
Torn a casa a piedi, lentamente.
Aveva bisogno di camminare. Quando camminava, quando correva, i pensieri mordevano
meno, doveva camminare e respirare e consegnarsi al suo destino.
Al destino che era stato organizzato per lei, per loro.
Non era ragionevole sperare in una sollevazione.
Non sul tema del ricongiungimento. E forse neppure su quello della rottamazione.
Gli anni del disordine hanno picchiato duro, pens. Pens che ciascuna di loro, che pure
parevano cos simili, loro, le cinquantenni in attesa di essere ritirate come banconote scadute, vivevano
in una bolla di solitudine, pensandosi diverse le une dalle altre, vivevano la solitudine socievole delle
monadi moderne, elementi ultimi e indivisibili della realt.
Pens che nessuna barricata sarebbe mai pi stata eretta da nessuno.
Sarebbero naufragati tutti nell'illusione di essere unici e nell'obbedienza. Tutti. Anche lei.
Anche Umberto.
11.
L'enorme catino del Palasocial era gremito, come per un concerto, tutti in piedi, pronti a saltellare a
ritmo, cantando, frullando le mani nell'aria.Invece la musica  terminata subito dopo l'inno nazionale,
quello nuovo che nessuno stona e tutti conoscono a memoria. Un coro a decine di migliaia di bocche
perfettamente armonizzate. Un'immagine di coesione che i pi giovani trovano assolutamente naturale
e i pi vecchi assolutamente sbalorditiva. Ed  cos a ogni occasione di assemblea cittadina. Si esegue
tutti assieme il saluto rituale, diritti come soldati e poi tutti ci si siede sul prato, a gambe incrociate. Il
silenzio  assoluto, carico di attesa. Il palco pare ancora pi grande, cos vuoto. Non c' nessuno. Un
microfono infilato su un'asta svetta al centro del proscenio e basta. Non c' altro, non un oggetto, un
fiore, una bandiera. Niente servi di scena o personalit di secondo piano a rovinare l'atmosfera. Il palco
 vuoto e la platea gremita. Decine di migliaia di persone nel pieno del fulgore fisico e mentale,
silenziose, le schiene diritte, fissano gli occhi nel nulla, come per una meditazione yoga (la posizione 
quella giusta). Il cielo  magnificamente stellato sopra le loro teste. E finalmente arriva Lui.Jeans neri
leggermente scampanati, camicia bianca aperta sul petto, i capelli scuri, folti, di taglio antiquato, le
basette, il sorriso. Lui, con quel suo aspetto cos comune e quel fascino cos speciale. Avvicina la bocca
al microfono e quasi sussurrando dice: s, potete applaudire.Scoppia un boato, decine di migliaia di
mani si attivano e, subito dopo, tutti, contemporaneamente, si alzano in piedi.  una coreografia
sapiente eppure del tutto spontanea. Lui incomincia a parlare e le prime parole finiscono affondate nel
clamore. Il silenzio s'instaura quasi subito. Ma Lui non torna indietro. Non ripete quell'incipit perduto.
Parla a tutti e non parla a nessuno. Sta snocciolando dati, e non si ferma. Quest'anno sono nati due
milioni e settecentomila bambini. Sono stati ritirati un milione e trecentomila anziani. Il saldo 
positivo. L'Occidente non ha pi paura. Vengano i neri, gli asiatici, i brasiliani, vengano pure, abbiamo
anche noi gambe lunghe e muscoli guizzanti, teste sgombre, pensieri puliti. Noi europei. Siamo pronti a
combattere o a contrattare. Non abbiamo preclusioni n pregiudizi. Non dobbiamo fare i conti con
niente d'inamovibile. Nessun principio non negoziabile. Nessuna ideologia o religione a ostacolare la
libert individuale o collettiva. Parla per frasi brevi, la concisione  il suo stile. Parla per dichiarazioni
d'intenti. E a ogni dichiarazione, in un ritmo crescente ma regolare di entusiasmo, risponde una ola
gioiosa. Quando tocca il capitolo anziani la voce si ammorbidisce, non nasconde la commozione nel
dire: ieri l'altro si  ritirata mia madre, pap  mancato due anni fa. Erano coetanei. Ho accompagnato
mamma al treno e, per la prima volta dopo il lutto che ci ha colpiti, l'ho vista allegra. Non serena,
allegra. Come una ragazzina. Le cadevano gli anni di dosso mentre sedeva accanto alle sue nuove
compagne. Nell'applauso che ha seguito questa dichiarazione confidenziale, ho sentito pulsare tutto il
sollievo di una generazione. Noi amiamo i nostri cari. Li amiamo nel modo giusto, li proteggiamo dal
confronto con una condizione che li esclude. Una lunga pausa, come una cornice di silenzio, ha
sottolineato quell'approvazione carica di gratitudine. Ce lo sentiamo vicino, il nostro Lder, il
segretario generale del Partito Unico. uno di noi. Anche lui, come chi scrive questo commento, ha
fatto in tempo a conoscere l'ultimissima fase degli anni del disordine. Ve li ricordate i rantoli
dell'animale morente? ha chiesto a quella platea affettuosa. S... s... ce li ricordiamo, hanno gridato
i meno giovani, i TQ, i trenta-quarantenni, come lui, come me, i coetanei del Lder Mximo. Ricordate
la miseria della politica, gli alterchi e gli attacchi, il reciproco disprezzo, lo spettacolo della divisione e
dell'odio e della lotta per il predominio all'interno di una casta distaccata dal popolo, incurante delle
condizioni in cui versa la gente, la gente vera, quella che lavora o, peggio, non lavora, non mette su
famiglia, non produce, non consuma, non compra... Un mondo disordinato. Uomini di settantotto anni
ancora l a sbracciarsi per farsi notare, per mantenere una posizione di potere, senza ascoltare la
debolezza del corpo, l'usura degli organi interni e anche della mente. Donne di sessant'anni con la pelle
del viso tirata dai macellai della bellezza, ancora l, a perseguire il disgustoso progetto di rassomigliare
alla propria figlia... e donne in et fertile che lasciano appassire il loro ventre perch non hanno soldi,
non hanno lavoro e lo stato non le aiuta a compiere il loro dovere biologico...Nel dipingere il mondo
che ci siamo lasciati alle spalle, il Lder ha trovato accenti forti. Aggressivi. Ha ricordato la ribellione
degli inoccupati. Avevano ragione. Erano in piazza tutti i giorni, e avevano ragione. Se non c' lavoro
per tutti, si scarta chi ha gi lavorato a lungo e si fa lavorare chi  nel pieno della sua potenza fisica e
non ha mai neppure incominciato a usarla!  naturale,  nell'ordine naturale delle cose. Abbiamo
messo fine allo spreco delle energie della giovent, ha gridato. Dopo l'applauso il tono  tornato dolce,
colloquiale, modernamente amichevole. Da compagni di drink. Adesso va molto meglio, vero ragazzi?
Siamo tornati alla natura. E seguendo la natura troveremo, sempre, la giusta strada.	Federica
chiuse il lettore dove tutte le mattine compariva Il quotidiano dei Cittadini, organo del Partito Unico.
Aveva letto con sentimento, sottolineando con un sorriso le frasi che le piacevano di pi. Si alz dal
letto nuda e, reggendosi il pancione, and a baciare Matteo, che aveva ascoltato seduto sulla terrazza.
"Sono cos orgogliosa di te che vorrei recitarlo in piazza.  un articolo bellissimo. E tu sei
bravissimo. E adesso che il caporedattore superdecrepito  stato ritirato vedrai quante volte ti faranno
scrivere in prima pagina."
Matteo si lasci baciare, ma le neg le ginocchia.
"Va' a vestirti."
"Siamo belli anche nudi, io e Bambino."
"Va' a vestirti lo stesso. Si  alzato il vento."
Federica annus l'aria, che, in realt, era immobile, profumata di gigli cotti dal sole e
albicocche mature.
Stava per replicare che no, non c'era un alito di freddo e le nuvole erano una grisaglia bassa
carica di sole inesploso, ma poi no, decise di tacere e tornare in camera e mettersi i calzoni.
Matteo aveva uno sguardo marcatamente triste.
Era cos da quando si erano spostati ad abitare a casa di Elisabetta.
E sarebbe stato cos finch Elisabetta non se ne fosse andata.
A chiunque glielo avesse chiesto, Federica avrebbe risposto che era in ottimi rapporti con la
madre del padre di suo figlio, perch un atteggiamento positivo nei confronti della generazione uscente
faceva parte del kit del perfetto venticinquenne. Rispetto per i TQ e una distratta dolcezza verso gli
over fifty che poi si sarebbe colorata di compassionevole paternalismo, quando gli over fifty fossero
diventati over sixty. Una nuora infastidita dalla suocera era residuale, polverosa come le barzellette di
una volta.
Perci, strenuamente, Federica lavorava su se stessa da sei mesi, ma le cose non miglioravano.
Elisabetta aveva preso, nelle ultime settimane, un atteggiamento da cospiratrice, peggio: da
aperta ribelle. Leggeva vecchio materiale cartaceo, ostentatamente e ostinatamente, i tappi nelle
orecchie per non sentire la musica che lei, lei Federica, a buon diritto, faceva risuonare per la casa.
Abbassa il volume, diceva Matteo. No, se no Bambino non la sente, mica  facile da l dentro, la
mia pancia ha un'acustica schifosa. Matteo non rideva. Elisabetta affondava i tappi nei padiglioni
auricolari.
E si accendeva una sigaretta.
"A parte il fatto che  vietato per legge, a parte il fatto che ti fa male, Bambino ha diritto a non
nascere con l'enfisema." (Federica)
Matteo cambiava stanza. Elisabetta spalancava una finestra, oppure saliva in camera sua. Una
volta le aveva detto: "Non rompere ininterrottamente i coglioni, concedimi una pausa ogni tanto." Ed
era uscita, sbattendo la porta di casa.
Uscire, va detto, usciva sempre pi spesso.
Ma quando era evidente che non era tornata a casa dopo il lavoro, n per cena n dopo, Matteo
diventava intrattabile.
Come adesso.
Come in questo esatto momento, che  luned, che  tardi, che abbiamo mangiato senza
divertirci, senza bibitine con l'additivo perch con Bambino dentro non si pu, che abbiamo fatto
coccole invece di fare sesso e si vedeva che tu non c'eri con la testa.
Adesso che siamo tutti e due nel letto con la luna che preme sulla porta finestra aperta sulla
terrazza ed  cos chiara da far cantare gli uccellini, adesso, Matteo, perch sei teso in ascolto e quando
senti aprirsi la porta balzi a sedere?
" tornata quella vagabonda di tua nonna," disse Federica, rivolta alla minuscola escrescenza
che il suo ombelico disegnava sulla pelle tesa del ventre.
Matteo si alz.
Si rivest (Federica era contraria ai pigiama, capi d'abbigliamento da anziani, come le
pantofole) e usc dalla camera da letto, inseguito da una voce marcatamente puerile: "Perch papuccio
preferisce la nonna a noi due, mammina?"
"Perch papuccio  un pochino stronzo, bimbo mio."
Matteo trov Elisabetta in cucina, affacciata sul relativo vuoto del frigorifero, da cui andava
estraendo con gesti rabbiosi pinte di latte, pappette di frutta e formaggini.
"Dovresti spiegare a tua moglie che il neonato non  lei."
"Devi ancora cenare? Sono le due di notte."
Elisabetta non rispose, sedette vicino alla tavola, con un bicchiere d'acqua, una composta di
prugne e un cucchiaino a forma di muso di gatto.
Matteo sedette di fronte a lei.
"Ti faccio un piatto di tonnarelli? Da qualche parte c' del sugo di lepre... se non l'ha buttato
via Federica... era ben nascosto."
Elisabetta si accese una sigaretta.
Gli sbuff il fumo in faccia, aveva una luce ambivalente negli occhi, battagliera e stremata,
come un soldato pronto all'ultimo sforzo prima della ritirata.
"Hai letto il mio articolo," disse Matteo, rassegnato a prendersi la sua razione di sarcasmo.
Elisabetta si strinse nelle spalle.
"Dillo pure, tanto lo so che cosa pensi. Che sono ben inquadrato, embedded nel fronte nemico,
che sono un leccaculo del regime, che non ho un grammo di libert di pensiero, di spirito critico e di
buon gusto, che..."
Elisabetta lo interruppe: "Gli hai mai parlato?"
"A chi?"
"Al Nostro Lder Mximo," con la voce Elisabetta dissemin la frase di maiuscole.
"Ma no, dai... soltanto perch adesso scrivo sul Quotidiano dei Cittadini in prima pagina non
vuol mica dire che sono diventato il capo dei suoi addetti alla comunicazione. Ha una schiera di
ferventi apostoli che si occupano della sua immagine. Io..."
"Tu ti chiami Delgado, gli altri no."
Matteo strinse le labbra per reprimere un moto di fastidio. Era una vecchia storia. Ne aveva
sofferto, quando era un ragazzo, all'apice degli anni del disordine.
"Quando vanno a rottamare un pezzo da novanta come tuo padre, l'erede viene destinato a
un'ascesa molto molto rapida. Lo sai no?  gi successo. E l'abbiamo commentato insieme. Se adesso
l'hai rimosso buon per te, non sar io a obbligarti a tornarci sopra.  un meccanismo elementare, sta fra
il risarcimento e la fiducia nel DNA. Tu sei il portatore giovane di un'eredit genetica di prim'ordine.
Anch'io non sono esattamente una casalinga fuori corso e loro lo sanno benissimo. Perci non fare la
mammoletta con me. Hai ricevuto una telefonata lusinghiera, no? Ti  stato chiesto di seguire gli eventi
speciali del Segretario Generale, tutte le assemblee cittadine e le manifestazioni. Sono state lodate la
tua scrittura, la tua verve, la tua duttilit. Non farai pi il galoppino psichiatrico addetto alla
consolazione dei rottamandi, fine della moral suasion ad personam, quei trenta minuti di vasellina
purissima con cui prepari i tuoi pazienti a farsi fottere. Da domani, o dal mese prossimo, dirigerai il
settore. Potrai assumere e licenziare, avrai un ufficio con qualche pianta in vaso, un salottino in
similpelle e un tavolo per le riunioni. Il tuo stipendio sar soltanto triplicato, per non dare nell'occhio,
ma con i fuori busta in nero raggiungerai una cifra ragguardevole. La tua vita cambier. Anzi, la tua
vita  gi cambiata."
Elisabetta butt gi d'un fiato il bicchiere d'acqua che aveva davanti.
"Su, non guardarmi con quello sguardo da pulcino perplesso. Non ti sto sgridando, sono
contenta per te... E il tuo pezzo su quell'orrendo quotidiano era comunque scritto meglio di come
sarebbe stato scritto da uno a caso fra i molti addetti alla glorificazione del Lder."
"Non sono n perplesso, n pulcino. Sono deluso, mamma. Speravo che non saremmo finiti a
scannarci fra noi. Con pap ci siamo riusciti.  uscito di scena con ammirevole compostezza. Io ho
recitato il mio discorso di commiato. Lui mi ha ringraziato. Ci siamo abbracciati alla stazione."
"E non ti manca?"
"Certo che mi manca. Come mi mancherai tu. Ma le cose stanno cos. I bambini hanno bisogno
della mamma, i ragazzini hanno bisogno di contestarla... gli uomini no, non hanno bisogno di nessuno.
Gli uomini e le donne non hanno bisogno del pap e della mamma. E la vostra generazione..."
"La nostra generazione?"
"La vostra generazione ci ha trattato da ragazzini anche troppo a lungo."
"Forse  vero. Ma forse vi faceva anche comodo."
"No, cara. Era degradante. Ci avete fatti sentire dei ritardati."
"Ed evidentemente  un crimine, visto che lo dobbiamo pagare con l'eliminazione fisica."
Elisabetta si alz, and al lavello, dando le spalle al tavolo prese a lavare il cucchiaino a forma
di muso di gatto e il bicchiere che aveva contenuto soltanto acqua, con una lentezza estrema.
"Voglio chiederti una cosa Matteo," disse, senza voltarsi.
"Anch'io voglio chiederti una cosa: perch ti sei fatta in testa questo film dell'orrore,
Elisabetta? Sei una donna razionale e intelligente. Perch parli di eliminazione quando si tratta di...
andare a vivere all'estero. Vivere. I prossimi trenta quarant'anni o quanti saranno, in un altro tipo di
societ. In cui, probabilmente, primeggerai come hai primeggiato in questa. Sarai notata, promossa,
adulata. Come..."
Elisabetta si volt, asciugandosi le mani contro i pantaloni di lino chiaro, non era un buon segno
che suo figlio l'avesse chiamata per nome. Era un primo, consapevole passo nel percorso
dell'allontanamento. S'era deciso anche lui, pur con grande ritardo, ad adeguarsi alla regola. Era
inevitabile.
"Voglio chiederti un favore, Matteo, poi risponder alla tua domanda. Ora sei pi potente di
me.  venuto il mio turno. Forse ora sono io che ho bisogno di te."
Matteo prov l'impulso di lasciare precipitosamente la stanza. Lo represse.
"Dimmi... anche se sono certo che sovrastimi la mia potenza, cercher di aiutarti."
"Quando lo incontri, quando incontri il nostro Lder Mximo, chiedigli dove li hanno mandati,
quelli che sono partiti sei mesi fa. Dove sono? Ho bisogno di poterlo immaginare in un luogo, tuo
padre. Devo visualizzare dov', come vive, com' la sua casa, o la sua stanza, se no...  come se fosse
morto."
12.
"Un agosto torrido": era questa la frase che rimbalzava da un tavolo all'altro, fra i divani e fra le
panchine. Il tavolo da ping pong era sempre libero, sul campo da tennis cresceva l'erba cipollina,
perfino la postazione "carte e giochi di societ" era stata abbandonata.
Nelle piscine termali c'erano pochi corpi, galleggiava qualche pancia, nuoticchiavano i pi
adiposi, obbligati dal dietologo a essudare grasso.
I pi magri evitavano di unire al calore dell'aria ferma anche il ribollire dell'acqua solforosa.
Il generale intorpidimento non risparmiava nemmeno la mensa.
Qualcuno, di tanto in tanto, mancava alla cena. E, fino a quel momento, non era mai successo.
Eppure il caldo asfissiante durava da settimane.
Umberto se ne rese conto all'improvviso, come se un accumulo di segnali su cui aveva deciso
di non soffermarsi l'avesse portato, poi, a una imprevedibile illuminazione: qualcosa stava cambiando.
I suoi compagni di sventura incominciavano ad adeguarsi a quella metodica organizzazione del
declino, se non con la volont o con il pensiero, almeno con il corpo.
Si addormentavano sempre pi presto, saltavano il pasto serale. Di tanto in tanto, passando per
le sale del piano terra, li vedeva sonnecchiare sulle poltroncine, gli occhi vuoti, un sibilo leggero fra le
labbra socchiuse.
Perfino la vitalit dei pi ottimisti sembrava sottoposta alle prime smagliature.
Luciano aveva smesso di cercarlo per parlare dei "vecchi tempi", quando "se alzavi la voce", tu
certamente, ma perfino io, "si mettevano tutti sull'attenti". Guidobaldo sudava, si tamponava la fronte
con un fazzoletto monogrammato ma non del tutto pulito, non faceva pi cenno alla qualit superiore
dei suoi vitigni.
Piuttosto strologava sul tempo, che il caldo li avrebbe corrotti tutti, che sarebbero marciti in
vita, la carne guasta appesa alle ossa, troppo sfiniti anche per morire.
Umberto provava a contrastare quella visione terminale dell'estate, non che gliene importasse,
ma voleva aprire un dialogo, determinare un contatto. Per la prima volta, nella sua lunga vita, si rese
conto di sentirsi solo.
Aveva bisogno di confrontare le sue intuizioni con qualcuno, di essere contraddetto.
Cerc Enzo Torretta, l'onorevole, bench, fra tutti, fosse quello che lo irritava maggiormente.
Non era nelle stanze comuni.
Guard i suoi compagni di sventura, imbambolati davanti alla televisione o arresi al sonno sotto
un ombrellone.
Era pentito di non essere entrato in confidenza con nessuno, perch, ora, aveva una gran voglia
di fare domande, di sondare gli umori degli altri, di farsi raccontare come si sentivano.
Non era mai stato un tipo facile al contatto umano, n programmaticamente cordiale.
Nella parte attiva della sua vita, non aveva mai avuto tempo da dedicare alle relazioni. Non ne
aveva bisogno e, sul piano del desiderio, preferiva concentrarsi, nei risicati spazi liberi, ad approfondire
la conversazione con i pochi che gli parevano degni. Elisabetta, innanzitutto, e Matteo, certo, fin da
quando era bambino. Gli pareva, con lui, di dissodare un campo potenzialmente fertile e non ancora
lavorato. Dopo la sua famiglia, veniva il suo vecchio professore d'universit, Roberto Muller, che era
diventato famoso, in tempi abbastanza recenti, scrivendo su un giornale dissidente corsivi fulminanti
contro i trenta-quarantenni. Il giornale era stato poi soppresso e del professor Muller si erano perse le
tracce, come di tutti gli ottanta-novantenni. Stessa sorte era toccata alla tata della sua infanzia, caso
assolutamente raro di intelligenza naturale, una donnina del tutto ignorante, capace tuttavia di porre
domande con una eclettica curiosit che lo incantava. Era andato a trovarla fino a quando? Due anni
prima, tre anni prima... Ma non si era mai chiesto dove materialmente fosse finita. N lei n il
professore n l'insopportabile zia Cesca, unica superstite della sua famiglia. Eppure erano stati, il
professore e la tata, fra i pochi esseri umani che aveva amato. Con le persone che frequentava per
lavoro era cortese, ma determinato, con una sorta di rigore monastico, a limitare il rapporto al
perseguimento del risultato, niente di personale, niente di leggero. Quando, poi, si era visto catapultato
in quel drappello di bianchi maschi occidentali accomunati dal caso e dall'anagrafe, la sua naturale
tendenza a comunicare in modo selettivo era esplosa.
Era diventato ostinatamente scostante.
Rifiutava ogni invito, esibiva la sua solitudine come l'ultimo privilegio praticabile.
E adesso si trovava a muoversi fra estranei, mentre avrebbe potuto averli amici, per quanto la
durezza della condizione condivisa generi solidariet.
Avrebbe potuto scuoterli, interrogarli, confrontare con le loro, le impressioni che stava
registrando giorno dopo giorno.
Invece, bench, per la prima volta, si aggirasse fra gli altri sorridendo, non riceveva che sguardi
vuoti, nemmeno un cenno del capo che gli desse la sensazione d'essere stato visto.
Gli pareva di attraversare un incubo: possibile che fosse, lui, l'unico sveglio in un mondo di
comatosi?
Da due mesi esatti, cio da quando il suo sciopero della fame era forzatamente rientrato, aveva
messo in atto una strategia precauzionale: tutte le sere, a cena, fin dal primo giorno, ciascun
commensale aveva trovato, accanto al piatto, un integratore alimentare. Ferro, calcio, magnesio. Tutti
lo inghiottivano serenamente. E anche lui l'aveva fatto, all'inizio. Erano grosse capsule piene di una
polvere bianca. Da due mesi, da quando, cio, si era reso conto di essere un detenuto pi che un ospite,
aveva deciso di posizionare la capsula a lui destinata sotto la lingua e, salito in camera, la sputava nella
mano, la apriva e faceva scivolare via, per lo scarico del lavandino, tutta la polvere bianca.
Era grazie a questa pratica disobbediente che si era ritrovato a essere, fra tutti, l'unico immune
da quegli attacchi di narcosi?
Aveva caldo, anche lui, come tutti. Ma si sentiva bene.
E gli pareva che i suoi sensi, da quando aveva incominciato a sospettare, si fossero acuiti.
 quanto accade nelle situazioni di pericolo?
Comunque stessero le cose, non doveva mostrarsi troppo sveglio. Non pi sveglio degli altri, n
pi vigile.
Che fosse o meno una sua fissazione, una fantasia ansiosa, un complesso di persecuzione, fosse
vero o falso, era, in ogni caso, verosimile che tanta mansuetudine venisse indotta artificialmente.
Nessuno dei suoi compagni di detenzione era cos vecchio o cos disperato o cos rassegnato da
non annoiarsi, non rimpiangere, non protestare, non pretendere.
Una sedazione progressiva era, molto probabilmente, l'unico sistema per garantirsi la pace
sociale.
Certo, il caldo si era insediato umido e compatto, le stanze erano torride, l'impianto di aria
condizionata era guasto e nessuno era ancora venuto a ripararlo... ma era sufficiente a spiegare
quell'epidemia di inerzia?
Ed era un caso la rottura del condizionatore o si intendeva confondere i sintomi della narcosi da
farmaci con il calo di energia che pu generare un'estate troppo calda?
Il dubbio, il sospetto, l'assenza di riscontri, tutto lo spingeva verso un crescendo di angoscia.
Pi per distrarsi e sentirsi attivo che perch si aspettasse davvero qualcosa da loro, Umberto and a
cercare, di nuovo, i compagni del gruppo con cui aveva tentato, mesi prima, di raggiungere le caserme.
Visto che non erano nelle sale comuni n nel parco, decise di stanarli, di bussare alle loro
stanze.
Si erano arresi o si erano offesi perch aveva ritentato la sorte da solo?
Erano tutti drogati dai farmaci o fingevano? L'avevano scaricato?
Avrebbe voluto prepararsi un discorso ben calibrato: alcune verit essenziali e, come tutte le
verit essenziali, abbastanza intollerabili, intrecciate a ponderate raffiche di quella volont di fare, il cui
sottotesto  sempre un ottuso ottimismo. Un tempo era il suo colpo segreto per conquistare la
supremazia in qualsiasi gruppo.
Lo sapeva ancora usare?
Forse no. Forse tutto quel tempo libero, tutta quella assenza di interesse per il campionario
d'umanit a disposizione stava riducendo drasticamente le sue qualit di stratega, di leader.
Un cupio dissolvi senza nobilt e senza grazia si stava insinuando nelle sue giornate.
Buss, come prima tappa della ricognizione, alla porta di Enzo, l'onorevole, con poca energia,
quasi sperando che non si aprisse.
Si apr, invece.
Enzo era in mutande e non sembrava imbarazzato dalla visita inattesa. Disse che quel caldo lo
uccideva, che dormire era l'unica reazione sensata e gli richiuse la porta in faccia, dopo aver biascicato
qualcosa a proposito dell'aria condizionata gelida di cui godeva negli uffici suoi, quand'era senatore.
Guidobaldo e Luciano non erano in camera. O non rispondevano.
Li trov qualche ora pi tardi, nella sala video, dove un grande televisore d'altri tempi
trasmetteva per loro un cartone animato sui danni del colesterolo nel sangue.
Chi entrava (era una sensazione sua o davvero tutti trascinavano i piedi?) si lasciava catturare
dalle immagini dei batuffoli di grasso che rotolavano nelle rosse arterie ribollenti, sghignazzando.
Crollavano a sedere sui divanetti a due posti e assumevano la postura arresa del teledipendente.
Non  facile, in chi arriva a quel punto, distinguere il sonno ipnotico dallo stato di veglia passiva
indotta dal video.
Umberto valut l'ipotesi d'intervenire spegnendo d'ufficio il vecchio arnese.
La scart e and in cerca della coppia gay. Forse l'esser sorretti, unici fra tutti, dalla scommessa
del desiderio, li aveva vaccinati, forse uno dei due s'era insospettito del malessere dell'altro e aveva
preso coscienza del rischio.
Ormai a lui pareva cos evidente! Come potevano, le menti ordinatrici del Partito Unico aver
pensato che, dopo sei mesi di ozio, in assenza di prospettive, centinaia di uomini non ancora piegati dal
tracollo biologico, si adeguassero a quella sospensione della vita! Avevano lasciato case, conti in
banca, automobili, mogli o amanti, figli egoisti e senza devozione ma pur sempre figli, avevano
lasciato beni materiali e relazioni, contatti, consumi, oggetti... Chi poteva essere matematicamente
certo che non si creassero vortici di risentimento in seguito a quella spoliazione?
Se fossero stati come i sessantenni del passato, avrebbero lasciato naturalmente il posto alla
generazione entrante. Erano stati rottamati proprio perch troppo vigorosi. E quello stesso vigore,
anche deportato in localit sconosciuta, anche lusingato con un'illusione di vacanza, conteneva la
scintilla che, prima o poi, avrebbe innescato un incendio. A meno che qualcuno non la spegnesse.
"Amore mio," disse Umberto, rivolgendosi alla sua compagna assente, "non credevo che mi
sarei mai ritrovato nel punto di vista del ribelle. Eri tu l'indomabile, la femmina alfa che non si lascia
comprimere nel destino disegnato per lei. Io ho sempre espresso la mia critica verso la societ in cui ci
 toccato vivere, scalandone la piramide fino all'apice, alla vetta, alla posizione dominante. Dovevo
rotolare quaggi, per diventare come te, mia dolce indemoniata."
Si ritrov a sorridere, come se davvero le sue parole avessero evocato Elisabetta. Si scopr a
imprimere nell'aria calda del pomeriggio una specie di carezza.
E si sent, improvvisamente, stanco, troppo stanco per continuare a cercare Giorgio e Michele.
Eppure non voleva rinunciare a parlare. Sentiva di non potersi permettere neppure un minuto di
inerzia.
Doveva reagire.
Si incammin di buon passo verso la dpendance dell'albergo dove si trovavano gli studi
medici.
Il dottor Bruno stava uscendo e Umberto gli si par davanti, impedendogli di arrivare alla porta.
"Se ne va, dottore? Stavo proprio venendo da lei."
Si rese conto di averlo colto di sorpresa. Aveva le spalle chiuse, l'andatura curva di chi non 
sottoposto allo sguardo valutativo degli altri.
Trasal, nell'incontrare Umberto, nel vederselo cos vicino e cos aggressivamente deciso e
ostacolargli l'uscita, ma non fu abbastanza rapido nel resettare l'espressione del viso.
Era, eccezionalmente, senza occhiali scuri.
E Umberto improvvisamente ricord a chi rassomigliava.
Al professor Muller. Aveva lo stesso taglio degli occhi, obliquo, felino, orientale. E l'iride di un
celeste trasparente.
Non aveva mai visto uno sguardo cos simile a quello che gli ricordava il primo successo della
sua vita.
Il professor Muller insegnava estetica. Bocciava quasi tutti, senza alzare la voce, senza biasimo,
con rispetto, quasi con dolcezza. Aveva assegnato a Umberto l'unico trenta e lode della sua carriera di
accademico. Gli aveva detto: "Lei, Delgado,  il solo essere umano, fra quelli ricoverati in queste
stanze, per cui ha senso che io continui a insegnare. Mi consenta di ringraziarla." Poi si era alzato, era
passato dall'altra parte del tavolo e aveva abbracciato Umberto, che aveva vent'anni e non sapeva quale
fosse il gesto adeguato ad accogliere quell'esibizione di familiarit.
Roberto Muller era una leggenda, all'Universit la Sapienza. Era sua ferma convinzione che la
classe dirigente di un paese dovesse essere composta da una magra schiera di superdotati. Tutti gli altri
dovevano identificarsi positivamente con il ruolo di ingranaggi della macchina sociale.
Era stato contestato con vigorosi schiamazzi, ai tempi in cui l'idea alla moda era la scuola di
massa, la liberalizzazione dell'accesso, il voto politico. Umberto era arrivato una decina d'anni dopo,
quando la scuola di massa non era pi un'idea ma una realt. Muller aveva continuato imperturbabile a
selezionare a modo suo la classe dirigente. Umberto l'aveva difeso, prendendosi la sua parte di odio.
Ed erano diventati amici.
Improvvisamente ricord tutto, tutto quello che aveva rimosso, con l'opportunismo dell'oblio.
Non era sparito con tutti i vecchi, Roberto Muller. Si era tolto la vita.
La notizia gli era arrivata agli albori della incruenta rivoluzione che aveva sancito il potere dei
trenta-quarantenni.
Non lo vedeva da anni.
Non l'avrebbe mai dimenticato.
E ora, sul viso senza rughe del direttore sanitario, erano riapparsi quegli occhi di cristallo e di
ghiaccio.
Era cos colpito dalla rivelazione che non riusciva ad ascoltare quello che il dottor Bruno gli
stava dicendo.
Lo segu nello studio.
"Si accomodi pure," lo sent dire e riattiv il contatto col presente.
Il dottore aveva aperto la porta con una chiave, aveva riacceso la luce e ora gli indicava la sedia
restando in piedi, di nuovo rivestito di quella cortesia venata di superiorit, contemporaneamente
inappuntabile e irritante.
"Ho cambiato idea," disse Umberto.
Il dottor Bruno lo guard in modo interrogativo.
"Rispetto al suo consiglio di assumere qualche farmaco antidepressivo."
Voleva gratificarlo, voleva trattenerlo, voleva compiacerlo.
Lo ascolt, perci, esibendo l'umile, spasmodica attenzione del paziente davanti alla parola
dell'illuminato.
Si lasci misurare la pressione, rispose con rigore a ogni domanda sulle sue trascorse malattie
fino a consentire una anamnesi quasi perfetta.
Il dottor Bruno gli consegn una boccettina, nel prenderla Umberto disse, con un tono
assolutamente privo di pathos: " compatibile con i calmanti che ci ammannite a cena tutti i giorni?"
"Quali calmanti? Quelli che assumete ai pasti sono integratori alimentari."
Umberto ruppe in una risatina nervosa.
"Perch mi prendi per il culo, dottor Muller?"
Era un rischio, ma aveva bisogno di una riprova. E la ebbe, sulle guance troppo lisce del dottore
si formarono due macchie color fucsia.
"Non Gaetano Bruno, Bruno Muller. Bruno. Mi ricordo perfettamente di te, quando arrivavo a
casa di tuo padre ti sentivo suonare il pianoforte. Entravo nello studio e restavo ad ascoltarti. Tuo padre
era in salotto con te. Lo studio e il salotto erano divisi da una porta a vetri, vedevo l'ombra dei vostri
corpi. Quando il pianoforte taceva, tuo padre mi raggiungeva nello studio. Certe volte canticchiava uno
dei temi della sonata che avevi appena concluso. Avevi talento e lui era fiero di te. Io avevo diciannove
anni. Tu ne avevi quindici, o forse quattordici. All'epoca erano tanti, quattro o cinque anni di
differenza, tu eri poco pi che un bambino, io ero uno studente universitario... adesso siamo
praticamente coetanei."
Dopo quella vampata di emozione, Bruno parve aver ripreso il controllo.
"Una costruzione delirante, direi. Perch non va a fare due chiacchiere col professor
Santangelo? Le farebbe bene anche per la depressione, oltre che per le fantasie persecutorie. E adesso,
se non le dispiace, vorrei andare a casa, sono al lavoro da questa mattina alle otto."
Umberto non accenn ad alzarsi.
"La prego, signor Delgado..."
"Dove abiti Bruno? Fuori da questa gabbia, immagino. Hai una moglie giovane, no? Ti hanno
fatto un bel lavoro: non una grinza. I capelli non sono venuti bene ma la carnagione  potente..."
Il dottore, senza smettere di guardare Umberto, che restava seduto e continuava il suo
monologo, suon un campanello. Non era posizionato sopra il tavolo, bens sotto, per essere utilizzato
di nascosto. Il gesto era violento e scontato, Umberto sent una punta di malinconia. Come se la
puerilit della situazione gli avesse tolto ogni gusto. Ma anche ogni cautela.
Si alz di scatto e si butt addosso al dottor Bruno con tutte le sue forze. Picchiava a vanvera,
senza una strategia, senza prendere la mira, come se tutti i sospetti, le paure e le umiliazioni di quei
mesi gli circolassero nel sangue raddoppiando la sua forza. Come anabolizzanti.
Bruno barcoll, cadde all'indietro e, quando fu a terra, Umberto gli mont addosso,
stringendogli il busto fra le gambe. Bruno prov a dargli un pugno e Umberto gli blocc il polso e gli
inchiod il braccio teso al pavimento. Prima che due agenti della sorveglianza interna lo strappassero
da quella posizione di temporaneo predominio, era riuscito a sfilare il cronosmartphone al dottore e a
farselo scivolare nei pantaloni.
13.
Il cinguettio che segnalava l'arrivo di un messaggio video interruppe Elisabetta nel pieno di una
di quelle perorazioni per cui era famosa in tutto il settore Tempo libero.
La sala era piena. Le poltroncine erano occupate e una doppia fila di ritardatari se ne stava
affastellata sul fondo.
Accanto a lei, che parlava in piedi davanti al microfono, il giovane Genna, anche lui in piedi,
anzi, sull'attenti, annuiva solenne.
Elisabetta sfior il cronosmartphone per silenziarlo e continuare il discorso, stava presentando
la sua ultima creatura (My Memory, per "viaggiare dentro la vita") davanti a una platea di Piv (primi
venditori).
" molto semplice," disse, " alla portata dell'eccelsa modestia dei bambini. Indipendentemente
dall'et, ciascuno di noi possiede un patrimonio personale di passato. Siamo titolari di tutti i capitoli
della nostra storia.  una ricchezza che non si pu accumulare che vivendo. Ma una lunga vita 
patrimonio degli anziani, e noi vogliamo lavorare per i giovani. Per voi. I vostri ricordi quanti sono? E
di che qualit? Che cosa  rimasto davvero impigliato nella rete della vostra coscienza trasformandosi
in vissuto? Poco, soprattutto per i pi estroversi, i pi dediti all'esercizio della disattenzione,  rimasto
poco, quasi niente. Eppure, quando vogliamo corteggiare una ragazza, quando vogliamo farci belle agli
occhi di un uomo, renderci interessanti, che cosa facciamo? Incominciamo a raccontarci, a raccontare
la nostra storia. A dirci, l'un l'altra, io sono cos, vengo da questa famiglia, da questa citt, da questa
memoria. Non tutti sono dei bravi narratori di se stessi. Narrare  un'arte, meglio, una predisposizione.
Ma noi, noi che gestiamo i proventi della TMC (Tassa marginale culturale), vogliamo mettere tutti in
grado di raccontarsi, di sedurre attraverso la memoria e la storia personale individuale, vogliamo
regalare a tutti un passato chiaro e leggibile, un passato affascinante da condividere, vogliamo mettere
in grado di parlare di s con ricchezza di dettagli narrativi anche quelli che non ricordano niente, che
non si sono mai guardati dentro e non hanno, di s, altro che percezioni fisiche, il caldo, il freddo, la
fame, la sete, la soddisfazione della fame, la soddisfazione della sete, il piacere del corpo, il dolore del
corpo. A queste persone noi forniamo una possibilit di intelligenza a scopo seduttivo o ricreativo, cui
non potrebbero mai attingere senza il nostro My Memory. Per chi non  interessato alla seduzione a
mezzo parola, offriamo comunque un piacevole viaggio in una vita inventata. Pu decidere di farla sua
cos come la proponiamo nel men principale o modificarla scegliendo fra le varie possibilit di svolta
del menu sliding doors. Ed  facile da utilizzare. La indossi come un casco integrale da motociclista."
Elisabetta guard Genna, che le restitu un sorriso radioso.
Una ragazza incinta dai lunghissimi capelli rosso Tiziano sal sul palco reggendo un esemplare
di My Memory. Genna, dopo averle carezzato il ventre, suscitando un applauso commosso, le infil il
casco.
Le luci in sala si spensero.
"Ecco," disse Elisabetta, "adesso vedrete sui vostri cronosmartphone personali quello che la
nostra graziosa Cornelia sta ricevendo e immagazzinando nella sua mente."
Elisabetta sedette sulla sua poltroncina, mentre in sala si diffondeva, insieme al buio, un
silenzio animato da sospiri, risate e piccole frasi di approvazione o spavento.
Guard il suo cronosmartphone. Doveva riaccenderlo per seguire, con gli altri, il patrimonio di
ricordi che stavano fornendo a Cornelia una vita interiore o doveva lasciare tutto spento e andarsene?
Lo conosceva bene, il My Memory, c'era di tutto, dalla prima volta che, navigando nel liquido
amniotico, avevi sentito la voce di tua madre al trauma di terza elementare quando uno sconosciuto ti
aveva toccato il sederino in ascensore. E poi la prima gara di salto con l'asta, il primo bacio, la prima
delusione...
Decise di non riconnettersi. Non ancora.
Era soddisfatta del suo brevetto, della sua capacit di farlo approvare al Consiglio superiore
della comunicazione, di trovare i soldi per produrlo, di lanciarlo sul mercato.
Era soddisfatta e contemporaneamente non gliene importava niente. Dato che niente poteva
trattenerla nel mondo o restituirle Umberto.
Si alz dalla poltroncina.
Bisbigli nell'orecchio di Genna: "Vado a sbrigare un paio di telefonate. Vuoi fare tu le
conclusioni?"
Genna annu felice.
La quasi anziana Elisabetta stava incominciando a destinargli oneri e onori.
Un bravo capo. L'avrebbe detto a chi di dovere. Si sarebbe proposto per recitarle lui il discorso
di commiato. Anche se era un maschio.
Certe volte, in mancanza di discendenti dirette di sesso femminile, si derogava alla regola.
L'avrebbe scritto lui, l'avrebbe recitato.
E sarebbe stato un gran bel discorso.
Benedetto da quel tasso di sincera amicizia cos difficile da inserire nel testo, quando detesti
l'anziano che ti sta davanti e vorresti vederlo morto.
"Va' tranquilla, Betty, ce la caviamo."
Elisabetta sgusci fuori dalla sala con un senso di sollievo e di resa.
Si stava staccando.
Ed era giusto cos.
Raggiunse il suo ufficio, all'ultimo piano.
Non c'era nessuno, le sue assistenti erano gi andate via.
Erano le nove di sera.
L'idea di tornare a casa, chiudersi nella sua stanza con il Pollock da guardare e un romanzo da
leggere, l'idea di mangiare un panino a letto per non interferire con la vita coniugale di suo figlio le
provocava un senso di sconforto.
Cenare al cinema?
Per guardare che cosa offrivano nel men i resto-movie della zona riaccese il cronosmartphone.
Fu allora che lo vide, vide, sul suo schermo da polso, il volto di Umberto.
Era pallido, e portava il segno, sull'occhio sinistro, di un grosso ematoma. Aveva un labbro
spaccato. E gocciolava sangue parlando.
Il cuore prese a staccare battiti lenti e forti, le pareva di sentirne i tonfi.
Alz il volume al massimo.
Umberto bisbigliava: "Amore mio... non  come credevamo. Ci stanno drogando. Non
piangere. Non mi dispiace morire, a questo punto. Ma tu... mettiti in salvo. Ti amo."
Prov a richiamare. A chiunque avesse chiesto un cronosmartphone a vasto raggio, forse lo
aveva ancora.
Ma lei aveva perso tempo, non aveva visto subito il messaggio. Erano passati almeno cinquanta
minuti, e ora il dispositivo era muto. Muto. Nessun segnale. Come se l'apparecchio fosse stato
distrutto.
Non fu facile dominare l'angoscia. N smettere di riascoltare la voce di Umberto, di fissare quel
viso smagrito, segnato. Non piangere. E come si fa. Piango invece.
Piango. Umberto, Umberto, Umberto, Umberto. Piango e ripeto il tuo nome.
Spossata dall'emozione, Elisabetta appoggi la testa sulla scrivania, gli ultimi singhiozzi a
scuotere spalle ormai rilassate nel tentativo di non opporre resistenza, di lasciarsi trasportare dalla
paura. Non si mosse da quella posizione neanche quando sent bussare. Non si mosse e non disse una
parola. Qualcuno abbass la maniglia.
"Elisabetta sei l?"
La voce di Genna. Elisabetta si ricord di aver chiuso la porta a chiave prima di consegnarsi alla
disperazione.
Nascose il cronosmartphone nel cassetto, si soffi il naso.
Cerc un tono neutro: "Vieni pure, Genna."
" chiuso a chiave."
"Non volevo che quelli delle pulizie venissero a rompere le palle."
Apr, provando a mettere insieme un succedaneo di sorriso.
Genna incominci a dire delle ottime reazioni dei Piv alla presentazione di My Memory, poi si
interruppe.
"Bettina, che ti  successo?"
Meno di un'ora prima era stata il solito fulmine di guerra, una talmente brava che se la sognava
la notte, terrorizzato dall'idea di non essere all'altezza del suo elevatissimo standard di comunicazione
e adesso... occhi gonfi, rossa in faccia, il trucco sciolto...
Elisabetta si pass una mano sul viso, come per cancellare quello che non doveva essere visto.
"Niente. Un attacco di mal di testa, mi  gi successo,  molto violento. Ti fa piangere per il
dolore. Non guardarmi, ti prego, sono un mostro..."
Sorridere, civettare, fingere.
Quando avrebbe voluto picchiarlo.
"Hai indagato sulla genesi del malanno?"
Assumere un'espressione educatamente preoccupata, informarsi, consigliare.
Anche lui stava facendo la sua parte. E lei gli avrebbe semplificato le procedure.
"S. Devo fare degli accertamenti."
"Ma prima stavi bene, hai fatto un signor speech, roba da Oscar."
"Mi ero fatta dieci cc di Buscoril. Ma poi l'effetto  passato... e, sai com', per qualche ora
devo sopportare stoicamente, devo far passare un tot di tempo prima di drogarmi di nuovo..."
Si infil la giacca leggera sull'abito senza maniche. C'erano 30 gradi, nonostante l'ora, l'aria
condizionata era al minimo, eppure sentiva freddo.
"Ti accompagno a casa. Non puoi guidare in questo stato."
Elisabetta accett di buon grado, rest con gli occhi chiusi, sul sedile del passeggero, mentre
Genna si esibiva nel ruolo del buon figliolo, in pena per la salute dell'anziana.
Alla fine decise di premiarlo dicendogli che, comunque andassero gli accertamenti, lei avrebbe
lasciato prima del tempo.
Era stanca e pensava che lui fosse maturo per sostituirla anche subito.
Dopo le proteste di rito, Genna insistette per accompagnarla fin dentro casa.
Era raggiante.
Lod il giardino che profumava di frutta e fiori sfatti dal sole. Disse qualcosa a proposito delle
rose rosse che non perdono mai il loro smalto, poi, siccome sull'amaca dondolava indolente Federica,
con i capelli che strisciavano sul brecciolino e la pancia nuda, concentr su di lei il suo entusiasmo.
"Sei l'immagine della dea della fertilit," disse, "tonda magra e bionda."
Poi si avvicin all'ombelico di Federica e disse: "Il fratellino mamma te lo fa con me, vedrai,
viene carino."
Elisabetta approfitt di quel duetto per guadagnare la sua stanza.
Appena si fu chiusa la porta dietro le spalle, tir fuori dalla tasca il telefono, guard ancora una
volta il viso di Umberto, poi compose il numero di Matteo.
Suonava a vuoto.
Non era in casa, non era a portata di voce.
Federica, la sent affacciarsi in cima alla scala, stava ancora flirtando con Genna, in giardino. La
porta, come tutte le porte e tutte le finestre della villa, era aperta: "Bambino non la vuole l'aria
condizionata, l'acqua mamma nella pancia-piscina diventa fredda." Perci niente aria condizionata. La
corrente muoveva appena l'atmosfera. Elisabetta non riusciva a tornare nella sua camera. Aveva
bisogno di parlare con Matteo. Era disposta a scendere e a chiedere notizie a Federica. Lui non si
muoveva mai senza dirle dove era rintracciabile, da quando era iniziata la gravidanza: "Bambino vuole
sapere sempre dov' papuccio."
Incominci a scendere la scala, lentamente. Le pesavano le gambe. Sent le risate cristalline di
lei, il falsetto di lui, che stava prendendo in giro la sua giovane moglie, a beneficio di questa nuova
possibile compagna di letto. L'avrebbe incluso nella sua lista di partner, Federica?
Sarebbe stato invitato a casa nelle sere in cui Matteo aveva voglia di fare altro?
Appena la vide affacciarsi al giardino, Federica disse:
"Se ti stai chiedendo dov' tuo figlio, cara suocera, te lo dico.  al lavoro. Con il Lder
Mximo. Inaugurano la casa del beb, annessa lavanderia stireria, discoteca palestra, bum-bum bar,
scuola dei padri, scuola delle madri e megastore. Ci credi? Il nostro Matteo introduce! Fa un primo
discorso piccolino e poi il Lder fa quello grande. Non sei arci-stra-ultra orgogliosa di lui?"
"Arci-stra," disse Elisabetta.
"Ti senti meglio, capo?" chiese Genna.
Elisabetta annu.
"E tu come mai non sei andata con lui?" chiese a Federica.
"Volevano solo bambini gi scodellati.  un party per puerpere. Pancia free."
Genna le carezz il ventre nudo, sotto la cui sferica mole sparivano dei calzoncini cortissimi di
raso blu. Sopra indossava soltanto un reggiseno da ginnastica con i cuoricini.
"Appena sgravi vieni a fare un colloquio da noi. Potresti gestire il settore Tempo libero per
giovani mamme. Che ne dici capo?"
"Il capo sarai tu, quando Federica avr sgravato..."
Federica le dedic un breve e secco applauso.
Genna la guard scandalizzato e divertito. La ragazza era davvero magnifica, cos spontanea nel
suo egoismo, cos animalesca. Sent una punta di desiderio.
Erano cos, loro, cos dovevano essere le loro donne. Le ragazze, i ragazzi, tutti. Ambiziosi,
leggeri, liberi dalle pastoie di ogni possibile responsabilit emotiva.
"Ripensaci, capo, hai ancora quattro anni per farmi trottare."
Elisabetta sorrise, stanca.
La stanchezza era esattamente la maschera che voleva esibire, voleva che Genna la vedesse
svenire, che si precipitasse a raccoglierla, che Federica chiamasse Matteo e tutti insieme la
accompagnassero in qualche clinica per disadattati fisici.
Pens di lasciarsi cadere. Le pesava la testa.
Le sarebbe costato pochissimo piegare le ginocchia e accasciarsi.
Si drizz invece, con uno sforzo performativo estremo, in tutta la sua statura, e, interrompendo
il diluvio di affettuosit che la sua promessa di scomparire anzitempo aveva provocato, augur la buona
notte e si diresse verso la sua camera.
Erano le quattro del mattino quando sent i passi di Matteo salire la scala. Aveva dormito d'un
sonno cos inconsistente che Umberto era riuscita soltanto a pensarlo, senza poter attingere alla solida
incoscienza del sogno.
Si alz dal letto con un balzo.
Spalanc la porta della camera.
Matteo fischiettava e dondolava la testa, come se gli stesse tornando alla mente qualcosa di
gradevole, una musica, delle frasi.
Si accorse di lei, che stava immobile a fissarlo inquadrata dal vuoto della porta aperta, dopo
aver salito l'ultimo scalino, quando se la trov davanti.
"Ehi, che ci fai sveglia a quest'ora?"
Elisabetta si rese conto che non poteva parlare.
Non poteva dire: stanno drogando tuo padre. N niente di simile.
Sent una lacrima scendere lenta ad attraversarle il viso.
D'istinto, Matteo l'abbracci. Inquieto, stupito. L'aveva vista arrabbiata, anche furente,
determinata a protestare e anche a vendicarsi, ma patetica mai. Era il tipo di donna che non piange.
"Mamma, no... no no no," disse, facendola dondolare nell'abbraccio, come se volesse
addormentarla l, mentre erano in piedi tutti e due avvinghiati sul limitare della camera da letto.
"Che succede, eh? Quali fantasie sinistre ha partorito il tuo eccesso di immaginazione?"
Elisabetta si sciolse dalle braccia di suo figlio, anche se avrebbe voluto rimanere l a godersi il
contatto con quel corpo che era uscito dal suo corpo e che era, da tanti anni, cos pi grande di lei. Pi
grande pi sano pi forte.
Coraggiosamente, si asciug le lacrime con il dorso della mano, come per mettere fine a un
discorso sgradevole.
"Niente," disse, in un sussurro, "brutti sogni."
"Luned ti prendo appuntamento con il dottor Bizzarri.  il pi intelligente. Anche a pap
piaceva..."
Nel sentire quella parola, pap, Elisabetta prov un momento di rabbia incontenibile.
Come a una frustata, reag ringhiando.
"Non nominare tuo padre! Non nominarlo! Sta' zitto!"
Matteo la guard serio, era sorpreso, ma anche irritato. Tentava di restare aggrappato allo
stupore, per non diventare aggressivo.
"Va' a letto mamma. Secondo me hai bisogno di aiuto, se vuoi fare di testa tua come sempre, 
okay. Ma non prendertela con me. Non  colpa mia se sei stata separata da... tuo marito. Non sono io
che scrivo le leggi. Fra quattro anni sarete di nuovo insieme."
"Dove?" chiese Elisabetta, con una durezza che Matteo non aveva mai sentito.
"Ma non lo so! Lo sai benissimo che non lo so... Che importanza ha? Te lo diranno..."
Si sentiva insicuro, sul tema. In effetti gli era parso che tutto quel mistero sulla destinazione dei
neoanziani, fosse inutile, vessatorio. E anche pericoloso. Rischiava di innescare vortici di contestazioni
superflue quanto perniciose.
Quando era cos chiaro, cos geometrico, cos logico, il loro progetto: costruire una polis
parallela per chi aveva gi vissuto, in questa, ben tre volte vent'anni. Era un adeguamento
dell'organizzazione sociale all'allungarsi della vita umana.
Ne aveva parlato con Umberto, ne aveva parlato con il suo capo prima che lo ritirassero e con i
genitori dei suoi amici, ne aveva parlato con i suoi pazienti finch aveva lavorato in trincea, al servizio
del cambiamento... nessuno l'aveva mai guardato con il cocktail di malinconia e ferocia che accendeva
gli occhi di Elisabetta in quel momento.
Prov a restituirle lo sguardo. E il silenzio. Anche lui sapeva parlare tacendo. L'idea era quella
di far trasparire soltanto la tristezza che sua madre gli stava procurando, ma non era sicuro di riuscirci.
Forse aveva lasciato trapelare il fastidio per quella contrapposizione fuori luogo.
E adesso, negli occhi di sua madre, la malinconia aveva preso il sopravvento sulla ferocia. La
malinconia e la delusione.
Lo guardava cos quando i suoi risultati scolastici non erano all'altezza delle attese. In filosofia,
italiano, storia. Il resto non aveva importanza.
"Buona notte, mamma," disse andandosene, ma lei lo trattenne, gli afferr un avambraccio e lo
strapp tirandolo verso la camera da letto con un'energia imprevedibile.
"Aspetta. C' una cosa che devi vedere," disse.
E gli mise in mano il suo piccolo schermo da polso.
Con il volto tumefatto di suo padre in primo piano.
14.
"La cosa pi difficile  misurare il tempo," pens Umberto. Poi pens: "La seconda cosa pi
difficile  sconfiggere lo sgomento." Sceglieva le parole con cura maniacale. Lavorava indefessamente,
nelle fasi di veglia, a organizzare quella conversazione segreta, muta, senza interlocutori. Quando era
lucido pensava a Elisabetta. Quando stava per perdere o riacquistare i sensi gli si parava davanti sua
madre, che era morta prima che lui compisse vent'anni, e avendone, lei stessa, soltanto quarantadue.
Aveva lasciato un vuoto modesto nella sua vita di ragazzo, se ne era fatto una colpa molto a lungo. In
quello stato di prigionia e malattia, finalmente, era ritornata e lo tormentava con i suoi corti capelli
biondo platino, i suoi fianchi larghi, un certo vestito a fiori verdi che indossava la domenica. Si era
sentito molto precocemente pi evoluto di lei, pi affascinante, pi intelligente, pi colto. E anche suo
padre gli era parso, troppo presto, un omuncolo, uno qualunque. Per non dover fare i conti con quel
senso di superiorit molesto, se n'era andato di casa a diciassette anni, finendo in anticipo il liceo. E
subito aveva iniziato a lavorare all'oblio, voleva dimenticare quei due che gli sembravano vecchi,
superati, grotteschi.
E ora, steso su una brandina, in un loculo che non poteva essere pi di due metri per uno e
mezzo, ricoverato in una infermeria, o recluso in una cella, quei genitori dimenticati bivaccavano muti
nella sua intermittente incoscienza.
Li aveva sognati di nuovo.
Questa volta tutti e due. Prov a sedersi sul letto, con un senso di nausea. Aveva la bocca
amara.
I pasti, glieli portavano su un vassoio.
Una specie di gorilla in calzoni e casacca bianchi restava ad aspettare che mangiasse. Minestra e
formaggio a pranzo. Riso bollito e formaggio a cena. La mattina caffelatte.
Sapeva bene che il sedativo era sciolto nella minestra, impastato nello stracchino o nel riso. Il
gorilla restava a controllare che mangiasse, fino all'ultimo boccone.
Non parlava. In piedi, la schiena appoggiata alla porta, vigilava.
Eppure, quei tre appuntamenti, Umberto si scopr ad aspettarli, e poi a ingegnarsi per farli
durare. Masticava tutto lentamente, sperando, anche se non osava ammetterlo neppure con se stesso,
che il gorilla dicesse qualcosa.
Anche adesso stava aspettando.
Si alz. Dietro una tenda grigia, in una rientranza della parete, c'era un gabinetto chimico, di
quelli che si trovano sulle roulotte o sulle barche.
Provava, ogni volta che un'esigenza corporale lo spingeva in quel buco, un senso di
umiliazione.
Desiderava una doccia e l'aria pulita del giorno, pi di quanto avesse mai desiderato qualunque
fortuna in tutta la sua lunga vita.
La sua cella era al piano seminterrato. Il suo solo passatempo era guardare i piedi delle persone
libere di camminare, calpestare il selciato all'altezza dei suoi occhi.
Vide gli zoccoli bianchi traforati che annunciavano l'arrivo del gorilla.
Lentamente, incerto com'era sulle gambe dopo un periodo di immobilit che non era mai
riuscito a calcolare, torn a stendersi sul letto.
Aveva maturato una modesta furbizia da internato, fingere di dormire gli pareva una misura
cautelare necessaria, perch non correggessero il tiro, perch non aumentassero le dosi dei sedativi.
Si sistem, come sempre, faccia al muro, coricato sul fianco.
Sent la chiave girare nella toppa. Il profumo del caff. Il rumore degli zoccoli sul pavimento.
Aspett il ruvido risveglio che gli imponeva il gorilla, una manata sulla schiena.
Un secondo, due secondi, un minuto... eppure l'odore della colazione era inconfondibile.
Si volt adagio, non potendo resistere oltre alla curiosit, per quella variazione del rituale.
Il caffelatte era l, sul vassoio di plastica, ma a reggerlo erano due manine femminili guantate di
bianco.
"Buongiorno, signor Umberto," disse la giovane infermiera.
Aveva un visetto cos infantile da comunicare l'impressione che l'impeccabile uniforme
indossata fosse un costume di carnevale.
Accanto alla tazza del caffelatte c'era un piattino con una grossa fetta di torta.
"Questa mattina deve mangiare qualcosa di solido, qualcosa di dolce, questa mattina ci alziamo
e dobbiamo essere forti."
Sorrideva, gli sprimacciava il cuscino, apriva la finestra.
"C' cattivo odore qui dentro."
Rideva.
Diceva: "Mi scusi," mettendosi la manina davanti alla bocca.
Aveva un nasino corto e grassoccio, le fossette sulle guance.
Era piccolina e ben fatta.
Diversa dal modello di bellezza che Federica incarnava con consapevole perfezione, non era
una sventola, era graziosa. A guardarla veniva voglia di sedersela in braccio.
"Che cosa ho fatto per meritarmi questa celestiale sostituzione?" disse Umberto.
E fu il primo a stupirsi di avere ancora una voce, anche se roca.
La ragazza rise, gli tese la mano, si present: "Mi chiamo Elisabetta, ma tutti mi chiamano
Bettina, Walter Masi  andato in ferie."
Umberto le strinse la mano chiedendosi se stesse, per caso, sognando.
Betty lo fece alzare.
"Adesso andiamo a farci una bella doccia."
Umberto pens che avrebbe potuto svenire per la gioia. Barcoll e Bettina, pi piccola di lui di
venti centimetri, dando prova di una imprevedibile robustezza, puntell il suo lungo corpo smagrito
impedendogli di cadere.
"Vogliamo sederci un momentino?"
Umberto scosse la testa, e si lasci accompagnare fuori dalla stanza.
Vicino alla ragazza, che l'aveva invitato a tenerle un braccio sulle spalle e lo sosteneva, si sent
sporco e indecente.
Aveva addosso una lunga camicia aperta dietro, non aveva biancheria e i piedi, negli zoccoli
bianchi che Bettina gli aveva portato, erano nudi.
Percorsero, in silenzio, un lungo corridoio illuminato da fioche sbarre di luce gialla, parallele al
soffitto.
"Dove siamo?" chiese, mentre Bettina lo faceva entrare in una grande stanza piastrellata di
bianco con venti docce a parete.
"Caserma numero sette. Infermeria."
Il getto d'acqua calda gli strapp un sospiro di sollievo assoluto. Pens che la felicit  questa
interruzione del disagio. Non c' felicit se non si riceve, prima, la propria quota di sofferenza.
La felicit  una funzione del dolore.
Poi non pens pi niente, Bettina si era spogliata, era sotto la doccia con lui e gli stava
insaponando, con delicato vigore, il basso ventre.
La sala da pranzo, dove fu accolto con un applauso, non compatto ma abbastanza partecipato,
sembrava diversa. I commensali ridevano e scherzavano, sopra il tavolo le pale di un ventilatore
muovevano l'aria, il sole del mezzogiorno investiva le camicie bianche trasformandole in macchie di
luce, le epidermidi di visi perfettamente sbarbati profumavano di acqua di colonia.
Umberto si chiese se avessero sostituito, nelle capsule, i sedativi con qualche euforizzante o se
tutto quel ciarlare vestiti a festa fosse il visibile effetto collaterale dell'ingresso delle cameriere.
Erano tre, pi due bariste e una pianista cantante che animava il piano bar.
Erano tutte molto simili all'infermiera che, dopo avergli provocato una erezione sotto la doccia,
aveva dato soddisfazione a quella meccanica del corpo con una prestazione praticamente perfetta di
sesso orale e poi l'aveva riaccompagnato in albergo, al volante di una minicar elettrica, chiacchierando
e cinguettando come una nipotina premurosa e sfrontata.
Erano, le cameriere, tutte piccole, minute, con visetti infantili.
Potevano avere vent'anni, ma anche diciassette.
Indossavano grembiulini rosa da scolare appena sopra il ginocchio, e ostentavano una letizia
artificiosa quanto contagiosa.
Quel plotone di sessantenni intontiti dai farmaci, infatti, sembrava rinato a nuova vita.
Umberto si chiese se avessero ricevuto trattamenti d'igiene personale simili al suo.
Provava un misto di divertimento e umiliazione. Apparteneva anche lui al genere maschile.
Prevedibile, ricettivo.
E non poteva negare di aver provato una sensazione di selvaggio benessere nell'eiaculare sotto
il getto dell'acqua calda con una ragazza inginocchiata davanti.
Mangi con appetito, contento, nonostante tutto, di essere vivo.
La sua assenza, se ne accorse quasi subito, era stata presentata come una brutta influenza che
aveva richiesto isolamento e che aveva costretto tutti gli altri ospiti dell'hotel a un vaccino preventivo.
Decise di non smontare la versione ufficiale. Eppure non riusciva a crederci. Appena aveva
ripreso possesso della sua stanza, davanti allo specchio del bagno aveva visto una vasta ecchimosi viola
che dall'occhio scendeva verso lo zigomo sinistro.
Era caduto? Era stato picchiato?
Non c'era verso di coprire con una sequenza di fatti quel periodo di buio. E in un certo senso,
anche se gli costava ammetterlo, non ne aveva il coraggio.
Era in atto, o almeno cos gli pareva, una scissione fra la sua mente, che continuava a essere
critica e libera, e il suo corpo, incatenato all'obbedienza e alla cautela dal terrore di essere di nuovo
imprigionato, manipolato, sedato, privato del conforto minimo necessario alla vita umana. Acqua calda,
aria aperta, dieta varia, un bicchiere di vino...
"S," disse affrontando, con tutta la cortesia necessaria, l'attenzione di Enzo e Guidobaldo, "ho
avuto la febbre alta. Ricordo poco."
"Sei scomparso per otto giorni," disse Enzo.
"Otto giorni," si scopr a ripetere Umberto.
"E tornando fra noi hai trovato questa bella sorpresa."
Guidobaldo ammicc in direzione delle cameriere, che stavano sparecchiando e sgridavano chi
si era attardato a tavola, con la dolce finzione di severit che si riserva ai bambini molto piccoli.
Alcune avevano un accento straniero, potevano venire dall'Albania o dalla Romania.
"Le cambiano tutti giorni," disse Enzo, sorridendo senza allegria, "come i fiori nei vasi."
"Sono allieve della scuola alberghiera di una citt qui vicino," precis Guidobaldo, "devono
imparare a servire in un locale di classe, fra gente distinta. La mia sapeva tutto di me, perfino la mia
parentela con la contessa Malatesta."
"La mia? In che senso la tua?" chiese Umberto, anche se aveva capito benissimo.
L'idiota doveva essersi fatto un giro con una delle cameriere e moriva dalla voglia di
raccontarlo.
"Katia, quella con gli occhi nocciola e due tettine che stanno nella mano, giuste giuste... sapeva
che produco vino e anche bollicine."
"Evidentemente le preparano prima," disse Umberto, "discorsi da fare, discorsi da evitare. Non
siamo esattamente quello che sembriamo."
La frase cre quell'intervallo di sconcerto di cui Umberto aveva bisogno per potersene andare.
Si era ripromesso di essere comunicativo, cordiale, cortese, dialogante, ottimista, tanta era stata
l'angoscia della segregazione, ma si sentiva ancora debole. Negli altri si specchiava degradato, e forse
era sempre stato cos, ma prima del ritiro poteva far leva sui suoi superiori risultati nell'ambito del
lavoro, era la livella che non sopportava. La malattia, la reclusione, la morte vanificano ogni tentativo
di pensarsi diversi.
Salut tutti con un sorriso e prov ad andarsene, ma Enzo lo trattenne.
"Aspetta... dove vai?"
"Dal dottor Bruno, ha detto che dovevo farmi rivedere da lui prima di considerarmi guarito."
Enzo gli rifil uno sguardo scuro, sospettoso.
"Quando te l'ha detto?"
Umberto scosse la testa, chiedendosi perch l'accento fosse stato posto cos nettamente sulla
parola "quando".
Non ricordava. Non sapeva quando l'aveva visto per l'ultima volta, per era certo che era
l'ultima persona con cui aveva parlato, prima di essere ricoverato. Non ricordava neppure la meccanica
del suo ricovero, ma il dottor Bruno c'entrava. Si era svegliato su una branda, in una specie di cella, ci
aveva passato del tempo, tempo che non sapeva quantificare.
Per non ammettere quell'amnesia cos vicina ai confini della demenza, ment:
"Quando  venuto a visitarmi."
"Quando," disse di nuovo Enzo, senza alcuna sfumatura interrogativa.
"Ma non lo so... ieri, ieri l'altro."
Guidobaldo e Enzo si scambiarono un'occhiata complice.
Enzo si strinse nelle spalle, fu Guidobaldo a parlare: " morto, il dottor Bruno. Gi da parecchi
giorni. Un incidente stradale, poco lontano di qui.  morto subito dopo che tu sei stato ricoverato in
infermeria, reparto contagiosi."
15.
Matteo si present al Palazzo dello sport acquatico in orario perfetto. Gli avevano detto "non
oltre le sette del mattino" ed erano esattamente le sei e quarantacinque. Infil la tessera magnetica in
una fenditura per aprire un portone, attravers un cortile, strisci la seconda tessera contro una porta a
vetri, percorse un corridoio che gli parve lunghissimo. Scese, come gli avevano spiegato, due rampe di
scala mobile e arriv a una saletta profumata di menta e cloro. Al tavolo del ricevimento sedeva una
ragazza molto bella, fasciata in un body azzurro che la conteneva tutta, dal collo fino ai piedi, mettendo
in risalto una muscolatura delicata ma scolpita da migliaia di ore di esercizio fisico.
"Sono Matteo Delgado," disse, cercando di non guardarla.
"Benvenuto, Matteo," disse la ragazza, con una voce metallica che sembrava registrata, "lo
spogliatoio per gli ospiti  la terza porta a sinistra. L c' tutto quello che ti serve."
Matteo si ritrov in una stanza tappezzata di specchi. Su una panca c'erano un paio di slip
piuttosto succinti, delle ciabattine di plastica e una cuffia.
Si spogli, indoss gli slip e torn dalla ragazza con il body azzurro. Non trovava l'ingresso alla
piscina.
La ragazza lo squadr senza pudore, valutando spalle addominali bicipiti e tricipiti, poi gli
ingiunse di seguirlo.
Scesero ancora una scala e arrivarono a una parete bianca.
La ragazza sfior un punto, si apr una porta.
Un rock duro, vecchio di quattro decenni, esplose a volume da discoteca. La piscina misurava
almeno cinquanta metri ed era di un blu intenso. Un unico nuotatore batteva un crawl impeccabile.
Nuotava a ritmo o era, il ritmo, cos pervasivo da comunicare quell'impressione di danza.
Matteo si tuff nella corsia pi lontana da quella che conteneva l'altro nuotatore.
Rispetto a lui il suo stile era sgangherato ma probabilmente non aveva importanza. Anzi, una
leggera inferiorit, ormai l'aveva capito, era gradita dal Lder Mximo. Inizi perci a nuotare, lento
ma regolare, macinando vasche. Man mano che gli montava la fatica si sentiva sempre pi sicuro di s.
Se il Lder l'aveva invitato in piscina, dopo aver ricevuto la sua lettera, era un buon segno.
L'aveva invitato dopo due giorni.
Ma l'incontro era stato fissato per il luned della settimana seguente.
Erano passati in tutto nove giorni, da quando Elisabetta gli aveva mostrato il videomessaggio.
Nel frattempo, con il Lder Mximo, si erano visti di sfuggita un paio di volte, in presenza di
met dello staff comunicazione.
Il Lder non aveva mai fatto cenno al contenuto della lettera. Si era comportato con lui come
sempre. Sbrigativo e positivo. Ottimo il tuo contributo Matteo. La conferenza  stata un successone.
Aveva ricevuto un "give me five" di encomio e un paio di pacche sulle spalle.
Poi era arrivata la telefonata della sua segretaria particolare, Ines, che, tanto per smarcarsi da
qualsiasi forma di prevedibilit, era una ventottenne con gli occhiali spessi e una foresta di capelli ricci
a occultare un naso troppo lungo. Una donna dalla non-bellezza cos evidente da farla splendere su tutte
le altre.
"Matteo, Mximo ti vuole vedere in piscina entro le sette del mattino di gioved prossimo,"
aveva detto.
"Lo aspetto fuori?"
"Ti tuffi e nuoti finch non stacca la musica."
La musica si ammutol all'improvviso, Matteo era a met vasca, continu a nuotare aumentando
il ritmo delle bracciate fino al limite delle sue possibilit. Al fondo della piscina, il Lder Mximo, in
accappatoio azzurro, lo aspettava inginocchiato ai blocchi.
"A stile sei scarso ma potenza ne hai. Un ranocchio col turbo."
Gli porse una mano per aiutarlo a issarsi sul bordo.
Appena fu all'asciutto lo spinse di nuovo in acqua, si rituff anche lui, lo placc e cerc di
affondargli la testa, Matteo lo imit e lottarono per qualche minuto, spruzzandosi e ridendo.
Poi andarono a vestirsi.
Dieci minuti dopo erano seduti nel Vege caff del primo piano, davanti a due concentrati di
carote e alghe giapponesi.
I capelli ancora umidi, le unghie bianche, i polpastrelli rugosi.
Due giovani uomini nel pieno della loro potenza fisica.
"Allora," disse il Lder, improvvisamente serio, "hai scritto un cumulo di stronzate."
Matteo deglut.
Sorridere? Rispondere? Nel dubbio tacque, imperturbabile.
Il Lder tir fuori la lettera.
L'aveva scritta a mano su un vero foglio di carta perch restasse. Ne aveva fatte alcune copie.
Una l'aveva firmata con l'impronta digitale, oltrech con il suo nome.
Tutta una procedura di gravit.
"D'accordo," disse Matteo, dopo aver deglutito un ritorno di timidezza, "se pensi che siano
stronzate meglio cos. Preferisco averti disturbato inutilmente, piuttosto di dovermi rimproverare per
non averti messo sull'avviso."
Il Lder si prese tutto il tempo utile a prevedere le mosse di un avversario pericoloso.
Il suo giro stretto diceva che faceva cos quando giocava a scacchi, poteva tacere guardandoti in
faccia anche per venti minuti.
Matteo non era ancora entrato in quella cerchia intima, ma li frequentava e lo ritenevano
abbastanza affidabile da raccontare, in sua presenza, ogni sorta di aneddoti sul capo.
Gli piaceva che gli interlocutori sostenessero il suo sguardo con franchezza e modestia.
Matteo esegu.
Non era una sfida, era una meditata e saggiamente dignitosa forma di obbedienza.
"Ho gi provveduto," disse il Lder alla fine di quella lunga pausa e ruppe in una risata
guascona, "i cari vecchietti da quarantotto ore hanno un rifornimento di ragazze che varrebbe il ritiro
volontario anticipato."
Matteo sorrise, educatamente.
Cerc di cancellare il volto di sua madre cos come stava continuando a ritornargli davanti agli
occhi.
Addolorato, spaventato.
"Nessuno avr pi tutta questa fretta di ricongiungersi con la propria legittima consorte."
Matteo annu, avrebbe voluto ricordargli il ritorno alla natura, coppie composte da donne e
uomini giovani, dieci anni massimo fra l'et del maschio e l'et della femmina, perch i corpi degli
uomini non portano scadenze, quindi meritano un certo vantaggio, ma non si pu sconfinare, perci:
divieto di intrecciare relazioni intergenerazionali, basta con lo sconcio di un sessantenne con una
trentenne... avrebbe voluto ricordargli la campagna You can't marry your daughter... Tutta l'Europa
aveva cambiato ritmo, stile, indirizzi demografici, disposizioni etiche. Era stato un azzardo. Avevano
delle buone ragioni. Erano stati pazzi ed erano stati coraggiosi. Si erano ripresi la loro giovent, ed
erano diventati adulti. Erano diventati padri. Stavano diventando tutti padri.
"Lo so che cosa stai pensando," disse il Lder, "puoi anche sputare il rospo. Tu sei un ragazzo in
gamba. Siamo tutti e due ragazzi in gamba. Fra ragazzi in gamba non ha senso stare a farla tanto lunga.
Perci dillo, tanto ho gi la risposta anche per la sottile osservazione che non hai ancora fatto."
"Sentiamo."
"Prima dillo, voglio sentirtelo dire."
"Le ragazze, i ritirati... You can't marry your daughter..."
"Altro che daughter, queste sono nipotine. Dai sedici ai diciannove. Gliele diamo in pasto?
Siamo spacciatori di verginelle? Nossignore. Le ragazze sono l per metterli in allegria. Non si toccano.
La dismisura preserva. Forniamo una ventata di femminile senza conseguenze. Ma le piccine hanno
licenza di uccidere se uno si comporta come negli anni del disordine."
"E alle ritirate hai riservato lo stesso trattamento? Camerieri diciottenni da guardare e non
toccare... infermierini sexy..."
Il Lder Mximo scosse la testa, come se Matteo l'avesse deluso. L'aveva messo sotto stretta
osservazione dalla cerimonia del ritiro di Delgado. I figli di uomini potenti soffrivano d'una segreta
ambivalenza, talvolta. Non erano abituati ad affermarsi nella competizione generazionale e, una volta
costretti dalla rivoluzione a indossare la casacca del vincitore, mostravano segni di debolezza.
Nostalgie, malinconie. Una sorta di struggimento.
Chi non aveva una quota di disprezzo per gli anziani a portata di mano poteva diventare
sentimentale.
Era cos Matteo? Era un sentimentale?
La lettera che gli aveva scritto conteneva qualche pepita d'oro ma non lo convinceva. Peccato.
L'avrebbe fatto entrare volentieri nel giro stretto.
Era intelligente. Formato da studi solidi. E aveva respirato fin dall'infanzia quel particolare
mlange d'intuizioni, citazioni e buon gusto a cui lui, Massimo, o Mximo, come si faceva chiamare,
aveva segretamente aspirato per tutta la vita.
Decise di metterlo alla prova, con un tono severo:
"Perch mi fai questa domanda?"
"Per sapere la risposta," disse Matteo. Si sentiva come un acrobata che si accorge di non potersi
fermare, di non poter tornare indietro.
"La sai, la risposta. Non pensare a tua madre. Tua madre  una fuoriclasse. Non  lei che devi
pensare. Smetti di pensare a tua madre e a tuo padre. Se continui a pensare a tuo padre e a tua madre,
sei perso. Non ce la farai mai. Non arriverai da nessuna parte. Cancella tuo padre e tua madre.
Cancellali!"
Matteo annu, come se gli fosse stato chiesto di rispondere s o no.
Era perfettamente consapevole del fatto che si stava giocando la carriera, i prossimi anni della
sua vita.
Soldi, privilegi.
Non sapeva come condurre il seguito di quella conversazione. Forzare? Indietreggiare? Tacere?
Doveva dimostrare di essere all'altezza o cedere e farlo trionfare?
"S," disse, "s," sapeva di non avere accesso all'abuso di silenzi con cui il Lder Mximo
mostrava la misura della sua eccellenza, ma non voleva aggiungere altro. "S," disse una terza volta.
Poi aggiunse: "Li ho cancellati. E se non li ho cancellati li canceller. Contano meno di
quanto... qualcuno pu essere portato a credere, in definitiva non sono poi cos diversi dagli altri, no?"
Il Lder Mximo, con uno sguardo di aggressiva perspicacia, prese a recitare, con enfasi:
"Ho avvertito, nella popolazione prossima al ritiro, un espandersi del malcontento. Si sono
creati piccoli nuclei di coetanei che discutono e si scambiano ipotesi su due temi principalmente: le
condizioni di vita dei neoritirati, quindi le loro prossime future condizioni di vita e, soprattutto, il
ricongiungimento familiare. Non trovano risposte sui siti ufficiali. I gruppi non sono in rete, non nella
rete che siamo in grado di controllare, e da questo possiamo dedurre un desiderio di segretezza che ci
suona come un campanello d'allarme."
L'aveva citata a memoria, la lettera che Matteo gli aveva indirizzato.
E questo non voleva dire che l'avesse letta milioni di volte. Aveva una capacit mnemonica
prodigiosa. I suoi detrattori insinuavano che fosse la qualit con cui sopperiva a una certa debolezza
culturale. Teneva a mente tutto quello che gli veniva detto o scritto o raccontato.
Nelle notti insonni si faceva leggere l'Iliade, l'Odissea, il Vangelo, il Talmud, il Capitale...
"S, a me  suonato un campanello d'allarme," disse Matteo.
Il Lder Mximo si alz dallo sgabello, schiacci il suo interlocutore con quel sorriso breve che
era, fra le sue modalit espressive, la pi commentata e copiata (si tenevano dei corsi di mimica in cui
si insegnava a replicarlo, limitatamente alle relazioni con gli inferiori), quindi disse:
"Non ci sar mai nessun ricongiungimento familiare. Se avessi voluto spostare un po' pi in l
le coppie di anziani li avrei fatti partire insieme. Li voglio soli. Li voglio separati. Se vogliono possono
accoppiarsi per affinit. Noi non abbiamo niente contro i gay, quando non minacciano pi il tasso di
natalit. Seguiamo la natura, noi."
Dopo quell'ultimo, enfatico Noi, Mximo si alz.
Non salut Matteo, non salutava mai, alla fine di un incontro. E incominci a camminare con il
suo passo lungo, rapido, fra il fit walking del salutista e la simulazione di fretta del politico.
Matteo sapeva che stava infrangendo un codice quando gli corse dietro e gli tocc una spalla:
"E secondo te  sufficiente che gli anziani abbiano qualche ragazza da guardare per soffocare il
malcontento? E manderai qualche ausiliario anche alle donne o pensi che le donne stanno bene fra
loro? Pensi che le donne sono meno aggressive? Pensi che le donne sono pi adattabili? Lo sai che c'
un circolo di fumatrici incallite che si incontrano per discutere del proprio futuro? Pensi che mia madre
non abbia delle simili? Pensi che..."
Il Lder Mximo si ferm all'improvviso, prese Matteo per un braccio e gli rifil uno sguardo
oltraggiato.
"Attento, Matteo, ti stai allargando un po' troppo."
Verbalizzare risult apertamente pleonastico. Una ridondanza. Era gi tutto contenuto in quegli
occhi castani, piccoli, apparentemente banali eppure animati da una forza espressiva straordinaria.
La porta a vetri si apr, ed entrarono le guardie del corpo. Quattro ragazze dai corti capelli
castani, rossi, biondi, neri. Erano alte quanto i due uomini e avevano gambe e braccia eccezionalmente
muscolose. Indossavano calzoncini da pugile e magliette aderenti, anfibi e minuscole armi elettroniche
di dissuasione.
Guardarono Matteo e poi il Lder, cercando di interpretare la situazione.
Non avevano niente di marziale, erano belle e serie ed efficienti.
"Tranquille ragazze, lui  Matteo Delgado, per adesso non dovete menarlo."
La ragazza con i capelli neri si avvicin al Lder Mximo e gli disse qualcosa in un orecchio.
Qualcosa di sgradevole, evidentemente, perch l'espressione costantemente appagata e
determinata e cordialmente feroce con cui d'abitudine dominava i collaboratori e i sodali quanto gli
estranei di qualsiasi provenienza si chiuse come un sipario.
"Sta' a vedere che porti iella, Delgado," disse. E lasci il Palazzo degli sport acquatici,
trottando fra tre delle guardie del suo corpo.
La quarta, la bruna, prese in consegna Matteo.
Ma gentilmente.
16.
" stato facile," aveva detto Francesca, porgendole una mappa stampata, con la strada da
seguire colorata di rosso.
Claudia le aveva messo sulla scrivania un dossier con fotografie, analisi del territorio, densit
della popolazione, clima, produzione agricola, tasso di industrializzazione.
Maddalena le aveva allungato un fazzolettino di carta.
Era cos che se n'era accorta, di avere gli occhi pieni di lacrime.
Per distrarla, perch non si vergognasse di quell'emotivit fuori controllo, si erano messe a
cicalare tutte e tre.
Perci tuo marito  l. La gran parte delle location dei ritiri  nell'Est Europa. Hanno svuotato la
zona. Tuo marito  nella parte pi pittoresca. La chiamano l'Appenino tosco-croato, perch ricorda le
nostre campagne pi belle.
Era stato facile, infatti.
Aveva mostrato il messaggio di Umberto a Francesca. Si era fidata. Si era fidata di tutte e tre,
anche se la pi abile con la tecnologia era Francesca, perch non voleva creare gelosie. Non voleva
confidarsi soltanto con una delle tre. Erano un corpo unico, le sue assistenti. O tutte o nessuna. Tutte
allora.
Un azzardo. Era andata bene.
E adesso erano in viaggio.
Erano partite alle dieci di sera. Col favore delle tenebre, come aveva detto, facendole ridere.
Claudia guidava. Avevano scelto la sua Mini Wagon che era scomoda ma anonima. Elisabetta
era sgusciata fuori di casa in tuta. Aveva preso l'abitudine di andare a correre le sera, in quel settembre
torrido, e Federica l'aveva salutata a modo suo: "Avrai la nonna pi magra del mondo." Da quando era
entrata nel nono mese parlava esclusivamente con la sua pancia. Matteo era in missione, come gli
capitava sempre pi spesso, ma Nadine, follemente innamorata di Federica, la accudiva con
l'entusiasmo prescritto: la donna di venticinque anni incinta  il modello di tutte le donne.
Un'icona a cui sacrificare le proprie spente vite infertili e perci superflue.
Matteo partiva tranquillo.
Matteo partiva perch, dalla sera in cui aveva ascoltato le parole di suo padre dalla prigionia,
evitava ogni contatto con Elisabetta.
Era lui, adesso, quello che tornava sempre pi tardi, che consumava anche i giorni festivi in
ufficio.
Sfuggiva. Anche all'evidenza aveva cercato di sfuggire:
"Non ci posso credere, mamma."
"Come fai a non crederci, figlio?"
S, era stato tutto facile, anche rinunciare a portarsi una valigia. Francesca aveva rubato per lei
un vestito a sua madre.
Non l'avrebbe mai indossato, ma l'aveva commossa il pensiero. Larghi pantaloni color prugna e
un camicione ornato di funghi.
Tutto l'aveva commossa, nel modo in cui le ragazze avevano reagito alla vista del volto
tumefatto di Umberto.
Con sconcerto, con pena.
Non si erano irrigidite come Matteo. Non avevano messo in dubbio. Non avevano ipotizzato un
episodio isolato, una depressione, un equivoco. Non avevano detto: comunque indagher, mamma, far
indagare, con quello stupido tono da maschietto dominante.
Si erano messe a disposizione, avevano attraversato simbolicamente il muro che il Partito Unico
aveva innalzato fra le generazioni e avevano detto no, noi no, non in nostro nome.
"Vuoi che ti dia il cambio?" chiese Elisabetta.
"Tranquilla, non sono stanca," disse Claudia.
"Magari mi fa bene, mi sta montando l'ansia."
"No, ansia no, capo, ansia perch, non pu succederci niente di brutto," disse Francesca.
"Francy, apprezzo il tuo tentativo di mettermi l'anima in pace, ma devo contraddirti," disse
Elisabetta, "stiamo infrangendo un numero esorbitante di leggi. Abbiamo localizzato una riserva
secretata. Siamo in viaggio insieme, per un obiettivo comune, e tra parentesi illecito, pur appartenendo
a generazioni diverse, voi domani non sarete sul posto di lavoro e io neppure, anche se io ho ancora
cinquanta punti di indennit stress da giocarmi, quindi posso fare sega anche cinquanta giorni... fra il
cinquantaseiesimo compleanno e il ritiro."
Maddalena, dal sedile posteriore, prese a massaggiarle la base del collo, i muscoli delle spalle,
le prime vertebre della colonna.
Non l'avevano lasciata guidare.
Claudia la portava, Maddalena, che aveva mani da pranoterapeuta, la consolava. Francesca la
intratteneva. Avevano affidato le loro bambine, Lizzy che non aveva ancora un anno e Carlotta che
aveva tre anni, alla compagna di Claudia. Avevano preparato un thermos di tisana, uno di caff, uno di
spremuta di mango. Si passavano bicchierini fumanti o ghiacciati. Chiacchieravano.
E intanto la notte avvolgeva l'abitacolo della Mini Wagon come un guanto nero, cancellava il
paesaggio, in una sospensione del tempo e dello spazio che metteva paura e poi la scioglieva in una
pace surreale.
"Non ce la far mai a vederlo," disse Elisabetta, provando a pensare ad alta voce, nella speranza
di alleggerire il peso di quello che le passava per la testa, "non mi faranno entrare. Appena arriveremo
l... ai cancelli... al portone... non riesco a immaginarmi come si configura quel luogo... appena
arriveremo l, se mai ci arriveremo... mi manderanno via. Ce l'ho scritta in faccia la mia et... si vede
bene che non sono una cittadina ben insediata nel Periodo di Massima Valorizzazione Personale."
"Tu no, ma noi s," disse Claudia superando una Micro Maserati, che, nonostante avesse licenza
di volare come un proiettile, rispettava i limiti di velocit delle Mini Wagon.
"Noi siamo tre fantastici esemplari di Pi Emme Vi Pi," disse Francesca.
"Voi due pi di me," disse Maddalena, che ogni sei mesi doveva consegnare i risultati di
complesse analisi sulle sue potenzialit riproduttive, ed era "attenzionata speciale" del Centro
demografico nazionale: "Se entro tre anni non resto incinta finir sotto osservazione."
"Se tu ti decidessi a sceglierti uno sperma decente, magari non il pi caro ma nemmeno una
schifezza da quattro soldi e te lo facessi inoculare... invece di stare l ad aspettare la scopata
romantica..." disse Francesca.
Claudia, che era gelosa di qualsiasi essere umano di sesso maschile in quanto titolare del
privilegio di ingravidare personalmente le sue amiche, annu.
"Che poi  una cazzata, mia cugina l'ha fatto, non fa per niente male..." disse ancora Francesca,
con convinzione.
Elisabetta si scopr a sorridere. E contemporaneamente realizz che aveva ricominciato a
piangere.
Nel buio le lacrime scorrevano silenziose sulle sue guance.
Le faceva bene e le faceva male, ascoltare le ragazze.
Era rassicurante e stupido e dolce, quello scambiarsi consigli, valutare progetti. Era il dolce
rumore della vita e lei non riusciva a non sentirlo, a non farsene sedurre... anche se non poteva pi
partecipare. Non poteva pi intraprendere, cambiare rotta, andare alla conquista di nuove situazioni,
nuovi paesi, nuovi amori...
Doveva lasciarsi portare, adeguarsi, essere agita.
L'ultima festa prevista nel suo calendario esistenziale sarebbe stata la nascita del bambino di
Federica e Matteo.
L'ultimo compito. L'ultimo capitolo. Uno degli argomenti fondamentali nella campagna
Mother at Twenty-five era: regalate ai vostri bambini una nonna lontana dal ritiro. L'ideale era
scodellare un marmocchio a venticinque anni avendo una madre di quarantacinque che avrebbe portato
il nipotino fino all'adolescenza, et in cui chiunque abbia pi di diciannove anni  presenza
sommamente sgradita, e poi sarebbe sparita con le benedizioni di tutti.
La madre di Federica aveva quarantatr anni... se non ricordava male.
Eppure da mesi stava preparando scarpine e golfini.
Girava in jeans strappati e top di pelle nera, ma dichiarava che avrebbe cambiato guardaroba
con entusiasmo, allo scadere del PMVP.
Pensando alla sua consuocera, e cullata dal cicaleccio delle ragazze, Elisabetta cedette a un
sonno pesante, quasi che reggere quell'attesa fosse una fatica fisica. Come correre in salita, come
sollevare tonnellate di detriti.
La svegli un cinguettare di uccelli discordanti.
La Mini Wagon era ferma in una stretta strada sterrata, di cui ostruiva la percorribilit. Le
ragazze erano sparite. Elisabetta si spavent di quell'improvvisa solitudine. Scese dalla macchina.
La campagna si stendeva a perdita d'occhio. Gli alberi delimitavano il viottolo, proiettando
l'ombra compatta di una fioritura intensamente profumata.
In preda a uno stimolo irrefrenabile, Elisabetta incominci a cercare un anfratto, un cespuglio
dietro cui nascondersi a fare pip.
Non c'era. Tutto era perfettamente visibile e completamente deserto. Si accovacci dietro il
tronco sottile di un platano, si era appena ricomposta quando vide Claudia correrle incontro.
"Dove siete finite tutte?" chiese Elisabetta, incapace di liberare la sua voce dall'affanno,
dall'angoscia.
"Tranquilla, abbiamo scoperto dov' l'ingresso della riserva. Si chiama Il bel tramonto, hotel
termale. Il messaggio di tuo marito  uscito da l. Non sei contenta?  un albergo. Vedrai, le tue paure
erano esagerate."
"Dove sono Francy e Maddalena? Andiamo in macchina? Andiamo a piedi?"
Sentiva il cuore battere lento e forte, aveva la fronte sudata e le mani fredde, Claudia la prese
per un braccio e la fece sedere in macchina.
Sal al suo fianco, ritorn sulla strada asfaltata.
"Dove vai? perch torniamo indietro?"
"Ti porto in un selfie bar, ti clicchi qualcosa di caldo e stai tranquilla. Io vado a prendere le
ragazze, che stanno facendo una perlustrazione del paese, e andiamo tutte e tre all'ingresso dell'hotel."
"E che cosa fate? Chiedete di lui? pensate che sia cos semplice? Avrebbe rubato un
cronosmartphone e mi avrebbe mandato quel messaggio disperato se potesse ricevere a suo piacere
gente che viene da... da..."
Non riusciva a trovare la parola: gente che viene dal mondo? Dalla vita vera? Da fuori?
"Senti," disse Claudia, parcheggiando la macchina in una piazza deserta, "l'unica cosa da fare 
andare e provare."
Tutti i selfie bar sono scatole vuote: ci sono i tavolini, ogni tavolino  dotato di una tastiera, si
ordina da un men, si clicca e la bevanda, o il cibo richiesto saltano fuori da una botola. Ogni tavolino
ha la sua botola. La musica  in cuffia. Gli avventori sono rigorosamente soli. Si isolano nella musica,
non si guardano gli uni con gli altri. Ogni tavolino ha il suo flash. Ci si pu fotografare o filmare
mentre si mangia, mentre si beve, o mentre si aspetta che passi il tempo. Nei selfie bar non si pu
andare con qualcuno.
Non c' un barista, n una cameriera, niente.
Non si pu conversare, n consumare cibo proprio.
Elisabetta sedette nell'angolo pi buio, clicc un caff, un toast. Era, il suo, l'unico tavolino
occupato.
Dopo essersi procurata il cibo, prov a usare la tastiera per collegarsi.
La password generale, quella che era soltanto sua e la metteva in rete con tutta l'Europa, non
funzionava. Poteva scrivere, ma non poteva spedire.
Bevve il caff. Faticosamente. Aveva la gola chiusa. Il toast lo infil nella tasca della felpa.
Magari le ragazze avevano fame.
Il flash si accese e le scatt otto fotografie. Stampi o cancelli? Decise di stampare. Otto
quadratini di cartone lucido le restituirono un volto sconosciuto. Una donna stanca infilata in una tuta
da jogging. Non era rimasto niente dell'antica bellezza, una risorsa su cui aveva potuto contare per tutta
la vita. Niente.
Gli occhi si erano fatti piccoli. Ed erano pieni di sgomento.
Rest a guardarsi, oggettivata in quelle istantanee colorate, anche lei aveva i capelli biondi,
come tutte le donne che avevano passato i cinquant'anni ed erano ormai lontane dal Periodo di
Massima Valorizzazione Personale. Bionde e grigie, bionde e bianche, bionde e bionde.
Adagio, con una gestualit studiata, come se qualcuno la stesse guardando, Elisabetta
incominci a strappare quegli otto ritratti della sua sconfitta. Li disintegr metodicamente, riducendoli
a coriandoli di cartone, poi li gett nel cestino che corredava ogni tavolo. Si avvicin la tastiera e
incominci a scrivere.
Caro Umberto,sono probabilmente molto vicina a te. Non posso inviarti la lettera che sto per scriverti.
Per la scrivo lo stesso. La stamper. Sono in un selfie bar e quindi posso farlo. Non so se riuscir a
fartela avere. Non so nemmeno se sei ancora vivo, se sei ancora in te, se non ti hanno piegato o... ok,
non voglio dirla quella parola. Quindi non la dir.Preferisco parlarti d'amore. In fondo l'abbiamo
sempre fatto cos poco. Ci pareva che non fosse necessario. Il nostro era un patto che non aveva
bisogno di additivi, i nostri corpi aderivano l'uno all'altro con poca enfasi e parecchia soddisfazione.
Stavamo ciascuno innanzitutto con se stesso e quindi con l'altro, l'altra. L'intreccio era serale,
notturno quando la sera se la prendeva la vita professionale. L'intreccio fra noi, io che raccontavo, tu
che raccontavi... io che sviluppavo la tua trama e tu che sviluppavi la mia. Era una bella sensazione di
pienezza, ti ricordi? C'eravamo noi e fuori di noi c'era il grande disordine. Tu l'hai cavalcato, io l'ho
commentato. Tu eri uno di loro ma non eri uno di loro, non lo saresti mai diventato. Io ero una vestale
del dissenso. Poi, quando il disordine  imploso e si  instaurato l'ordine nuovo, tu sei rimasto al tuo
posto, io sono stata addirittura promossa, ogni trascorso sberleffo mi ha fruttato uno scatto di
carriera. Eravamo forti, non eravamo compromessi e non eravamo ancora scaduti. Il Partito Unico ci
ha chiesto soltanto di starci, di stare dentro il gioco del rinnovamento, di interpretarlo e ratificarlo.
Era una bella sfida, per noi. E poi eravamo stufi marci. Il disordine ci aveva stancati tutti, ci aveva
nauseati. Quando quello che adesso chiamiamo il Lder Mximo era soltanto un innocuo Massimo
Paradisi l'abbiamo accolto con sollievo. Aveva l'et di nostro figlio, e nostro figlio eravamo abituati a
trattarlo da ragazzo. Trattavamo da ragazzi tutti, tutti quelli che avevano meno anni di noi, perch
trattarli da uomini e donne ci avrebbe spodestati dal privilegio di una maturit senza tempo, senza
scadenze, da conquistare giorno dopo giorno, restando magri, restando sani, restando brillanti... ah,
amore mio, ti ricordi quanto abbiamo riso quando  passata la famosa "legge 16, Normative per il
riordino demografico"? Io e te nella vasca da bagno, ti ricordi? Tu non volevi che sciogliessi
nell'acqua i sali azzurri perch sapevano di violetta di Parma. "Un uomo non pu odorare di fiori
secchi..." e buttavi in terra la cravatta e poi i calzini. Sei sempre stato bravissimo a spogliarti, non mi
hai mai imposto lo spettacolo di un uomo nudo con i calzini... Io ero gi nella vasca e guardavo la tua
camicia planare sul pavimento. La fine della giornata era quel naufragare nell'intimit. Ridevamo.
Abbiamo riso fino all'ultimo, mentre mi strofinavi la schiena, mentre ti lavavo i capelli. Ridevamo, ma
eravamo gi meno sinceri, si avvicinava il giorno del tuo ritiro, veniva la parte pi difficile:
collaborare alla propria eliminazione. Un compito che richiede un certo grado di santit... e poi,
all'improvviso,  successo. Sei partito nove mesi fa. Il tempo di una gravidanza. Se ne avessi bisogno
basterebbe Federica a ricordarmelo.Federica, dovresti vederla, porta in giro il suo ventre sferico come
il delfino ammaestrato fa girare la palla sulla punta del naso. Aspetta l'applauso a ogni passo, a ogni
epifania. Vivono a casa nostra adesso. Matteo...	Subito dopo aver scritto il nome di suo figlio,
Elisabetta si ferm. Che la lettera arrivasse o meno al suo destinatario, non voleva condividere con lui
la delusione per il comportamento di Matteo.
Quell'unico figlio l'avevano amato tutti e due come il frutto quasi perfetto di una loro
misteriosa intesa cellulare. Ha i tuoi occhi e i miei capelli. La mia bocca e le tue spalle.
Cancell il nome del figlio. Rilesse la lettera. Non era riuscita a parlare d'amore.
Riprese a scrivere.
Non sono riuscita a parlarti d'amore. Mi sei mancato. La nostra relazione  durata cos a lungo, che
non sappiamo pi accoccolarci nella distanza, nell'assenza, nel dramma, abbiamo macinato troppi
giorni, troppe notti, troppe cene, ci siamo nutriti cos solidamente l'uno dell'altra che sappiamo, oggi,
soltanto provare il dolore ottuso di un'amputazione, tocco l dove c'eri, come se mi svegliassi dopo
l'anestesia e cercassi la mia gamba, il mio braccio.Desidero follemente (follemente? ti dedico questo
avverbio da soubrette), desidero follemente rivederti, nascondermi fra le tue braccia, e poi staccarmi
da te, e guardarti e farmi guardare anche se sono sciatta, mal vestita e invecchiata di
cent'anni.Desidero, come si desidera quando non c' speranza.Eppure sono qui, nel raggio di pochi
chilometri da te.E ti sto aspettando. Di nascosto dalla mia intelligenza, dal pessimismo della ragione
con il suo corteo di fantasie terminali. Di nascosto da me stessa.Perch di nascosto da me stessa, io
SPERO!Anche se so che non accadr niente. Che non ti rivedr.Che non c' alcun ricongiungimento di
coppia (immagino che lo sappia anche tu, dato che mi hai mandato quel messaggio terribile), ma un
disegno di sopraffazione, la scelta scellerata di annullare la nostra...	Non fin di scrivere la frase.
Maddalena era fuori dal bar e picchiava contro la vetrata per invitarla a uscire. In fretta.
17.
"Non ha dormito a casa," disse Matteo, guardando Nadine con un eccesso di severit. "Io sono
tornato alle due del mattino. La porta della sua camera era aperta. Mi sono affacciato, ho pensato che
poteva essere in bagno, che magari non stava bene. No. Il bagno era vuoto, il letto era intonso. Sono
andato a dormire. Mi sveglio e lei non c'. Quand' l'ultima volta che l'ha vista, Nadine?"
Nadine abbass gli occhi: quando qualcuno perdeva qualcosa chiedevano sempre a lei. E
puntualmente lei si sentiva messa sotto accusa.
"Gliel'ho gi detto, signor Matteo. La signora  andata a correre ieri sera. A cena ha mangiato
pochissimo apposta. Ha detto: Solo un'insalata, Nadine, che voglio andare a correre fra un paio d'ore,
con il fresco della sera.' Cos ha mangiato l'insalata che le ho preparato e l'ha mangiata anche la
signorina Federica. Era proprio buona con la valeriana dell'orto e due bei pomodori rossi..."
Matteo interruppe con un gesto quel cumulo di dettagli affastellati uno sull'altro per dimostrare
un'innocenza che nessuno metteva in dubbio.
Nadine amava soltanto Federica, ma non sarebbe mai arrivata a sopprimere Elisabetta. E ci
teneva molto a ben figurare con Matteo.
"Grazie, Nadine. Puoi portare la colazione a mia moglie."
Federica entr nella cucina dalla porta del giardino, insieme a un frinire di cicale. Indossava un
velo di camicia da notte, lunga, bianca e vaporosa, come l'abito nuziale di una sposa indecente. Aveva i
capelli sciolti. La luce forte del mattino la sceglieva, la sua carnagione chiara produceva un riverbero
accecante.
"Tuo figlio vuole uscire, papuccio," disse, con la sua migliore imitazione della voce di una
bimba da cartone animato. "Bussa da dentro, toc toc... toc toc."
Matteo la baci distrattamente.
"Resta a letto," disse e usc.
Federica rimase senza fiato per un attimo. Il miracolo stava per compiersi, e la protagonista era
lei. Lei Federica. Lei era l. Al servizio del genere umano, circonfusa di gloria, non aveva ancora
ventisei anni e stava per produrre un cittadino nuovo di zecca. Uno che sarebbe cresciuto nella bellezza
e nell'obbedienza e sarebbe stato l'adulto soddisfatto di domani. Nel giro di pochi giorni, minuscolo e
perfetto come sarebbe certamente stato, avrebbe consentito ai geni di Matteo Delgado di eternizzarsi,
nell'elettrizzante catena della nascita, della crescita, della maturazione e della diminuzione e della
morte.
E Matteo Delgado, l'uomo che l'aveva benedetta col suo liquido seminale, invece di starle
vicino nell'attesa, come era previsto perfino dai contratti di lavoro dipendente, se ne andava.
Si preoccupava della scomparsa di sua madre, invece che della comparsa del suo primo figlio.
E questo era, oltrech triste e offensivo, anche contrario alle leggi della saggezza e della natura.
Preceduto da uno spegnersi del luminoso sorriso che, in quei giorni, non aveva mai dimenticato
di esibire, un pianto disperato travolse finalmente Federica.
Esclusa la possibilit di trovarla svenuta sul percorso da jogging della circoscrizione terza,
esclusa la possibilit che qualcuno l'avesse vista e soccorsa con un rapido giro per tutti i siti di tutti gli
ospedali, esclusa l'ipotesi di presentarsi alla pi vicina gendarmeria e denunciarne la scomparsa,
Matteo decise di marciare verso l'ufficio di Elisabetta.
Non rispondeva al cellulare, naturalmente.
La vocina metallica, che non cambiava da decenni, la dava "sconnessa".
La voce della segretaria, altrettanto disumana e programmata per non dare informazioni
personali, gli aveva risposto: "La signora Direttore non  disponibile al momento." Inutile far presente:
io sono il figlio.
"Spiacente, signore. Riprovi pi tardi."
Fine delle comunicazioni. Matteo parcheggi davanti al palazzo del Tempo libero.
La facciata bianca, leggermente rientrante, traforata da una fitta teoria di finestre, era imponente
e, nello stesso tempo, fragile.
Non ci entrava da anni, da anni non pranzava con sua madre in quella specie di parco a tema
gastronomico, dove confluivano tutte le cucine del mondo, tutte ugualmente surgelate, scongelate e
omologate dall'ottuso sapore del glutammato di sodio.
Ci era andato i primi tempi, quando Elisabetta, imprevedibilmente, era diventata un funzionario
dello stato e si stupiva di tutto e lo invitava per fargli assaggiare tortini di mosche in crosta di patate e
lecca-lecca al caviale...
Entr e si diresse verso il banco delle informazioni.
Chiese della Direttore.
"Ha un appuntamento?"
"S," disse, "sono Matteo Delgado, suo figlio, e ho urgenza di parlarle."
"Ha un appuntamento o ha urgenza di parlarle?" chiese la ragazza in divisa (bellezza media,
adatta alle relazioni esterne, ma a livello portineria).
Matteo sospir, cercando di dominare un nervosismo crescente, poi, con uno sforzo, sorrise e
disse: "Sta per nascere il suo nipotino. Il canale del parto  gi impegnato dalla testina. Non vorr
essere lei la responsabile di un'assenza cos compromettente. Si tratta della nonna di un nuovo
cittadino..."
La ragazza si attiv in preda a un'agitazione commossa ma non priva di efficienza, la Direttore
non era nel suo ufficio, la segretaria non l'aveva vista. Presto al banco delle informazioni si radun una
piccola folla di addetti all'ingresso e all'uscita, ai permessi, ai tornelli, al controllo e alle visite guidate.
Nel giro di pochi concitati minuti fu chiaro che la Direttore non si era presentata al lavoro.
Matteo, esagerando appena un'ansia che, in effetti, provava, chiese di salire a parlare con il dottor
Genna, vicedirettore e, tra l'altro, buon amico della partoriente, quindi anche lui, volendo, atteso al
parto.
Fu subito fornito di un badge e sal al dodicesimo piano. Genna lo aspettava davanti
all'ascensore, masticando una gomma allo Xanax: "Sta partorendo?" chiese, quasi scandalizzato. Il
sottotesto era: sta partorendo e tu sei qui?
Matteo lo rassicur.
"No, non sta partorendo, non ancora. L'ho detto perch non mi facevano salire."
"Sei proprio figlio di tua madre," disse Genna e gli tese il pacchetto di Chewing Xanax. Matteo
accett. Si sent subito pi calmo.
"Davvero non  venuta a lavorare? Ha avvisato? Ha detto qualcosa?"
"No, caro. E non solo: con lei sono sparite Athos, Portos e Aramis, le sue tre moschettiere. Ho
idea che questa fuga coster parecchio alle pulzelle."
"Chi ti dice che sono insieme?"
"Il mio insindacabile istinto. Vieni, ti porto nel suo ufficio."
Matteo scosse la testa, aveva fretta, disse, Federica lo voleva vicino, e lui non voleva perdersi
una sola contrazione...
Genna insistette.
"Solo un momento, ha una visita tua madre, questa mattina, una visita imprevista, che non era
in agenda, la visita di un personaggio piuttosto speciale. Mi ha pregato lui di farti entrare, in mancanza
di Elisabetta conferirebbe volentieri con te."
Genna spinse Matteo in un salottino, seduto su una delle poltrone rosse c'era un uomo vestito in
modo sportivo: una polo azzurra, un paio di jeans, scarpe da tennis. Si alz, sorrise a Matteo, senza
cordialit, non si liber degli occhiali a specchio. Matteo si sent puntigliosamente osservato dietro
quelle due piccole superfici riflettenti. L'uomo gli tese la mano all'improvviso, con una forza che
avrebbe potuto preludere a un gesto violento. Un pugno, una coltellata.
"Tu sei il figlio di Umberto Delgado," disse, come se, presentandosi, si dovesse nominare
l'altro invece di dar conto di se stessi.
Matteo gli strinse la mano e annu.
"Lui  il dottor Airoldi, un valido dirigente del settore sanit," disse Genna.
"Ho conosciuto tuo padre. Un uomo di una certa caratura..." disse il dottor Airoldi. Poi chiese a
Genna di lasciarli soli e si tolse gli occhiali.
Matteo fu colpito dai suoi occhi, obliqui e celesti, da gatto siamese, e anche dalla voce,
improvvisamente confidenziale, con cui aggiunse: "Devo parlarti, ma usciamo di qui. Qui siamo a casa
del lupo."
Lasciarono insieme il palazzo del Tempo libero. Il dottor Airoldi, alla luce del sole, parve a
Matteo meno giovane di quanto gli era parso al primo sguardo. Aveva un viso liscio in modo elaborato,
come se sulle gote avesse spalmato una di quelle creme lifting che il Partito aveva messo fuori legge,
ma Elisabetta continuava a comperare di contrabbando.
C'era qualcosa, in lui, di ambiguo, Matteo fiut un pericolo, anche se non avrebbe saputo dire
quale e attiv, quasi meccanicamente, la telecamera del suo cronosmartphone.
L'obiettivo era potente.
Ma non sapeva come fare a inquadrare il suo interlocutore.
Si ferm un attimo e, come se avesse avvertito un fastidio improvviso per la luce del sole,
indoss i Google Glass, in tutto simili a un paio di normalissimi occhiali da sole.
Li teneva sempre nella tasca interna della giacca, da quando lavorava alla comunicazione e
immagine del Lder Mximo.
Inquadrava, registrava, accumulava dettagli, facce, opinioni.
Stava lavorando all'archivio audiovisivo del Partito ed era fiero della sua abilit.
Appena fuori dal palazzo del Tempo libero, si ferm e film il bel viso del suo interlocutore in
primissimo piano, lo sguardo nascosto dalle lenti.
"Ti spiace se parliamo camminando?" disse il dottor Airoldi.
Matteo annu, sempre pi teso.
Percorsero in silenzio un paio di isolati. Era un quartiere di palazzi adibiti a uffici, non c'erano
negozi. I selfie bar, i love bar e i business bar erano parecchi, ma lo strano dottore dagli occhi di gatto
non pareva incline a fermarsi. Camminava veloce, a testa bassa. Senza una parola.
Quando Matteo, per sbloccare quella situazione, disse: "Mia moglie sta per partorire, non ho
molto tempo," il dottor Airoldi si ferm di colpo e inizi a parlare senza alzare gli occhi dal selciato.
Con un cauto slittamento laterale, Matteo si mise di fronte a lui, inquadrandolo di nuovo in
primo piano.
"Prendo precauzioni perch sono morto," disse il dottore, "ufficialmente morto. Mi hanno
consegnato a una nuova identit. Non lavoro pi al fronte. Mi hanno imboscato. Sto negli uffici adesso.
Sanit centrale. Coordino la ricerca sull'uso delle cellule staminali per mantenere l'elasticit dei tessuti.
Non mi piace. Preferivo stare sul campo. Sono psichiatra ed etologo senile. Le dinamiche di gruppo
nella terza parte della vita mi appassionano. Stavo scrivendo un libro, sai? Analisi comparata
dell'istinto di sopraffazione in un gruppo di ritirati abituati al privilegio. Sai che la nostra capacit di
accettare la fine  inversamente proporzionale alle nostre trascorse fortune? Tu, per esempio, hai
trentacinque anni. Nel corso dei prossimi dieci anni raggiungerai il vertice della carriera. La tua
giovane e bella moglie ti fornir tre o quattro esperienze di paternit..." vedendo un'ombra passare sul
viso di Matteo, il dottore gli mise una mano sulla spalla. "Lo so, hai paura che ti scodelli il primogenito
in assenza,  meglio non dare in mano a una giovane donna lo strumento per ricattarci con una
denuncia. Ora ti lascio andare. Te la faccio breve: si  verificato un caso di quelli che chiamiamo QI.
Quasi impossibile. Tuo padre, che nel mio libro sarebbe stato un personaggio fra i pi interessanti e che
stavo studiando perfettamente a mio agio, coperto dal ruolo di direttore sanitario della struttura in cui 
stato ritirato, si  messo per traverso. Mi ha riconosciuto. Io non mi chiamo Airoldi, ma nemmeno
Bruno come mi chiamavo prima. Mi chiamo Muller. E non ho quarantadue anni bens cinquantasette.
Faccio parte di quella ristretta lite cui  concesso di evitare il ritiro, con tutte le sue conseguenze. Ho
potuto accedere al programma rigeneratore di identit al compimento del cinquantacinquesimo anno
d'et. Quasi certamente anche tu potrai, ma non  detto. Bisogna vedere quanto riesci ad avvicinarti al
cerchio stretto. La leadership del partito. So che il Lder Mximo ti tiene d'occhio. Vedi... io e te
abbiamo una cosa in comune: padri scomodi. Il mio pi del tuo, perch io sono pi vecchio di te. Mio
padre era una personalit complessa, come il tuo, ma di una generazione meno disposta a trattare, ad
adeguarsi. Tuo padre si  ribellato dopo essere stato ritirato e quindi l'ha fatto con i pochi strumenti a
sua disposizione, l'autolesionismo prima, l'intelligenza poi e, non ultimo, un po' di fortuna... Non ne
sono certo, ma immagino che abbia perso comunque, e, se non ha ancora perso, perder. Mio padre si 
ribellato prima di essere deportato. Si  tolto la vita, ha lasciato una memoria non priva di pathos n di
acutezza. Ho provveduto a eliminarla personalmente. Per, prima, l'ho letta."
"Bruno Muller," disse Matteo. S, gliene avevano parlato, i suoi, del mitico professore di
Umberto, il professor Muller.
Erano, da qualche minuto, fermi sul marciapiede. E incominciavano ad attirare l'attenzione dei
passanti.
"Forse dovremmo muoverci di qui," disse ancora Matteo.
Muller sembrava perso a ricostruire quel testo che non era riuscito a dimenticare
completamente.
Matteo gli prese un braccio. "Parliamo camminando, stiamo dando nell'occhio."
Muller mosse qualche passo, poi si ferm di nuovo, e di nuovo Matteo lo inquadr in
primissimo piano:
"Noi, figli di padri scomodi, siamo attenzionati positivamente e negativamente. I nostri padri
pesano pi degli altri. Io il mio..."
Muller si tolse gli occhiali, tir fuori dalla tasca dei pantaloni un fazzoletto immacolato e se li
asciug. Non stava piangendo. Non ancora. Ma avrebbe potuto. Voleva prevenire o scoraggiare un
eventuale eccesso di emotivit. Si soffi il naso. Con forza, due volte.
Poi, con una voce che, nonostante tutte quelle manovre di autocontrollo, risult segnata dalla
commozione, disse: "Io mio padre l'ho rinnegato, non farlo con il tuo. Era questo che avrei voluto dire
a tua madre. Umberto  in pericolo. Perch si  ribellato, quindi  in pericolo pi degli altri. Non lo
lasceranno invecchiare tranquillo fino al ritiro definitivo. Neanche se si sottomette, neanche se accetta
le regole e si lascia sedare come tutti gli altri e accompagnare come tutti gli altri verso la fine del
percorso. Mio padre ha scritto: La condizione di mortalit  ci che unisce gli umani. L'unico antidoto
al veleno di questa consapevolezza  nella nostra ignoranza. Nessuno di noi conosce la data della
propria morte. Ciascuno di noi ha diritto a non saperla. Ciascuno di noi ha diritto a giocare fino
all'ultimo.' Io ho tradito la memoria di mio padre per poter giocare fino all'ultimo. Tu non farlo."
Quasi volesse dissolvere l'involontaria retorica delle ultime frasi, Muller tracci un segno
nell'aria, troppo enfatico per essere un semplice saluto, troppo incerto per essere una benedizione.
Quindi si allontan, di buon passo, nella direzione contraria a quella verso cui stavano camminando.
Dopo un attimo di sconcerto, Matteo gli corse dietro. Lo riprese quasi subito.
"Aspetta... che cosa... che cosa devo fare? Che cosa farai tu?"
"Io? Niente. Non tocca a me. Sono un riciclato', non sono nel PMVP. Tu s. Tu sei un TQ. Tu
scrivi i discorsi del Lder Mximo... tu hai accesso a tutte le reti. Se tu parli, ti ascolteranno."
Matteo si port la mano alla fronte, chiuse gli occhi un attimo. Bruno Muller rest immobile, a
guardarlo. Matteo riapr gli occhi, come chi ha preso una decisione difficile ma doverosa.
"Non ci credo. Non ci posso credere. Si pu essere d'accordo o in disaccordo con il ritiro, ma
non  l'anticamera dell'eliminazione."
Muller sorrise, freddo. "Ti capisco, non vuoi rischiare il posto. Umano, molto umano. Del resto:
 cos che si costruisce il consenso. Chiunque abbia qualcosa da perdere  disposto a negare l'evidenza,
a patteggiare, a credere. O a fingere di credere."
Matteo prov il desiderio di stropicciare con un pugno quella pelle levigata di fresco.
Si trattenne a fatica. Non voleva sciupare la registrazione. Doveva uscirne pulito. Si aggrapp
perci a quel moto di spontanea aggressivit, per potersene uscire a testa alta.
A darsi la croce addosso ci avrebbe pensato dopo.
Dopo aver spento la telecamera. Prima di decidere che cosa ne avrebbe fatto, di quel bel pezzo
di cinema, disse:
"Perch io dovrei fidarmi di te? Potresti essere un pazzo, un manipolatore. Potrebbero averti
mandato da me per mettermi alla prova... se sono attenzionato come dici, potresti avere addosso una
microcamera..."
Nel nominare l'aggeggio elettronico con cui stava immortalando la conversazione, Matteo
prov un brivido.
Bruno Muller gli rifil uno sguardo magistralmente inespressivo.
"Io non sono venuto da te, n di mia iniziativa n per ordini superiori. Io ero andato a cercare
tua madre."
"Lasciala stare, mia madre."
"Questo non posso promettertelo. Ho qualcosa per lei. E ho le migliori intenzioni di dargliela.
Spero soltanto di arrivare in tempo. Prima che se ne vada, o faccia qualche sciocchezza."
18.
Quando vide una delle ragazze avvicinarsi alla tavola, con il vassoio carico delle tazze del
caffelatte ben stretto fra le manine guantate di bianco, Umberto riabbass gli occhi sul vecchio giornale
che stava leggendo.
Era la Repubblica del 12 marzo del 1977. Lo commuoveva ritrovare se stesso liceale, alle prese
con gli anni dell'ideologia morente. Da quando aveva lasciato l'infermeria delle caserme si
commuoveva spesso. Anche per questo teneva gli occhi bassi. Non voleva che gli altri cogliessero quel
brillare patetico di lacrime trattenute. Gli premeva che neppure una, nel compatto drappello delle
ragazze, intuisse la sua debolezza. Si faceva un punto d'onore di non guardarle, di non fare la ruota
come i suoi coetanei, ma non voleva che lo vedessero vecchio. Emotivamente vulnerabile e facilmente
eccitabile come i vecchi. Quando gli altri scherzavano, lui taceva. Se gli altri seguivano con gli occhi le
ragazze finch non sparivano nelle cucine, lui non le degnava di uno sguardo.
Per questo non riconobbe Francesca. Non subito, almeno, come avrebbe dovuto. E la costrinse,
perci, a rischiare andando a cercarlo in camera, dove si rifugiava sempre pi spesso, dopo la
colazione, che era un appuntamento obbligatorio. Tornava nella sua stanza e si sdraiava sul letto, un
po' per stanchezza (per colpa sua adesso tutti erano costretti a inghiottire le pillole, che avevano
sostituito le capsule, in presenza del personale), un po' per mancanza di stimoli a fare altro, altro che
gingillarsi con giornali vecchi di quarant'anni, protetto da una porta chiusa a chiave.
Quando sent bussare alla porta, si sorprese, ma subito la sorpresa si trasform in un moto di
fastidio.
"C' posta per te," disse Francesca, con il tono di squillante allegria che la giovanissima
Bettyblu aveva raccomandato.
Umberto gett il giornale sul pavimento. E chiuse gli occhi, quasi che la cameriera disturbatrice
potesse vederlo.
"Su, pap pigrone, aprimi. C' posta per te!" disse ancora Francesca.
Umberto si decise a rispondere: "Lasciami in pace!"
La posta era, immancabilmente, costituita da assurde pubblicit personalizzate. Inviti a
occuparsi per tempo della propria prostata, biglietti omaggio per vecchi film che venivano proiettati nel
salone e ai quali potevano accedere comunque, oroscopi e consigli spirituali e parole crociate.
"Sei cattivo se non mi apri," miagol Francesca, cercando disperatamente di fare la civetta, la
micina, la bambina, la cretina, secondo le indicazioni di Bettyblu.
Umberto pens che avrebbe anche potuto alzarsi, aprire alla volonterosa ragazzina, prendere
quelle ridicole buste azzurre con il logo dell'albergo, ringraziarla e sbatterle la porta in faccia. Ma gli
pesava la testa, sentiva le gambe gonfie e un ottundimento che chiamava il sonno, come una necessit,
come un desiderio, come l'unico desiderio possibile.
"Lascia la posta sotto la porta. La prendo dopo."
Francesca pens di bussare ancora, di chiamarlo Umberto, di dirgli sono l'assistente di
Elisabetta, la tua Elisabetta... ma poi sent dei passi avvicinarsi, d'istinto nascose la lettera sotto il
minuscolo grembiulino rosa che costituiva l'uniforme delle cameriere.
"Non ti aprir mai, ha un cattivo carattere," disse Guidobaldo.
Luciano le sorrise invitante: "Se vuoi visitare una delle camere, puoi venire nella mia."
Meccanicamente, Francesca rispose al sorriso.
Luciano, gratificato, la guard meglio di come l'aveva guardata in sala. Aveva due straordinari
occhi scuri, grandi e schermati da ciglia fuori misura. Il naso corto e sottile, la bocca come un taglio
netto separava quella dotazione superlativa da un mento appuntito e delicato.
Sembrava pi vecchia delle altre, non aveva il fascino transitorio di una bellezza appena
abbozzata come le adolescenti. Era sottile e piccola, ma, era disposto a giurarci, doveva essere nata
ventidue o addirittura ventitr anni prima. Non certo diciassette.
Stava per chiederle "ma tu chi sei?" quando la porta si spalanc e comparve Umberto, i capelli
scompigliati, i piedi nudi.
Riconobbe subito Francesca e sent il cuore accelerare i battiti.
"Signor Umberto," disse Francesca, "mi manda il dottor Sovena, il suo appuntamento  stato
spostato di un'ora."
Contava sul fatto che l'avesse riconosciuta. Che le reggesse il gioco.
Quando incroci il suo sguardo, quando lo vide deglutire a vuoto, come di fronte a un pericolo
improvviso, cap che s, l'aveva riconosciuta. Svelta gli mise in mano la busta azzurra che aveva
nascosto sotto il grembiulino e con un sorriso si avvi verso le scale.
Umberto sbadigli con intenzione, fingendosi spossato o annoiato, disse qualcosa a proposito di
un elettrocardiogramma cui doveva sottoporsi e cerc di guadagnare la sua stanza.
"Aspetta... non hai la sensazione che quella ragazza non sia come le altre?   non so  diversa.
Anche la voce: non ha nessun accento, parla italiano come le italiane... e sono certo che ieri non c'era,"
disse Luciano.
"Certo che ieri non c'era... le cambiano tutti i giorni come i fiori nei vasi, come ha detto
Enzo... Cos abbiamo sempre qualcosa di fresco da annusare," disse Umberto, facendosi forza.
Guidobaldo annu: "S, per questa qui  un po' pi... matura... anche a me pare che sia di
un'altra qualit. Una recluta interessante."
"E manda al nostro Umberto bigliettini romantici..." Luciano allung la mano verso la lettera.
La reazione di Umberto fu smisurata.
Con uno spintone mand quasi a terra Luciano, mormor un udibile "pezzo di stronzo" quindi
si ritir nella sua stanza e chiuse la porta con due giri di chiave.
La lettera, che Umberto lesse e rilesse, fino a impadronirsi di ogni parola come un attore prima
di andare in scena, non era l'unico regalo contenuto nella busta azzurra. C'era un foglietto a quadri
strappato da un quaderno e c'era un cartoncino scritto in stampatello.
Il foglietto:
Amore,forse Francesca riuscir a farti avere le poche parole che ho scritto per te. Io non ci speravo. E
adesso, naturalmente, tutto quello che ho messo nella lettera mi sembra povero e vago e inadeguato...
E vorrei aggiungere... voglio aggiungere altro... ancora poche righe... di quelle semplicissime delle
madri e delle spose di guerra, che sto bene, che cos spero di te, che niente ci pu davvero separare.
Ma adesso devo staccarmi da questa lettera o dirti cose pi utili. Ci sono fotocellule sparse fra il parco
e il bosco e in tutta quella muraglia verde che vi separa dal mondo. Sono un muro invisibile e molto
sensibile. Non credo che tu possa uscire o anche soltanto avvicinarti. Ma Francesca ti vedr, forse. E
mi dir come stai. E se tu le darai una parola per me, sar un balsamo e una iniezione di forza. Perch
io lotter, sai? Io ho intenzione di lottare. Io torner a Roma e parler, grider, sveler... io metter
fine a questa farsa. Non abbiamo pi niente da perdere. N io n te. E questo ci rende invincibili.	Il
cartoncino scritto in stampatello:
STACCO ALLE 20. NON TORNER. LASCI LA RISPOSTA PER ELISABETTA SOTTO IL
CUSCINO. LASCI LA STANZA APPENA PU. CON AFFETTO. FRANCESCA.	Umberto
prese carta e penna con la consapevolezza che non sarebbe riuscito a scrivere, non c'era pi spazio per
le parole, o forse non c'era pi spazio per la speranza, non c'era dentro di lui. La lettera di Elisabetta se
l'era messa sotto la camicia, l'aveva infilata nella cintura dei pantaloni, a contatto con la pelle. Gli
aveva dato una gioia malinconica, dolorosa. Come un malato soffriva a ogni cambiamento di status.
Anche un miglioramento gli poteva mettere paura. Il fatto che Elisabetta fosse vicina alla sua prigione e
non potesse entrare, la violenza del desiderio di andare da lei intensificavano il suo senso di prigionia.
Gli pareva di soffocare.
Le frasi giuste, quelle belle frasi che aveva tornito per lei nei lunghi mesi del silenzio, non si
componevano.
Guardava il foglio bianco, mentre piccole gocce di sudore gli inumidivano la fronte. E soffriva.
Dopo un tempo che gli parve lunghissimo scrisse: "Torna a casa, amore mio. Torna a casa.
Fallo per me."
Pieg il foglio, su cui quelle poche parole campeggiavano solitarie, e lo sistem sotto il cuscino.
Poi usc dalla stanza.
19.
"No, non parto," disse Elisabetta.
Teneva in mano quell'unica frase scritta da Umberto e la guardava, come se nascondesse un
capolavoro nascosto, che soltanto lei, con il tempo, sarebbe riuscita a decifrare.
Era seduta su un balconcino minuscolo, aveva affittato una stanza nella casa della madre di
Bettyblu, aveva dormito su un divano a cui mancava una molla, aveva poggiato la testa su un cuscino
di velluto che odorava di muffa, al centro del cuscino erano cuciti degli specchietti quadrati, un
ornamento da hippy anni settanta. Uno di quei quadrati dai bordi taglienti le era rimasto stampato sulla
guancia.
Francesca, Claudia e Maddalena la ascoltavano dall'interno della stanza, sul balconcino non
c'era spazio che per la sedia su cui sedeva Elisabetta. L'aveva voltata verso l'interno, dava le spalle alla
piazza.
"Non torno a casa. N adesso n dopo," disse ancora.
" quello che ti ha chiesto Umberto," disse Maddalena.
"Io non posso introdurmi l dentro un'altra volta," disse Francesca.
Le colleghe di Bettyblu l'avevano coperta, ma un paio di ritirati si erano accorti che era diversa
dalle altre. Uno aveva cercato di baciarla.
Un altro l'aveva minacciata.
"Lo so, Francesca. E non te lo chiedo. Non vi chiedo niente. Voglio soltanto restare qui. Voi
tornate in ufficio. Parler a Genna. Sar talmente felice di prendere la direzione che vi eviter il
licenziamento. Vi prender a lavorare con lui, perci rimarrete al vostro posto. Non  cos stupido da
non aver capito che siete pi intelligenti delle altre."
Aveva usato un tono definitivo, autorevole.
Retaggio di una vita che le pareva ormai sfumare in una lontananza senza tempo. La vita dei
s/no. Questo ci interessa. Questo lo finanziamo/questo lo cassiamo. Il tono definitivo che, prima,
spingeva tutti all'azione, aveva generato una bolla di silenzio.
Le ragazze erano contrite. Non sarebbe stata la stessa cosa, lavorare per Genna. Lo sapevano
tutte e quattro. Ma loro dovevano andare avanti, e lei si doveva fermare.
Si alz, proprio nel momento in cui la madre di Bettyblu, Denise, le stava portando una tazza di
t con dei complicati dolci intrisi di liquore.
Nel porgerle la tazza la lamb con un'occhiata di pura avidit. Le aveva fatto pagare quella
stanza angusta mille euro. Mille euro per una notte su un divano sfondato a respirare polvere.
Si chiese quanto le sarebbe costato il t. Non le importava, avrebbe pagato ancora, come aveva
pagato Bettyblu e le altre ragazze della squadra delle cameriere perch tacessero.
Francesca aveva dovuto cedere anche la sua minigonna di lattice rosso, da quelle parti non se ne
trovavano e una delle ragazze se ne era incapricciata. Eroicamente, sarebbe ripartita con il camicione
coi funghi, quello rubato per Elisabetta a sua madre, quello che Elisabetta non aveva voluto indossare.
"Andiamo," disse, "vi accompagno alla macchina."
Scesero in strada.
Maddalena era la pi inquieta: "Quanto ti fermerai? Vi siete accordate su un prezzo decente?"
Elisabetta si strinse nelle spalle.
"No, le ho soltanto detto che restavo per un po'..."
"Non pu farti pagare mille euro per notte, per!" protest Claudia.
"Non mi importa dei soldi," disse Elisabetta, "e smettetela di preoccuparvi per me."
Presero a discutere fra loro, camminando per le strade di quel paese che pareva deserto, fra le
basse case color cemento, basse, tozze e squadrate.
Claudia sosteneva che era normale il ricatto in una situazione come quella, non si applicavano
certo prezzi di mercato, Francesca si indignava e proponeva di mandare un'ispezione, Maddalena
diceva che l'illegalit genera illegalit ed Elisabetta doveva partire con loro e scrivere una lettera di
protesta. Protesta per cosa? Per come hanno trattato suo marito? Ma lei non lo pu sapere. Non lo deve
sapere. Lei non pu essere qui, lui non poteva mandarle il videomessaggio...
Erano cos prese da quello scambio di opinioni che parevano aver dimenticato Elisabetta.
Arrivarono alla macchina. Francesca le afferr tutte e due le mani, la guard accorata.
"Torna con noi. Non puoi restare qui. Non c' nessuna possibilit che tu veda Umberto. E...
forse lui neppure lo vuole.  molto cambiato da come lo ricordavo, da come l'ho conosciuto."
Elisabetta annu: magro magro, con la barba lunga e gli occhi vuoti.
Se l'era fatto descrivere e ridescrivere. Non le bastava mai. Maddalena continu dove Francesca
si era interrotta: "E poi te l'ha detto anche lui. Torna a casa."
"Amore mio torna a casa," puntualizz Francesca, che non voleva mandare perduta quella
piccola consolazione.
"Amore mio, d'accordo, per: torna a casa. Era Torna a casa' il messaggio. Torna a casa' e
Fallo per me'."
" perch le vuole bene. Le vuole bene nel modo giusto, cio vuole il suo bene."
Prima che il dibattito si riattizzasse come un fal sotto la spinta del vento, Elisabetta impose la
sua voce ferma.
"Adesso voi partite. Ci teniamo in contatto."
"Ti sconnetteranno," disse Maddalena, "se Genna o Federica o qualche carogna degli uffici
denuncia la tua scomparsa ti sconnetteranno."
"Se non  gi successo," disse Claudia.
In preda a un'ansia improvvisa, tutte e quattro presero cronosmartphone e minitablet e
incominciarono a sfiorare e cliccare.
Maddalena, Claudia ed Elisabetta erano gi state sconnesse.
I loro schermi emettevano sibili su un'unica nota, mostravano un arcobaleno di colori.
Immobile.
Soltanto Francesca era ancora collegata.
"Chiama Irene per sapere come stanno i bambini."
"Chiama in ufficio per dire che stiamo tornando."
"Chiama Genna per avvisarlo che gli romperemo il culo..."
Elisabetta prese il minitablet di Francesca.
"Zitte," disse.
E alz il volume. Lo schermo mostrava una piazza che si andava riempiendo di persone.
Nessuno urlava n cantava n scandiva slogan. Si sentiva soltanto il rumore dei passi. Non c'era nessun
palco, ma alcuni erano saliti sui gradini della cattedrale.
Zoomando sui volti, Elisabetta si accorse che c'erano molte persone della sua classe anagrafica.
La maggioranza era gente gi vicina al ritiro, ma non erano tutti vicini al ritiro. C'erano anche donne e
uomini apparentemente in pieno PMVP. Trentenni, quarantenni.
"Chi te l'ha mandato?" chiese Elisabetta.
Francesca prese con delicatezza l'oggetto e sfior lo schermo.
"Non  l'info ufficiale," disse Claudia.
"No,  una rete privata ma potente," disse Francesca, china sull'immagine della piazza che
continuava a ricevere gente dalle vie laterali, come un lago l'acqua dagli affluenti. Poi alz la testa e
disse: "Matteo. Me l'ha mandato Matteo."
20.
Era stato semplice e terribilmente arduo, scrivere quelle poche parole: "Cercate notizie sui
vostri nonni. Andate a trovare vostro padre. Andate a vedere come sta vostra madre. Come sta
veramente. Come sta, dove sta. Com' la societ parallela. Informatevi:  un vostro diritto. Perch siete
dei bravi figli. E perch ci finirete anche voi. Nessuno sar giovane in eterno."
Virale in rete.
Dicevano cos. Quando lui era ragazzino e la rete era una.
Poi la circolazione si era complicata. Potevi ricevere tutto, potevi leggere, potevi ascoltare,
potevi guardare. Tu, cittadino comune. Quanto a scrivere, fornire contenuti, mettere in circolazione
parole, video, audio, foto, film, romanzi, saggi, opinioni... l dovevi essere abilitato. Di norma a
ciascuno era consentito comunicare con i suoi affini: stessa et, stessa fascia di reddito, stessa classe
d'origine. Per comunicare fuori dalla tua cerchia dovevi avere una chiave universale. Altro che
password. Dovevi appartenere alla cerchia ristretta, all'enclave degli iniziati, ai fedelissimi del Lder.
Man mano che salivi nella piramide-partito cresceva il tuo accesso alle reti, fuori dall'obbligo di
prossimit. Potevi scrivere con meno limiti, poi meno ancora, potevi raggiungere una minoranza, poi
una minoranza pi vasta, poi una maggioranza, poi una quasi totalit.
L'accesso alla totalit dell'audience era prerogativa del Lder Mximo. E, ottenendo gli
opportuni permessi, del governo. I ministri potevano comunicare senza limiti, ma non senza il placet
del capo.
Matteo, che aveva raggiunto il ragguardevole traguardo di Responsabile della Comunicazione
personale del Lder, aveva una chiave potente. A due tacche dal minimo del limite.
Non era stato facile decidere di usarla, per scopi potenzialmente eversivi. Sapeva quello che gli
sarebbe costato: la perdita del lavoro, come punizione leggera. Alla punizione pesante non ci voleva
pensare.
"Conoscete una sola coppia che si sia ricomposta?"
"Dove sono i vecchi?"
"Che cosa succeder quando i fondi per il ritiro saranno esauriti? Anche i pi ricchi, quelli che
hanno pagato tasse sull'et pi salate, verranno eliminati?"
Aveva saturato la rete di domande. Poi aveva osato un invito.
"Facciamoci vedere. TQ e non TQ. Siamo tutti ugualmente impotenti. Facciamoci vedere in
piazza. Portiamo i nostri corpi. Le nostre presenze."
Rilesse tutto quello che aveva postato, si sentiva stanco, eppure posseduto da una forza
disperata. Pens che non poteva fermarsi alle domande, ai dubbi, alle suggestioni. Doveva sparare in
rete lo stesso colpo che aveva fatto sussultare lui, che aveva disgregato le sue difese: non tanto il volto
tumefatto di suo padre, quanto quello liscio e immobile di Bruno Muller.
La registrazione era quasi perfetta.
Neppure un fotogramma fuori fuoco.
In mezzo minuto, Bruno Muller confess, a tutta la rete di cittadini che Matteo poteva
raggiungere, le sue colpe. Le sue recriminazioni.
"Io non mi chiamo Airoldi, ma nemmeno Bruno come mi chiamavo prima. Mi chiamo Muller.
E non ho quarantadue anni bens cinquantasette. Faccio parte di quella ristretta lite cui  concesso di
evitare il ritiro, con tutte le sue conseguenze. Ho potuto accedere al programma rigeneratore di identit
al compimento del cinquantacinquesimo anno d'et. Quasi certamente anche tu potrai, ma non  detto.
Bisogna vedere quanto riesci ad avvicinarti al cerchio stretto. La leadership del partito."
Non tanto quel viso troppo liscio e quei capelli color castagna, quanto la tracciabilit del nome
avrebbe reso efficace l'operazione. Non sarebbe stato difficile, per chi riceveva quel video, controllare
incarico e grado di quel testimone eccezionale.
Il resto sarebbe venuto da s.
La ribellione.
Se non si era tutti uguali di fronte al tempo, allora non si era tutti uguali. In nome del ritorno
alla natura si poteva accettare di essere ritirati dalla vita attiva, di essere allontanati dalla relazione fra i
sessi per manifesta infertilit, di essere costretti a rinunciare a una competizione che, finch a contare
era soltanto il corpo, riguardava i venti e i trent'anni. Al massimo i quaranta.
Ma doveva essere un destino comune, una religione dell'ordine naturale, una regola cui tutti,
ciascuno a suo tempo, sarebbero stati sottoposti.
Non erano consentite eccezioni. Rendite di posizione. Privilegi.
Il privilegio di pochi, scoperto, avrebbe fatto scattare prima l'invidia, poi l'angoscia, e per
dominare l'angoscia la reazione.
Se il Lder e i suoi sodali potevano restare giovani fino a centoventi anni (poich questa sarebbe
stata l'aspettativa di vita) e magari dopo ancora, fino a rinunciare volontariamente alla giovent per
saziet, come dopo una vacanza troppo lunga, allora no, non c'era giustizia.
Non si trattava di un ritorno all'ordine ancestrale, quando i vecchi, come nella Ballata di
Narayama, andavano a morire da soli sulla cima di una montagna, per convinzione e per amore dei
propri figli, cui sarebbe mancato il cibo se non si fossero, loro, gli anziani, alzati dalla tavola comune.
Si trattava di una dittatura del pi forte, di una persecuzione, di un genocidio ad opera di una
banda di privilegiati.
Era uscito dall'ufficio quando sul suo tablet erano comparse le prime immagini, le prime
manifestazioni. Il suo ultimo gesto era stato condividerle con Elisabetta e le sue ragazze.
Aveva agito la domenica mattina, fra le stanze vuote del ministero della comunicazione. Aveva
agito dopo aver scritto il discorso del Lder Mximo per l'inaugurazione del Museo del disordine (un
mirabolante campionario di materiale video sul naufragio dell'ultima delle Repubbliche di prima).
Il Lder l'avrebbe recitato il giorno dopo, il giorno dell'anniversario della rivoluzione.
S, l'avrebbe recitato, dopo averlo letto una sola volta, come soltanto lui era capace di fare, e
sarebbe sembrato assolutamente spontaneo. L'avrebbe recitato dopo averne sbattuto in galera l'autore?
Matteo parcheggi la motocicletta fuori dal cancello del giardino. Davanti alla villa c'erano gi
tutti. L'ambulanza rosa, la regia mobile, il banchetto delle puericultrici che vendevano le loro app di
consigli. La piccola festosa folla dei vicini di casa.
Sapeva di essere in ritardo.
Sapeva di essere in difetto.
Il padre dev'essere vicino alla madre da subito, dalla prima contrazione e prima ancora. Dal
giorno in cui la madre, come si dice, esce di conto. E prima ancora.
Un padre come lui, poi, un padre fisico, compagno di accoppiamento e non soltanto fornitore di
sperma, aveva, ancora pi nitido e netto, l'obbligo della vicinanza al corpo della fattrice, della donna
partoriente.
Nei pochi passi che lo separavano da casa prepar la sua autodifesa. Scusate, ero alle prese con
il discorso per l'anniversario della rivoluzione. Una responsabilit celeste. Finch non fosse stato
degradato ufficialmente, poteva assumere l'aria stanca e appagata del solerte collaboratore del potere.
Apr il cancello. Identific subito, fra i capannelli presumibilmente intenti a lodare la grazia, la
bellezza e l'abnegazione di Federica, sua suocera e suo suocero.
Lo colpirono, quasi contemporaneamente, con due sguardi di solenne riprovazione, che restitu
con la sfrontatezza dell'innocente.
Nadine girava per il giardino con un vassoio carico di bicchieri di limonata. I vicini bevevano,
sorridevano e, di tanto in tanto, guardavano verso la finestra del primo piano. Lo champagne sarebbe
stato servito dopo. Dopo l'ultimo urlo della madre, dopo il primo urlo del bambino. Champagne
analcolico, come conviene a un popolo sano, a un popolo, per la precisione, obbligato a essere sano.
Soprattutto nel corso di quei continui santissimi laici Natali che punteggiavano di feste la citt,
la nazione, il continente. Champagne analcolico per tutti.
Matteo pens a Elisabetta, alla sua riserva di Veuve Clicquot.
"Servirai quello per la cerimonia del Birth-day, ma'?"
"Neanche per sogno."
Non le importava davvero niente di diventare nonna o era soltanto la sua naturale ribellione alla
retorica? Forse gliene importava, ma il disgusto per l'enfasi le avrebbe impedito, comunque, di
partecipare.
Una giornalista in blazer blu e short color carne stava camminando verso di lui, gli tese il
microfono come sguainando una spada: "Ecco che arriva finalmente il pap. La tua Federica sta
andando molto bene. E tu come ti senti?"
Matteo fiss la telecamera che la giornalista teneva in fronte, come un minuscolo gioiello
illuminato di rosso, incastonato in una metallica coroncina rosa.
"Mi sentir meglio quando sar vicino a lei."
"E questo ritardo? Come mai? Lei ti ha difeso,  vero che lavori per Mximo?"
" vero. Ero in ufficio. Domani..."
La frase fu interrotta da un grido.
Un grido pulito da qualsiasi traccia d'angoscia, dolore di diaframma, allegro, come l'a solo di
una soprano sicura dell'applauso.
Matteo lasci la giornalista ed entr di buon passo in casa. Sal la scala di corsa.
Federica si era insediata, forte del suo ruolo regale, nella camera di Umberto ed Elisabetta.
Cantava e piangeva e parlava con il suo bambino. Attorno a lei la ginecologa, l'ostetrica,
l'infermiera, la pediatra, la maestra di yoga, una fotografa, una videomaker e una psicotrainer.
Appena Matteo, trafelato pi di quanto fosse veramente, entr nella stanza, il gruppo di donne si
apr come un sipario.
Matteo si distese sul letto accanto a Federica.
"Sei bravissima," le disse, baciandole il collo sudato.
Federica era completamente nuda, i capelli sciolti scendevano sottili e bagnati lungo i seni tondi
e gonfi, il sorriso estatico si trasformava, di tanto in tanto, in una smorfia atroce, subito cancellata.
"Sei qui, pezzo di bastardo," disse con una voce marcatamente dolce.
"Sono qui, sono vicino a te, sono un pezzo di bastardo. Respira bene, respira adagio."
"Respira con me."
Matteo prese a respirare al ritmo della respirazione del parto, cos come avevano provato tante
volte. Guard la parete di fronte, fra le ciglia socchiuse: qualcuno aveva staccato il Pollock dal suo
posto.
Federica grid di nuovo. Un attimo dopo riusc a sorridere, estatica, monella.
Con una voce insolitamente bassa, ma non priva di buon umore, disse: "La nonna dov',
Bambino ha diritto ad avere uno straccio di nonna."
"Vuoi che chiami tua madre?  in giardino."
"Lo so che mia madre  in giardino, voglio sapere dov' la tua..."
Il nuovo grido usc contorto... pi simile a un lamento. Intenerito, Matteo le baci una spalla,
un seno, un fianco. Era cos bella. Ed era cos obiettivamente mostruosa...
Era mostruoso vedere quel tabernacolo di carne e pelle alzarsi e abbassarsi nello sforzo di
spingere fuori il minuscolo muso dell'animale umano.
Federica grid di nuovo, poi appoggi una mano sul suo ventre e disse.
"Adesso!"
Immediatamente part un rock ritmato in crescendo. Push, baby, push. Un refrain sostenuto
dalle percussioni: Push sweetheart, push, push your baby out.
Federica prese a cantare dietro la canzone con la sua voce tagliente e intonata. La psicotrainer
applaud per prima. Tutto lo staff di donne la segu.
"La testina sta sgusciando fuori," disse la ginecologa. "Sei bravissima, ancora un push e siamo
in onda!"
Il bel viso di Federica si chiuse come un pugno nel desiderio estremo di sgravare in un tempo da
record.
"Meno di due ore di doglie e non hai smesso per un minuto di essere bella," disse la videomaker
girando lenta attorno al letto. "Questa la mandiamo a reti unificate. Finirai in cinquina al Mother Prize,
Fede."
" come se non fosse primipara," disse ammirata la pediatra.
L'ostetrica prese a tirare lentamente e delicatamente il corpo del bambino fuori dal corpo della
madre.
"Avanti, Matteo," disse la videomaker.
Matteo non si mosse, teneva una mano sulla fronte di Federica, che era diventata rossa e
rilasciava rivoli di sudore.
"Avanti, Matteo, tocca a te," disse la ginecologa.
Matteo si alz e and a mettersi davanti alle gambe aperte della sua donna. Gli porsero un paio
di guanti di lattice. Tremava tanto che l'operazione di indossarli non fu facile. Federica non urlava pi.
La levatrice gli mise fra le mani la testa del bambino.
"Che devo fare?" chiese Matteo.
La psicotrainer disse, come soffiando le parole nell'aria: "Mettilo al mondo, ragazzo."
Matteo esit. La levatrice prese il corpicino per le spalle e lo tir fuori.
"Posalo sul grembo di Federica."
Matteo si trov con suo figlio fra le mani, ancora legato al corpo della madre, ancora sporco,
ancora muto.
Lo appoggi sul ventre di Federica, che sembrava aver smesso di respirare.
La pediatra lo prese, lo pul sommariamente, aspir il muco dalle narici e lo benedisse con una
sculacciata simbolica a favore della telecamera.
Il bambino cacci un urlo che si trasform, fra gli applausi, in un ragionevole pianto.
"Digli qualcosa di carino," sussurr Federica.
Matteo disse: "Benvenuto fra noi, pi giovane di tutti i giovani, che la tua giovinezza possa
durare in eterno."
"Non  una cosa veramente carina," sussurr Federica.
"Puoi baciarla," disse la videomaker, "e dopo puoi baciare il bambino."
Matteo baci sua moglie e poi suo figlio. Aspir l'odore acre e il calore colloso dei liquidi che
avevano emesso e che avevano impregnato le lenzuola.
" stato bellissimo," disse Federica.
Un attimo dopo, si diffuse nella stanza il suono silenzioso di un'arpa.
Tre note, come una ninna nanna.
21.
Amore mio,non sono partita. Sono rimasta qui, vicino a te, anche se non ti posso abbracciare. Mi sono
arrangiata a vivere da una vedova mercenaria.  la madre di una delle ragazze che ti servono a
tavola. Le ho dato molti soldi, ho dato molti soldi anche a sua madre. La ragazza si chiama Bettyblu.
Ha promesso di portarti, ogni giorno, una mia lettera e una mia fotografia, ha promesso di dirmi come
stai, ti scatter anche lei una fotografia, in modo che io possa controllare di persona. Mettiti sotto la
luce migliore, sono facile agli attacchi di panico. Su di te. Sono anche diventata collerica. Sono
astiosa. Sono antipatica.Ma va bene. Mi sono ritirata da sola, prima che mi ritirassero loro. Mi sono
spogliata del costume sociale. Mi vedrai nella foto... sono una strega d'et variabile fra i tre e i
cent'anni... Niente giacche eleganti, niente capelli freschi di parrucchiere, niente spirito mordace e
buone maniere. Non ho pi compiti. Niente principio di prestazione. C' una specie di libidine in
questa resa totale. Si tengano le loro briciole, non li voglio gli altri tre anni di vita che mi hanno
destinato. Se tu fossi qui con me sarei perfettamente felice. Ti scrivo da un selfie bar.  l'unico posto
tollerabile in questa periferia dell'Occidente. Del resto: sono totalmente, nitidamente, magnificamente
sola...	Elisabetta aveva appena finito di scrivere questa frase, si stava chiedendo se non avesse
esagerato con gli avverbi, quando sent una mano toccarle la spalla.
Si volt con una scarica di palpiti ansiosi. Era vietato relazionarsi agli altri nei selfie bar.
Se qualcuno ti tocca  un poliziotto o un assassino, in ogni caso un sociopatico, legale o illegale.
L'uomo che le teneva la mano sulla spalla le parve, nella penombra, giovane, indossava una
polo azzurra e un paio di occhiali a specchio.
"Posso dirle due parole, signora?"
"Qui si viene per stare soli."
"Infatti, usciamo di qui."
Aveva un tono autorevole.
"Lei chi ?" chiese Elisabetta.
"Io sono un amico di Umberto."
Elisabetta lo guard meglio, come se un amico di Umberto dovesse avere una fisionomia
particolare.
"Un amico di Umberto..." mormor, cercando di dominare un'emozione molto forte.
"E lei  Elisabetta, naturalmente."
"Esca. Stampo e la raggiungo fuori."
Non era certa di riuscire ad alzarsi, a mantenere la posizione eretta, a camminare.
"Non gliela mandi quella lettera. Ho da proporle qualcosa di meglio."
A Elisabetta non piacque la sua voce. Conteneva una sfumatura di cortese crudelt. Decise di
difendersi continuando a scrivere, lo escluse con un'alzata di spalle, il senso era: lo decido io quando
smetto di fare quello che sto facendo.
Concluse la lettera: C' un tuo sedicente amico che vuole propormi qualcosa di meglio che
scriverti e farti avere questa lettera. Ora vado a sentire di che si tratta. Domani te lo racconto.
Se c' qualcosa da raccontare... Ti bacio sulle labbra, amore mio.
Attiv la stampante, poco pi di un fruscio, una frazione di secondo.
Intasc la lettera. Intasc le quattro nuove fotografie, in cui sorrideva coraggiosamente, e usc
dal selfie bar.
L'uomo era seduto su una panchina di pietra grigia, di quelle che non si vedono pi, se non
nelle periferie dell'Occidente.
Si alz, vedendola arrivare, con un moto cavalleresco. Le baci la mano, sfiorandola appena
con le labbra.
Si present: "Mi chiamo Bruno Muller. Era mio il telefono con cui Umberto le ha mandato il
messaggio da cui  risalita a questo... ameno luogo.  colpa mia se l'hanno picchiato. Ma  colpa sua
se io sono morto e ho dovuto rinascere come Mario Airoldi. Ho corso un grosso rischio a tornare qui.
Perci la prego di fidarsi di me e di seguirmi senza ulteriori indugi. In questa cittadina tutti vivono alle
spalle del Campo di ritiro. Forniscono personale, ma anche informazioni. Non c' finestra chiusa che
non nasconda una potenziale spia, disposta a vendere chiunque per soldi."
Parlando, Muller prese sottobraccio Elisabetta, che non aveva ancora detto una parola, e la
guid attraverso un dedalo di vicoli verso la campagna.
"Lei ha foraggiato sconsideratamente la signora Skofic, madre dell'irrequieta Bettyblu. Ora tutti
sanno che lei  ricca e si muove controcorrente, perch non si  rassegnata alla prima della breve serie
di perdite che il Partito Unico infligge ai cittadini pi... maturi. Bettyblu potrebbe portare le sue lettere
alla direttrice dell'hotel invece che a Umberto e regalare cos a se stessa una notevole quantit di solidi
benefici. Scatti di carriera che le permetterebbero di andarsene da qui. Valgono molto di pi dei soldi.
Visto che i soldi, in questa periferia dell'impero, non sanno dove spenderli."
"Perch mi sta dicendo tutto questo?" chiese Elisabetta.
Erano, ormai, in aperta campagna.
Davanti a loro il bosco, solido d'ombra e del canto intrecciato di uccelli diversi, si ergeva come
un muro a delimitare la zona del ritiro.
"Sa che cos' il pentimento?  qualcosa a cui avete accesso anche voi donne? Voi donne
importanti, intendo, voi donne gratificate, voi che avete avuto bellezza e potere, seduzione, posizioni
influenti, un marito innamorato, dei figli... Forse no. Forse siete sempre state troppo prese dalle vostre
doti e... certamente quando avete sbagliato, avete sbagliato con il beneficio della discriminazione e
quindi del vittimismo. Io no. Io sono un uomo, innanzitutto. E gli uomini non sono mai veramente
padroni dei propri vantaggi, non si sono meritati tutto quello che hanno. Io non ero dei peggiori, eppure
ho tradito e sporcato la mia... fedina morale."
Con una risatina stizzita sottoline il gioco di parole, poi riprese il discorso: "S, la mia
innocenza privata. Ho salito tutti i gradini del deprecabile... e alla fine che cosa ho ottenuto? Prima di
morire facevo il direttore sanitario di un'unit di ritiro. Reparto classe dirigente. Niente di davvero
apicale. Ma andava bene. Avevo ottenuto l'unico privilegio vero, quello di non essere ritirato. Ho
potuto non invecchiare ufficialmente. Non essere messo da parte. Io ho un anno pi di lei, signora
Elisabetta. Lo sa?"
Si era fermato, a pochi metri da una costruzione di pietra che interrompeva il bosco con un
cancello di ferro dipinto di azzurro.
Di fronte al cancello era parcheggiato un pulmino dello stesso colore.
"No," disse Elisabetta, che aveva ascoltato quel discorso delirante senza capire dove l'uomo
volesse arrivare. "Non lo sapevo, ma che importanza ha? Perch  venuto fin qui a dirmi quello che mi
sta dicendo..."
Una luce si accese all'interno della casa di pietra.
"Dobbiamo sbrigarci. Lei sa guidare, immagino."
Elisabetta annu.
"Bene. Questo  l'ingresso del personale. L'unico punto da cui si pu entrare senza attivare le
fotocellule. Io entrer con il mio badge. Non l'ho restituito. Nessuno me l'ha sequestrato. In ogni stato
di polizia c' qualcuno che si scorda qualche dettaglio..."
Elisabetta non riusciva a smettere di fissare la casa di pietra.
Quando Muller le tir un mazzo di chiavi, lo lasci cadere a terra senza neppure provare a
intercettarne il percorso.
"Le prenda," disse Muller, indicandogliele, severo. "Sono le chiavi del pulmino. Salga, sotto il
sedile c' una divisa, la indossi."
La valut con un'occhiata benevola, poi sorrise e aggiunse: "Ha un fisico giovanile, a distanza
pu ingannare anche il guardiano pi pignolo. Quando si  vestita da autista, accenda il motore e
aspetti. Se tutto va bene, non sar una cosa lunga."
Senza darle il tempo di reagire, di domandare, di trattenerlo, Bruno Muller spar dentro la casa
di pietra.
Elisabetta sal sul pulmino, la divisa era composta da una minigonna azzurra, una giacchetta
dello stesso colore, corta e aderente, un berretto da autista, un paio di stivaletti blu con il tacco rosso.
Riusc ad allacciare i bottoni con qualche fatica, anche se, da quando era partita da Roma, non
aveva mangiato quasi niente. La gonna arrivava pochi millimetri sotto la giacchetta. Si guard le
gambe nude sopra i calzini da jogging. Doveva toglierli?
Calz gli stivaletti sopra i calzini.
Nascose la tuta, che indossava ininterrottamente da quando era scappata, sotto il sedile. Infil le
chiavi nel quadro. Cerc di prendere confidenza con i comandi. Azion i tergicristallo, accese l'aria
condizionata, spense tutto. Prov il cambio automatico. Accese il motore. Lo spense.
Doveva tenersi occupata.
Prov ad accendere il teleschermo, ma il pulmino era un vecchio modello e non riusc a vedere
altro che vortici di sabbiolina in un sonoro di scariche.
Ripieg sulla radio: Un gruppo di manifestanti ha raggiunto la stazione di San Pietro, il binario
numero uno  stato bloccato da un centinaio di persone. Alcuni degli anziani in partenza per il ritiro
sono scesi dal treno, sul posto stanno convergendo il corpo dei Cittadini al servizio dell'ordine, la
Polizia ferroviaria e la Polizia politica. Il ministro della Riforma demografica ha dichiarato...
Di colpo la voce dello speaker si interruppe e part un concerto per oboe. Elisabetta cerc di
sintonizzarsi su un'altra stazione. Ma ogni canale trasmetteva musica. Dappertutto rimbombava lo
stesso concerto per oboe.
22.
Umberto camminava lentamente, appesantito dal pranzo della domenica. Un pollo arrosto che
sapeva di sapone, patate fredde e intrise di olio.
Si chiese esattamente da quando il cibo era cos palesemente peggiorato.
Non voleva tornare subito in camera. Avrebbe ceduto alla sonnolenza. Era una piccola morte
che si ripeteva troppo spesso. Stava per compiere il secondo giro completo dell'albergo quando gli si
par davanti un uomo con una polo azzurra e un paio di occhiali a specchio.
"Finalmente! Ti ho cercato dappertutto," disse, a bassa voce.
Poi sorrise e si tolse gli occhiali, mostrando i suoi inconfondibili occhi celesti, come per
un'amichevole rinuncia all'anonimato.
"Bruno..." mormor Umberto.
Era stupito, ma non quanto lo sarebbe stato se l'avesse davvero creduto morto. Quando gli era
tornata la memoria, da poco e nonostante la persistenza di qualche lacuna, aveva immaginato che
Bruno Muller fosse stato tolto dalla circolazione, spostato lontano da lui, al sicuro dal suo sguardo.
La sua era una morte troppo opportuna per essere vera. Muller lo prese per un braccio.
"Seguimi senza chiedere niente, non c' tempo. Non possiamo correre, ma camminare veloci s.
Ti spiegher tutto la persona che  venuta a prenderti."
Umberto acceler il passo, obbediente, e abbass la testa.
Sentiva gli occhi pieni di lacrime, gli capitava sempre pi spesso di commuoversi senza motivo
e quella commozione ingovernabile, come una sorta d'incontinenza, lo metteva in imbarazzo.
"A prendermi per portarmi dove?" disse, cercando di riacquistare il controllo della sua
emotivit.
"Questo lo deciderete voi. Io ti tiro fuori di qui."
"Tu mi tiri fuori di qui?" disse sottolineando il "tu", con disprezzo.
"S, io. Io ti faccio uscire. Non era questo che volevi?"
"Perch stai facendo questo per me?"
"Lo sto facendo per me," disse Muller, poi aggiunse, "sei lo strumento della mia redenzione."
Umberto sorrise.
"Dammi una sola ragione per cui dovrei fidarmi di te," disse.
"Trovatele da solo," disse Muller, poi aggiunse: "E senza rallentare."
Umberto continu a camminare veloce, in silenzio, gli occhi bassi a scandagliare il terreno
come se stesse attraversando un campo minato.
Erano quasi arrivati all'estremit sinistra del bosco, Muller davanti, Umberto dietro,
perfettamente allineati e vicini fino a sfiorarsi, quando Muller disse:
" il momento migliore. Il dopo pranzo della domenica," disse guardando dritto davanti a s.
Siccome Umberto taceva aggiunse: "Mi senti?"
"S," disse Umberto, a bassa voce.
"Siamo quasi arrivati, restami incollato dietro. Le cellule fotoelettriche sono invisibili e sono
sempre pi fitte. Man mano che ci avviciniamo al punto..."
Dopo pochi minuti arrivarono davanti alla casa di pietra.
Muller si ferm. Si volt, si tolse di nuovo gli occhiali da sole, guard intensamente Umberto e
glieli porse.
"Mettiteli," disse, poi gli allung un rettangolino di carta rigida.
"C' una fenditura. A destra della porta. Passi il mio badge per entrare e lo ripassi per uscire dal
cancello. C' un pulmino azzurro ad aspettarti. Buona fortuna."
Prima che Umberto potesse dire qualcosa, gli gir le spalle e torn sui suoi passi. Le mani in
tasca, come un gitante che si muove senza impegno e senza meta nel vasto parco dell'albergo.
Umberto rest a guardarlo. Poi si mosse lentamente verso la casa di pietra.
Elisabetta lo vide uscire, rimanere per un attimo fermo, controllando l'orizzonte.
Incerto. Impaurito. Un vecchio che non si fida di attraversare la strada.
Scese dal posto di guida e si incammin verso di lui. Travestita com'era da funzione del
desiderio maschile standard aveva paura che suo marito non la riconoscesse.
I seni esposti, le gambe nude, la vita stretta, i tacchi alti, mosse pochi passi verso di lui e si
ferm.
Un sorriso in prova sul volto tirato dall'ansia.
Si tolse quel berrettino da commedia, un po' ufficiale dei carabinieri, un po' capitano di marina.
Lo fece con uno dei suoi gesti ampi, insieme rabbioso e leggero, teatrale.
Umberto avrebbe poi raccontato che l'aveva riconosciuta in quel momento, non tanto per le
onde dei capelli biondo-grigi che si erano disposte morbidamente attorno al viso, quanto per l'arco
esagerato e tuttavia grazioso, che il braccio aveva compiuto nell'aria, nell'atto di levarsi il cappello.
Avrebbe raccontato che si erano abbracciati ridendo, perch si racconta sempre quello che si
pu raccontare, che si pu racchiudere in una coerenza di eventi memorabili.
Non avrebbe raccontato la bocca secca, il cuore pesante, la voglia di piangere, la paura che
fosse un sogno o un altro scherzo. L'ultimo, in ordine di tempo, di quella lunga sequenza di scherzi.
"Sembri una ragazza," disse abbracciandola a disagio, come se non l'avesse abbracciata milioni
di volte.
"Tu sembri un vecchio, invece."
"Siamo una coppia fuorilegge, allora..."
Da qualche parte nel folto del bosco scatur, tagliando il morbido cinguettio degli uccelli, l'urlo
uniforme di una sirena.
"Andiamo via di qui," disse Umberto.
Salirono rapidi sul pulmino. Elisabetta part con un balzo in avanti, acceler subito e poi ancora,
fino ad arrivare al massimo della velocit consentita e poi di quella non consentita.
"Dove mi stai portando?" chiese Umberto.
"Non lo so. Lontano. Il pi lontano possibile."
"Mi sembra un ottimo programma."
Non persero tempo a chiedersi fin dove sarebbero arrivati, n quanto sarebbe durata quella fuga.
Tutti e due pensavano che era un regalo del caso. Una smagliatura nella rete. Un incidente felice.
Pensavano che ne avrebbero approfittato per un po'. Qualche ora, qualche giorno, qualche
mese. E non dovevano, per l'incertezza del futuro, sciupare quello scampolo d'imprevisto presente.
Umberto appoggi la mano sul ginocchio di Elisabetta.
"S," disse lei, gli occhi fissi sulla strada, come se stesse guidando per la prima volta. "S, se ci
riusciamo."
Siccome Umberto non aveva parlato, fu chiaro che avevano formulato lo stesso pensiero nello
stesso momento.
Sorrisero senza guardarsi.
Umberto accese la radio. Il suono pesante e vellutato dell'oboe dilagava su tutte le stazioni. Il
piccolo teleschermo, su tutti i canali, trasmetteva prati fioriti, montagne innevate, tramonti sul mare.
"Che cosa sta succedendo?" chiese Umberto.
"Un bel po' di casino, finalmente," disse Elisabetta. Poi, per sollevarlo dal peso della domanda
che non osava formulare, aggiunse: "S, potrebbe essere stato Matteo, anche se non ne sono affatto
sicura. Diciamo che gli ho messo in mano tutti gli elementi. A partire dalla faccia di suo padre gonfiata
dalle botte."
Umberto si port, meccanicamente, una mano allo zigomo destro.
Sperava che Matteo fosse l'artefice della rivolta e sperava che non lo fosse. L'avrebbero
arrestato, e lui non voleva. Eppure gli piaceva pensare di aver cresciuto un giusto, uno che si prende la
responsabilit di capire come stanno le cose veramente.
"Gli hai fatto vedere il mio messaggio?"
"S."
"E lui?"
"Ha opposto resistenza, ma... era solo una questione di tempo. Forse."
Umberto recit: "La nascita dei figli  la morte dei genitori."
"Chiss se c' il vecchio Hegel nel Pantheon del Lder Mximo," disse Elisabetta, che aveva
riconosciuto la citazione.
Umberto prese a carezzarle la gamba, un gesto lento che lo tranquillizzava.
"Voglio gustarmi ogni millimetro della tua pelle."
Tacquero, pensando ai loro corpi, che conoscevano cos bene.
"Non so quando potremo fermarci," disse Elisabetta. La strada si stava animando di traffico.
Umberto le sistem in testa il berretto da autista.
"Forse  pi saggio che io mi nasconda dietro, dove i vetri sono oscurati."
"Siamo ben al di l della saggezza, mio caro... e poi mi piace sentire la tua mano sulla coscia.
Per adesso me lo faccio bastare."
Umberto sal, con la mano, fino all'orlo della minigonna, poi ancora pi su.
"Te la senti di guidare fino a Valona?"
"Se troviamo un benzinaio, se corriamo il rischio di usare la mia carta di credito, se non hanno
denunciato la tua scomparsa, se possiamo fare a meno dei tuoi documenti... perch proprio Valona?"
Umberto smise di carezzarla.
"Marina mercantile. Ti va di scappare con me su un cargo? Possiamo imbarcarci
clandestinamente, oppure pagare, se usiamo la tua carta di credito. Quale rischio preferisci?"
Elisabetta lo guard: aveva gli occhi accesi. Era di nuovo lui, la patina opaca della prigionia si
stava diradando.
"Preferisco pagare," disse. "Non voglio pelare patate nella stiva fino a... fino dove? Dove
siamo diretti?"
Aveva voglia di ridere, di ballare, si sentiva come Federica, perch stava giocando, stavano di
nuovo giocando.
"Dove siamo diretti? Non lo so. Dove la vita dura meno, dove i vecchi valgono di pi, se non
altro perch sono pi rari."
"Lontano dall'Occidente?"
"S, lontano dall'Occidente."
Pensarono che non ci sarebbero mai arrivati. Ma non lo dissero, n lui a lei, n lei a lui. Non
dissero pi niente.
...
.
...
FINE.